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La risposta è nel vento: intervista a Gianfranco Manfredi

di Simone Satta

Salve Gianfranco, sei noto ai più per essere il creatore di Magico Vento, ma sei un artista poliedrico e con un lungo passato alle spalle nel campo dei fumetti (e non solo). Vuoi parlarci un po’ di te?
Ho fatto diverse esperienze e la cosa mi ha fatto definire “eclettico”. In realtà quasi tutte le mie esperienze hanno gravitato attorno alla scrittura. Secondo me gli eclettici sono altri:quelli che fanno di mestiere l’avvocato o l’insegnante, per esempio, e poi scrivono anche romanzi . Gli scrittori puri , cioè quelli che vivono soltanto di scrittura e non ricavano il loro reddito principale da un altro mestiere, in Italia sono pochissimi e mi ritengo fortunato ad essere tra questi, perché è veramente difficile in un piccolo mercato come il nostro fare lo scrittore professionista e guadagnarci abbastanza da vivere, magari modestamente, ma dignitosamente. Cioè se qualcuno crede che facendo lo scrittore si diventa molto ricchi, si sbaglia ed è meglio che si scelga un altro mestiere. E in generale un artista è meglio che resti vicino alle persone comuni :chi fa troppi soldi se ne allontana e non riesce più a capire la realtà e il sentire del pubblico che non è da considerare una massa indistinta di consumatori , ma un insieme di persone.
Sono passati quasi 10 anni e più di 100 numeri dall’esordio di Magico Vento. Ripensando a quell’estate del 1997, quali erano le aspettative per il futuro della tua creatura, in un momento in cui il mercato attraversava un momento difficile (che dura tutt’oggi) e in cui Magico Vento era davvero una scommessa, non solo per la casa editrice, ma per il fumetto italiano in generale?
Ero sicuro che fosse un progetto molto difficile per due motivi principali: 1. Il western non è più un genere popolare neppure in America ; 2. Il western è sempre stato un genere eminentemente maschile e oggi i lettori sono soprattutto lettrici, in quanto i maschi leggono davvero pochissimo. E poi c’era un terzo motivo: bisognava avere molto coraggio per fare un western con la casa editrice di Tex, che in questo campo ha ricavato il massimo ricavabile (anche espressivamente, non solo come “successo editoriale”). Dunque la scommessa era suicida. I risultati sono stati invece sorprendenti e molto gratificanti: anche se Magico Vento è sempre stato e rimasto un fumetto cult , non ha però rappresentato e non rappresenta un passivo per la casa editrice, anzi credo abbia anche contribuito a dare una certa spinta di rinnovamento. Inoltre le lettrici sono molto numerose suppongo in forza del tipo di protagonista ( più moderno e romantico di Tex) , delle tematiche indiane e di un racconto più “romanzesco” di quello del fumetto tradizionale. La critica infine, al principio ha avuto parecchi dubbi sul progetto, ma poi ne è rimasta conquistata e a distanza di dieci anni ancora Magico Vento continua a mietere premi in tutte le categorie ( sceneggiatura, disegni, personaggi, persino i redazionali cioè le rubriche).
Sentivi in qualche modo il peso della figura di Tex o del fumetto western italiano in generale, genere di grande tradizione qui da noi?
