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Dal Gaijin a Fantomas: intervista a Luigi Bernardi

di Simone Satta

Per molti non avrai bisogno di presentazioni, ma vuoi comunque raccontare ai lettori di De-Code chi è Luigi Bernardi?
Uno che ha speso molto nel fumetto. Creando case editrici (L’Isola Trovata, Glénat Italia, Granata Press), collaborando con i massimi autori, almeno a livello europeo. Producendo riviste, albi, tendenze, che stanno ancora marcando il panorama attuale. Facendo crescere professionalmente molti ragazzi che oggi sono protagonisti del settore in veste di editori, curatori, traduttori, grafici e quant’altro. Uno, insomma, che ne ha fatte parecchie, e che peraltro detesta rispondere a questo tipo di domanda…

Per circa un ventennio sei stato un personaggio chiave per il fumetto italiano, anche se gli ultimi anni hanno registrato una tua volontaria uscita di scena. In un mondo come quello del fumetto italiano, dove chiunque abbia una minima cognizione del medium fumetto (e spesso anche chi questa concezione non ce l’ha) si improvvisa autore, tu, che pure hai respirato fumetti e prodotto fumetti per decenni, perché hai aspettato tanto tempo (considerando anche che, in quanto scrittore, le cose da dire non sembrano esserti mai mancate) per fare il tuo esordio?Quando ero editore, soltanto sporadicamente mi veniva voglia di scrivere qualcosa, ma poi ero così preso che non ci pensavo con la necessaria continuità. Ho cominciato a scrivere per davvero dieci anni fa, dopo la fine di Granata Press. In quel momento il mio interesse maggiore era lavorare sulla parola, sulla ricerca di uno stile, un modo di raccontare. L’idea di poter scrivere per il fumetto è arrivata dopo, così come è arrivata quella di poter lavorare per il teatro. Una serie di coincidenze fortunate ha fatto sì che potessi fare sia l’uno che l’altro. Non credo però che diventerò mai uno sceneggiatore professionista, non ho la necessaria concentrazione, mi piace molto di più poter variare di volta in volta ambiente, stile, personaggi. Al fumetto credo che riserverò la parte più giocosa della mia fantasia, quella capace di scivolare oltre ogni ostacolo, quella in definitiva che sto esplorando nel Gaijin e in Fantomas.

Com’è nata l’idea per la storia di Fantomas, inserita nell’antologia di prossima uscita per BD/Alta Fedeltà dedicata all’insuperabile genio del male, che segnerà il tuo esordio come autore nel campo dei fumetti?
Prima di tutto c’è stata la commissione dell’editore a Catacchio. E Catacchio che ne ha parlato con me. Conosco bene Fantomas, da ragazzo me li sono letti tutti nella edizione Mondadori da edicola, quella con le copertine di Kharel Thole. Recentemente ho anche tradotto integralmente, in collaborazione con l’amica Francesca Rimondi, il primo romanzo della serie, sempre per Mondadori che lo ha prima stampato nei Gialli e poi negli Oscar. Un Fantomas a fumetti presentava una serie di problemi non indifferenti. Ricreare un ambiente, per esempio. E anche ideare un colpo magistrale, di quelli che fanno strillare i giornali. Un’idea affascinante, ma che mi sembrava poco più di un esercizio di stile. Mi sono chiesto se non valesse la pena mirare più in alto. Allora ho avuto l’idea di ribaltare un po’ tutto. Di pensare a un Fantomas oggi, che agisce nella nostra contemporaneità, adottandone metodi e sistemi. Fantomas è uno scoperchiatore di ipocrisie. Il male assoluto che mette a nudo i malesseri della società. Un Fantomas contemporaneo sarebbe un terrorista. Di più: sarebbe il terrore dei terroristi, oltre che di coloro ai quali i terroristi mirano. Il mio Fantomas è il padre di tutti i terroristi, il terrore assoluto. E, siccome i tempi sono cambiati, e l’eroismo è ormai qualcosa di collettivo, non più di individuale, ecco che il mio Fantomas è una organizzazione, con un capo in qualche modo eletto dalla base, come la Chiesa cattolica e Al Quaeda. C’era poi una questione ulteriore che mi premeva: come sposare il mio Fantomas al fumetto? Perché Fantomas di colpo poteva diventare un personaggio dei fumetti? La risposta la si capisce leggendo la storia, in particolare l’ultima tavola, ma potrebbe essere sintetizzata in un sibillino: perché lo è da tempo, anche se non ce n’eravamo mai accorti.

