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Disegnare Loveless: intervista a Werther Dell’Edera

di Antonio Solinas

Ciao Werther. È notizia recente il tuo nuovo ruolo di disegnatore di Loveless, la serie western Vertigo scritta da Azzarello. Quali sono state le circostanze che ti hanno portato a ricoprire questo incarico?
Ciao Antonio. Se devo essere sincero non sono chiare neanche a me tali circostanze, diciamo che è stata una congiunzione di eventi. Io ero gia in contatto con Will Dennis che tempestavo abitualmente con e-mail e tavole (devo dire è una persona molto paziente); in occasione di Mantova avevo deciso di mostrargli oltre alle solite tavole prodotte per l’Eura anche qualcosa di specifico, fatto a posta per loro, così gli ho chiesto se mi poteva mandare qualche sceneggiatura di prova sulla quale lavorare e tra le tante c’era quella del primo numero di Loveless (naturalmente già in store all’epoca). A quel punto non ho saputo resistere, una sceneggiatura western (genere che io adoro) e per di più scritta da Azzarello (uno dei miei sceneggiatori preferiti): mi sono messo subito all’opera e ho fatto sei tavole di prova. Le hanno viste entrambi (a Mantova oltre Will c’era anche Brian, che comunque già conoscevo) e sono piaciute. Dopodichè, alcuni mesi dopo, mi è arrivata una e-mail di Will che mi chiedeva se gli potevo fare un paio di numeri di Loveless, e così è andata…

Da disegnatore di belle speranze, in breve tempo, sei diventato prima un beniamino dei lettori dell’Eura e ora sei passato alla Vertigo. Come stai vivendo la cosa?
Non ho ancora avuto modo di godermela a pieno, questi ultimi mesi sono stati deliranti ma a Lucca sono pronto per il bagno di folla?!?!?!

Finora hai lavorato per fumetti prettamente in bianco e nero, ora le tue tavole stanno venendo colorate. Che tipo di pressioni e cambiamenti ti ha imposto questa nuova condizione?
Nessuno. Il mio approccio alle tavole è rimasto pressoché invariato. Sinceramente non mi sono posto neanche il problema, non ho avuto gran tempo per farlo, e poi dalla mia avevo una certezza… la colorista! Patricia Mulvhill (colorista anche di Risso su 100 Bullets e Batman) è veramente brava. Mentre parliamo ho già per le mani il primo numero da me disegnato di Loveless e devo dire che sono veramente contento: ha fatto un gran lavoro.

Sempre a proposito di stile: quali cambiamenti hai adottato per quanto riguarda l’inchiostrazione e lo storytelling? Come sta andando il rapporto con gli editors, tu che avevi sempre lavorato sotto la supervisione dello sceneggiatore, fondamentalmente?
Devo dire che su Loveless è stato un po’ come essere in Eura, il ruolo di Will e Brian non è mai stato così netto: entrambi mi hanno fatto da supervisore, dandomi suggerimenti o facendomi fare correzioni. Per quanto riguarda Will non ci sono stati problemi, è una persona entusiasta e quando le cose vanno bene ti trasmette l’entusiasmo (e per fortuna sono andate bene). Per quanto riguarda lo stile non ci sono stati cambiamenti, loro mi hanno scelto perchè comunque gli piace il mio e apprezzano lo storytelling, per cui non mi hanno chiesto nulla di particolare e io non sentivo la necessità (tranne quelle più strettamente fisiologiche del disegno, la maturazione che avviene albo per albo) di fare altri cambiamenti.

Come ti trovi a lavorare con uno parco di parole come Azzarello? Ti stimola a “lanciarti” di più?
È fantastico. In realtà le pagine di Brian sono misurate, come quelle di Lorenzo (Bartoli) o Roberto (Recchioni). Lasciano grande libertà di interpretazione, salvo poi chiederti in alcuni punti cose specifiche. In più ci sono tutti i dialoghi pagina per pagina e la cosa per me è importantissima, perché mi da modo di sviluppare al meglio lo storytelling e la recitazione dei personaggi.

Documentazione: quanto spazio ti viene lasciato su Loveless? Quanto è stringente la documentazione? Come si svolge la tua collaborazione con Azzarello?
Mi hanno lasciato molto spazio di manovra, naturalmente entro certi limiti, i personaggi per esempio devono essere tutti riconoscibili, così come alcuni luoghi che ritornano nella storia. Infatti per tutte queste cose mi sono rifatto in pieno a Frusin (il co-creatore della serie). Invece per i luoghi e i personaggi nuovi ho avuto mano libera sia da Brian che da Will. Comunque, in generale, hanno tutti le idee molto chiare su quello che ti chiedono quindi è difficile sbagliarsi.

Sappiamo che sei un grande appassionato di western. Quanto ti piace cimentarti con atmosfere molto diverse da quelle che hanno caratterizzato i tuoi primi anni all’Eura?
È sempre una sfida e come tutte le sfide fa paura. Ci si ritrova sempre a domandarsi se si sarà in grado di farcela o meno. Certo è che con il western sono stato facilitato in questo, è un genere che adoro, per cui non mi sono mai chiesto se sarei stato in grado di farlo ma mi sono sempre detto “ Ce la devo fare!” e aggiungo: a tutti i costi.

Al momento sei impegnato su due serie western molto poco tradizionali. Quali differenze trovi fra Loveless e Garrett?
A parte quella più palese, uno ha gli zombies e l’altro no, non ci trovo grandi differenze. Entrambe le serie sono scritte da due bravissimi sceneggiatori (i miei preferiti, uno in America e l’altro in Italia e vi giuro che è vero), entrambe sono anomale rispetto al western classico a cui siamo abituati (da Tex a Magico Vento, a Ken Parker, a Blueberry, a La Storia del West), entrambe pongono l’accento su aspetti inediti. Le differenze tra le due serie sono tante ma la cosa che le rende uguali è la qualità.

Quali sono i tuoi attuali progetti? Che cosa dobbiamo aspettarci da te nel prossimo futuro?
Al momento sto finendo un John Doe inchiostrato da Antonio Fuso (il numero 43), dopodichè ho per le mani ancora tre storie di Garrett da disegnare e da dicembre, su per giù, dovrei (a meno che non abbiano ripensamenti, gli americani) riprendere a disegnare Loveless con un arco narrativo completo di quattro o cinque parti (dal 16 in poi). Inoltre a fine ottobre escono il numero 17 di Dante, il primo dell’ultimo ciclo che ho fatto con Roberto e ne sono particolarmente contento (anche per la splendida cover di Carnevale), e il 12 di Loveless che chiude il ciclo iniziato da Frusin.

Una domanda ormai “nostra”: quali sono i tre fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un appassionato?
Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, qualcosa di Alan Moore (a scelta), The Invisibles.

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Copertina di Loveless 11, disegnata da Frusin
Tavola tratta da Detective Dante 3
Una tavola di Loveless 11
Una tavola di Loveless 11
Una tavola di Garrett