Prima di cominciare a scrivere Magico Vento, ho chiesto a Sergio Bonelli di sceneggiare un Tex. Fino ad allora avevo sceneggiato Dylan Dog e Nick Raider, due personaggi moderni, dal ritmo e dal taglio rapido. Volevo sperimentare un ritmo più lento come quello di un western classico qual è Tex. Così scrissi la storia “La Pista degli Agguati” che uscì in un Maxi Tex solo dieci anni (circa) dopo, in quanto si trattava appunto di un “one shot” non programmato nella serie. Scrivere quella storia mi è stato utile non solo per sperimentare lo scenario western , ma anche per capire bene qual era la specificità di Tex, da cui il mio personaggio doveva assolutamente differenziarsi. Insomma ho usato Tex come base di riferimento per fare poi cose diverse o addirittura contrarie. Mentre scrivevo Magico Vento spesso mi trovavo a domandarmi: di fronte a questa situazione cosa farebbe Tex? La risposta mi veniva automatica. Dopodiché decidevo che Ned avrebbe reagito in modo totalmente diverso, anzi spesso addirittura al contrario. Anche nella scelta dei temi e degli scenari mi sono orientato così. Ho cercato le zone d’ombra del west , quelle che in fumetto erano state poco o per nulla raccontate. Ho approfondito i costumi e la cultura dei nativi americani , cosa che non si faceva abitualmente nei fumetti western. Infine ho scelto di dare una periodizzazione storica precisa, cosa che in Tex si è sempre evitata. Avendo un riferimento forte, Magico Vento è riuscito a differenziarsi molto bene .Nel tempo, i lettori più attenti e anche più giovani di Tex se ne sono accorti : MV dimostrava che si poteva ancora fare western in modo diverso e innovativo. Ora, a distanza di parecchi anni, Bonelli mi ha chiesto di sceneggiare un paio di Tex e la cosa ovviamente mi ha onorato, trattandosi ancora del fumetto n.1 prodotto in Italia. Ovviamente scriverò queste storie rispettando la specificità di Tex ed evitando di introdurre nel suo tipo di narrazione delle cose “alla Magico Vento”.
Al momento del suo lancio Magico Vento si è presentato ai lettori con l’epiteto di western-horror. Ora è molto di più, l’horror ricopre e ha ricoperto spesso un ruolo marginale nell’economia della serie. Si può dire che a Magico Vento ormai stiano stretti aggettivi troppo limitativi (a parte il suo innegabile essere, appunto, un western, perlomeno per quanto riguarda l’ambientazione spazio-temporale): avevi fin dall’inizio in mente un’evoluzione di questo tipo per la serie o sei stato “vittima” della tua creatura?
L’etichetta western-horror voleva essere indicativa di un percorso che differenziasse Magico Vento sia da Tex che da Ken Parker. Ma probabilmente è stata un errore sul piano della comunicazione. Molti lettori hanno pensato si trattasse di un mero espediente commerciale ,una sorta di incrocio tra Dylan Dog e Tex e questi incroci non sono graditi perché si tratta di lettori completamente diversi, anzi opposti: chi legge Dylan Dog non legge Tex e chi legge Tex, in larga misura, non è neppure un lettore di fumetti: legge Tex e basta. Dunque si tratta di due pubblici che non comunicano tra di loro e tentare di raggrupparli sotto lo stesso tetto era piuttosto velleitario. Un altro problema si è verificato nel mio stile di horror che è molto più realistico di quello di Dylan Dog. Secondo Bonelli, faceva troppa paura. Un conto è infatti mettere in scena una violenza onirica, esagerata ai limiti del surreale e dunque tutto sommato innocua, un altro conto è mettere in scena un orrore possibile, storico, quotidiano . E’ evidente che questo fa più paura. Oltretutto il lettore tipo di western, non chiede affatto di provare paura. Tuttavia io volevo tener fermo il mo progetto e l’ho fatto. Non sono stato il solo del resto. Basti pensare ai fumetti e ai romanzi western di Joe Lansdale. Il mio horror però ha una più marcata ispirazione gotica, cioè ha qualcosa di spirituale, non a caso Ned è uno sciamano. L’horror di Dylan Dog è paranoia pura, oppure gioco . Per me invece l’orrore e la paura sono degli stati intermedi sulla via della …guarigione, e dunque una cosa molto seria. Cioè si attraversa l’incubo per superarlo, per imparare ad avere coraggio e per intuire oltre il ripugnante, il “meraviglioso”. Così insegnano gli sciamani: aver paura insegna a crescere, e a superare i propri limiti. Bisogna vivere fino in fondo gli incubi se vogliamo imparare a superarli in direzione di una ricerca di nuova armonia. Era, ed è ancora molto difficile, riuscire ad esprimere questo in un fumetto. Ma se Magico Vento ha un tratto distintivo, è proprio questo. Non sono una vittima della mia creatura, anzi le sono profondamente, intimamente affezionato. Per me Magico Vento è una ricerca sempre aperta.
Con Poe hai in qualche modo ridefinito il ruolo della spalla in ambito bonelliano, facendolo spesso assurgere a protagonista non nominale dell’albo, con un Magico Vento sempre presente ma un po’ dietro le quinte. È una cosa che ha creato un qualche disappunto verso le frange più tradizionaliste della casa editrice o hai avuto sempre carta bianca da questo punto di vista?
Su questo ho avuto fin dal principio un accordo perfetto con Bonelli che si era stancato delle “spalle comiche”. Poe integra e bilancia Ned, è un co-protagonista vero e proprio. E se in qualche episodio Poe non c’è, alla lunga la sua assenza si fa sentire. Una differenza di opinioni da Bonelli c’è invece sul piano della presenza del protagonista: Bonelli preferirebbe un protagonista onnipresente, come Tex. Ma Magico Vento non può essere questo genere di protagonista: ho usato la metafora del vento proprio per questo. Il vento può essere, anzi deve essere assente, perché poi se ne possa avvertire la presenza. Ned non può stare in ogni inquadratura. Il suo stesso stile di azione è così: lui lascia spazio agli altri (buoni o cattivi che siano), li lascia sfogare . A un certo punto accade che l’azione vorticosa degli altri crea un casino infernale e allora Ned interviene e come una raffica impetuosa di vento spazza il campo e risolve. Anche se Sergio Leone non è mai stata una mia fonte diretta di ispirazione, i suoi personaggi sono però simili: sia Van Cleef che Eastwood lasciano che siano gli altri a muoversi, a fare progetti , a creare complicazioni. Poi al momento giusto, escono dall’apparente passività, e risolvono con una sicurezza impressionante. Protagonisti così per me sono affascinanti perché hanno davvero la forza simbolica della Morte: la Morte lascia vivere senza interferire, ma quando decide di colpire non aspetta i tuoi tempi, è lei a scegliere il dove, il come e il quando. Se dà fastidio sentire evocare la Morte, sostituite la parola con Fato. E’ lo stesso. E’ il senso della Tragedia classica che incombe sul racconto epico. E questo è sicuramente un tema tipico del western all’italiana.
Hai firmato, con la saga delle Black Hills, una delle più belle storie del fumetto italiano degli ultimi anni. Cosa si prova, nello scrivere una storia che deve fare i conti con la Storia con ‘S’ maiuscola? Non hai mai avuto paura che legare la serie così profondamente alle vicende storiche possa in qualche modo ostacolare o limitare lo sviluppo della serie?
Un noto motto recita che la Realtà supera la Fantasia. E’ vero. La storia, non solo quella dei grandi eroi, ma anche la storia minuta, la cronaca, le biografie minime, è talmente ricca di spunti che è un vero delitto per un narratore ignorarla. Si tratta ovviamente di riscriverla, perché nel fumetto, nel cinema e nella narrativa in generale, il “tempo reale”non esiste, è sempre un tempo ricostruito e fittizio. Così, per correggere il motto, direi piuttosto che la Realtà non esiste senza la Fantasia, ma d’altro canto una Fantasia senza realtà, sarebbe, ammesso che possa esistere, molto povera e vuota di senso e di forza espressiva.
Dopo la saga delle Black Hills la serie è tornata ad un’impronta più horror, con echi lovecraftiani e il ritorno di molti comprimari e della famigerata Volta Nera. Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro (prossimo e meno prossimo) della serie?
Per molto tempo non apparirà più un ciclo così lungo e complesso. Riprenderò un filone più storico,prima con le vicende di Toro Seduto in Canada, poi con la cosiddetta “seconda guerra civile” cioè i conflitti sociali che seguirono la sconfitta indiana .Con questo non voglio dire che cambierò Ned in un eroe civile come Ken Parker nella sua seconda fase, Ned resterà un selvaggio che ha molta difficoltà a capire ad esempio gli operai o i minatori . Il conflitto sociale io lo racconterò attraverso le storie dei fuorilegge e dell’illegalità diffusa. Hogan rispunterà ovviamente, in modo piuttosto sorprendente per il lettore. E i temi fantastici e horror non spariranno affatto. Ma non voglio anticipare troppo.
Ci puoi descrivere la tua tipica giornata lavorativa? Come nasce una storia di Magico Vento?
In genere prendo appunti la sera, molto tardi, prima di andare a letto,e poi comincio a sceneggiare a mente fresca il pomeriggio del giorno dopo, fino a sera. La mattina la dedico a rispondere alla corrispondenza e al colloquio con i lettori che mi scrivono sempre numerosi .
Magico Vento ha una (come direbbero gli americani) continuity fra le più elaborate e presenti in ambito Bonelli. Quanto è importante in un fumetto seriale un approccio di questo tipo nello sviluppo di determinati aspetti della serie e quando può diventare, se può diventarlo, una limitazione?
Ho cercato di adeguare ai nostri tempi la struttura seriale. Dopo Twin Peaks e soprattutto oggi che trionfano serie come Deadwood, Lost, Carnivale (per citare le migliori) credo che la parte più sensibile del pubblico si sia stancata dell’eterna replica di un modulo sempre identico a se stesso, come era nelle vecchie e pur bellissime serie televisive sul genere di Colombo. In qualche modo siamo tornati al racconto lungo e dilagante dell’epoca del feuilleton : non esce più a puntate sui giornali, ma esce in televisione e bisogna tenerne conto. Questa “novità” l’ho sempre considerata una chance, non un limite. Io mi annoierei terribilmente nella ripetizione di un modello unico e non evolutivo. Penso che però ogni tanto bisogna andare a delle chiusure , altrimenti il pubblico ha la sensazione che tutto resti sempre in sospeso e si sente preso in giro. Quando ho scritto il ciclo delle Black Hills, molti lettori mi hanno implorato di non farlo: non volevano che Cavallo Pazzo morisse, temevano che andando a questa inevitabile conclusione,sarebbe anche finita la serie. Ma se io non avessi concluso questo ciclo , tutto sarebbe rimasto sempre in sospeso e presto o tardi i lettori si sarebbero stancati di seguire storie senza fine, condannate sempre a tornare su se stesse e a restare sospese.
Negli ultimi anni c’è stato nei vari media un ritorno di una certa importanza al genere western. Fumetti come Magico Vento, ma in tempi più recenti penso all’imminente Garret della BD o alla nuova serie di Jonah Hex per la DC Comics, serial come il premiatissimo Deadwood della HBO o film come Open Range – Terra di confine per la regia di Kevin Costner. Come mai, secondo te, un genere un tempo così popolare ha affrontato per molti anni un periodo di buio quasi totale? Come trovi il western del 21° secolo?
Nel nuovo western l’attenzione storica è molto maggiore. La mia intuizione di dare un percorso storico a Magico Vento non era dunque isolata. Per certi versi si può dire che oggi il western fa parte di un genere più ampio, che è il racconto storico. Del resto io credo che il western come genere non sia mai esistito, il western era solo uno scenario,ma nell’ambito di questo scenario ci sono state storie di tutti i generi: sentimentali,musicali,comiche, epiche, tragiche. Dentro quello scenario, in larga misura inventato, si è fatto di tutto. Oggi quello scenario suscita meno passione e fascino. E’ più in generale il Passato, la storia del nostro passato, che ci interessa , forse anche in virtù del fatto che non abbiamo più molte aspettative per il futuro. In proposito c’è una bella battuta di Groucho su un numero di Dyan Dog , non so se originale o pescata da qualche parte, che recita così: “ Il futuro ci appare così incerto, che è meglio fare progetti sul Passato.”
Quali sono gli autori che ti hanno ispirato durante la tua formazione come scrittore?
Le prime letture da piccolo sono state la Bibbia ( incluso l’Antico Testamento) e i racconti di Edgar Allan Poe. Tra i romanzieri che mi hanno stimolato di più c’è senza dubbio Emile Zola, per la sua capacità di coniugare il realismo della rappresentazione sociale con l’emotività e la parte oscura dell’animo umano.
Leggi fumetti? Cosa segui in generale? C’è un giovane autore (o più di uno), magari uno sceneggiatore, che ti sentiresti di segnalare ai nostri lettori?
Leggo meno fumetti di un tempo proprio perché adesso ci lavoro e non posso nutrirmi di vignette costantemente, altrimenti subentrerebbe la nausea. Tuttavia qualcosa leggo e qualche novità la apprezzo: per esempio Romano di Alessandro Bilotta e Carmine Di Giandomenico, edito in Francia da Equinoxe. E’ la storia di un pugile dilettante romano nel dopoguerra . Trovo incredibile che una storia così bella e nostra sia stata pubblicata all’estero e non in Italia. Poi di recente ho viaggiato parecchio e in Spagna ho trovato notevolissimo il lavoro di un autore satirico completo (testi e disegni davvero eccellenti) come Alfonso Lopez . A San Francisco mi sono comprato The Milkman Murders (I Delitti del Lattaio) di Joe Casey e Steve Parkhouse, una storia autoconclusiva molto intensa pubblicata dalla Dark Horse. E in Brasile mi ha deliziato la serie Ciudades Ilustradas (città illustrate) edita da Casa 21. E’ un progetto davvero fantastico: scelgono un disegnatore/narratore, gli pagano il soggiorno in una città brasiliana per un tot di tempo mettendogli al seguito qualcuno che conosce bene la città, e gli chiedono di raccontare la città per frammenti narrativi e per immagini,lasciandogli la più assoluta e totale libertà stilistica. Progetti come questo in Italia sono impensabili, roba da fantascienza. Ai disegnatori e agli illustratori al massimo si chiede di fare il manifesto per qualche iniziativa di questo o quel Comune.
Cosa c’è nel presente di Gianfranco Manfredi? E, oltre a Volto Nascosto, quali sono i tuoi progetti futuri? Puoi anticiparci qualcosa?
Sta per uscire da Gargoyle Books (il 21 settembre) la ristampa del mio primo romanzo Magia Rossa, la terza in vent’anni. Ho un progetto di un nuovo romanzo, ma mi toccherà aspettare perché attualmente sto scrivendo le sceneggiature di Magico Vento,di Volto Nascosto e come ho detto, ho anche cominciato una storia per Tex, dunque non potrei proprio fare altro.
Volto Nascosto. Ambientazione insolita, una sensibilità vicina al romanzo popolare, una storia senza dubbio originale, almeno nelle premesse. Come hai fatto a far approvare un progetto che sembra essere così lontano dai canoni dell’avventura bonelliana classica? Cosa puoi dirci della serie che ancora non hai anticipato? È stata fissata l’uscita del primo numero?
Si fissano tutti su questi canoni e così quando fanno una proposta a Bonelli gli rifilano sempre le stesse cose pensando di compiacerlo. Io invece gli ho sempre proposto cose diverse dalla normale routine e lui le ha accettate con piacere e forse anche un pizzico di sollievo. E’ evidente la sua stima nei miei confronti, si fida che saprò portare a conclusione il progetto in modo professionale. Anche gli editori , soprattutto i migliori, sono lettori e dunque hanno anche loro l’esigenza ogni tanto di respirare novità e di osare in altre direzioni (se sono ragionevolmente sicuri che si tratta di un’operazione responsabile e non velleitaria). Volto Nascosto dovrebbe uscire l’anno prossimo. Attualmente ho scritto più di metà degli episodi e confido che i disegnatori (tutti eccellenti: lavorano con un impegno raro e stanno facendo tavole davvero stupende ) possano rispettare i tempi di consegna in modo da non far attendere troppo i lettori che già scalpitano.
Sei un autore, cosa rara per gli autori italiani (in particolar modo per quelli che lavorano in Bonelli), che ha scelto di ritagliarsi uno spazio sulla rete. Può essere importante un atteggiamento meno diffidente da parte di autori ed editori verso internet, con i suoi pregi e difetti? Pensi che in qualche modo internet possa fare del bene per il fumetto?
Non so se sarà un bene per il fumetto, è certo che a uno scrittore non fa bene ignorare del tutto i nuovi canali di comunicazione . Del resto i vecchi media stanno invecchiando sempre di più: tendono a rinchiudersi , per esempio la televisione o il cinema, sbarrando la strada ai nuovi talenti e non finanziando imprese coraggiose e idee davvero innovative . Il risultato è che i media classici si impoveriscono e somigliano sempre di più a dei vecchi circhi, dove equilibristi decotti e stanche belve in cattività replicano all’infinito gli stessi numeri , cantandosela e suonandosela da soli, di fronte a un pubblico sempre più anziano e sempre più scarso.
A questo proposito, che tipo di riscontro hai avuto dal tuo corso di sceneggiatura online? C’è ancora spazio nelle grandi realtà per giovani autori ed esordienti, specie quando si parla di sceneggiatori?
Il mio corso è molto seguito,anche da persone che frequentano altri corsi nei quali il rapporto “dal vivo” è ovviamente un requisito prezioso, inaccessibile in rete. Al principio erano in molti a mandare esercizi , sceneggiature e testi vari, poi com’è normale , i più si sono resi conto che scrivere è difficile e hanno abbandonato. E’ però fondamentale, soprattutto in rete, scremare . Uno dei vizi del nostro tempo è quello di pensare che “si nasce imparati” e che o si è subito bravi, oppure non vale la pena di studiare e faticare . Il punto invece è che chi ha un forte talento naturale (e sono pochissimi) non ha bisogno di seguire dei corsi (se non per incontrare altre persone e per crescere sul piano squisitamente tecnico) , mentre chi qualche potenzialità ce l’ha, ma vuole raggiungere un livello quanto meno professionale, deve studiare e molto. Insomma: Mozart suonava il piano da solo fin da bambino, ma se una persona normale vuole imparare a suonare decentemente il pianoforte deve studiare almeno sette anni! Questo bisogna pur farlo capire. Ecco perché il mio corso, a differenza di altri, è parecchio difficile e impegnativo. Non voglio rivolgermi ai geni, perché non avrebbero bisogno dei miei consigli, ma neppure mi rivolgo indiscriminatamente a tutti. In Italia ci sono oggi novemila scrittori ! Parlo di gente che ha pubblicato almeno un romanzo. Di questi, il novanta per cento non sa scrivere e se la prende anche a male se qualcuno glielo fa notare. Cosa bisogna fare? Assecondare questa smania da Grande Fratello Letterario? Illudere le persone che tutti sono in grado di essere dei narratori? Questo non vuol dire che restando mediocri non si possa trovare uno sbocco: anzi, oggi è molto facile pubblicare un romanzo, non serve neanche trovarsi un editore, basta pubblicarlo sul proprio blog e sperare di farsi notare . Il punto non è pubblicare, il punto è imparare a scrivere qualcosa di sensato che non sia soltanto uno sfogo narcisistico. Riguardo alla sceneggiatura: è un’arte che sta deperendo, almeno nel cinema e nella televisione che si fanno nel nostro paese. Si preferisce, in questo campo, dare spazio al precariato intellettuale da sfruttare e da tenere sotto comando, piuttosto che affidarsi a dei professionisti che costano molto e che sono anche riluttanti a subire troppe imposizioni dall’alto. Dunque diventare un bravo sceneggiatore, non vuol necessariamente dire avere maggiori opportunità di lavoro, anzi vuol dire scegliere la strada più impervia. E’ un mestiere che si fa per vocazione, non pensando soprattutto ai soldi e al successo.
I tre fumetti che, secondo te, non dovrebbero mai mancare nella biblioteca di un appassionato.
Ultimamente ho riletto con grande godimento Andrea Pazienza. Ho anche letto un capolavoro assoluto che è l’autobiografia (con fumetti) di quel colosso di Robert Crumb (inedita in Italia). E spinto da motivazioni di lavoro, ma non solo, mi sto rileggendo molte storie di Tex di Gianluigi Bonelli e trovo che sia un narratore davvero fantastico, per ritmo e senso della sintesi, e addirittura impagabile per i dialoghi che sono sempre di un divertimento assoluto e di una vivacità espressiva da West autentico. Per il resto, sono contrario a domande del tipo “chi butteresti dalla torre” oppure “quali libri porteresti su un’isola deserta” .Non devo buttare giù nessuno da nessuna torre e non vivo su un’isola deserta, dunque preferisco restare curioso e onnivoro, leggendo di tutto e senza fare distinzioni aprioristiche tra maestri e debuttanti, tra serie A e serie B. Anche leggere oggi richiede un certo sforzo: i pesci più belli si incontrano in profondità e bisogna imparare ad attrezzarsi, immergersi, esplorare i fondali. Le cose che galleggiano in superficie, si sa, non sono in genere gradevolissime...

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