Una costante della tua vita artistica è stato il personaggio del Gaijin, nato sulle pagine di Comic Art come tuo alter ego, rappresentante di un punto di vista spesso piuttosto critico nei confronti della realtà fumetto circostante. Piano piano il Gaijin ha acquisito quasi vita propria, pretendendo spazio fino a reinventarsi come personaggio assolutamente autonomo, protagonista di racconti e illustrazioni, di uno spettacolo teatrale e ora di brevi storie a fumetti. Parlaci un po’ del Gaijin, di come è nato e si è evoluto e di cosa gli riserva il futuro anche dopo il volume a lui dedicato recentemente edito da Black Velvet.
Per carattere e direi anche cultura mi piace sentirmi estraneo, partecipe ma in una posizione critica, osservatrice. Per questo alcune mie rubriche, per esempio su “Comic Art” ma anche sul settimanale politico bolognese “Zero in condotta”, avevano il contrassegno del gaijin. Intendevo dire che sì, ero io, ero presente, però in quel contesto mi sentivo anche un estraneo. Una posizione forse di comodo, ma necessaria per elaborare un punto di vista che fosse mio e solo mio, non coincidente con quello della testata che mi ospitava. Pian piano, mi sono accorto che il mio essere gaijin era diventato una costante in tantissimi momenti della vita, identificandosi in uno sguardo spesso impietoso sulla realtà che mi circondava. Allora ho cominciato a raccontarli, questi sguardi, accorgendomi quasi subito di essermi inventato una sorta di alter-ego letterario che funzionava per tantissime narrazioni. Ha funzionato nei racconti, ha funzionato nel testo teatrale, funziona nell’esperimento di dar vita a delle tavole autoconclusive a fumetti (le nostre “tavole domenicali”). Il gaijin è un punto di vista, un’emozione, che volta per volta s’incarna in un personaggio che li fa propri, reagendo o lasciandosi incantare. Da quando è uscito il libro, molti amici sono diventati pure loro dei gaijin, e infatti mi scrivono per suggerirmi situazioni gaijiniche alle quale hanno assistito o partecipato. Devo dire che questa sorta di delazione di massa ci sarà molto utile per le tavole domenicali e, chissà, per nuovi progetti che ci possono venire in mente.

Ha un futuro il Luigi Bernardi sceneggiatore di fumetti o riserverai la tua arte scrittoria, come hai fatto finora, al mondo della narrativa? Cosa c’è nel futuro (prossimo e meno prossimo) del Luigi Bernardi autore?
Intanto la prosecuzione di Fantomas. La storia che abbiamo realizzato per il volume di Alta Fedeltà è solo la prima di tre trittici composti ognuno di tre storie: la prova del nove, insomma. Il primo, già scritto, si chiamerà Habemus Fantomas. Il secondo, solo pensato, Delenda Fantomas. Il terzo ancora mi frulla in testa e non ha ancora un identità. Complessivamente saranno quasi duecento tavole, nelle quali porterò Catacchio a disegnare l’inverosimile, e lui a farmi immaginare ancora oltre…
Dopo Fantomas e le tavole domenicali del Gaijin, che mi diverto come un pazzo a scrivere, ho in mente qualcos’altro. Un progetto, abbastanza ben definito, si intitola La carriera criminale di Clelia C. ed è una storia si sviluppa in cinque capitoli di 24 tavole ciascuno. Con la storia sono abbastanza avanti, ma devo ancora decidere a chi proporne la realizzazione grafica. Poi ci sono altre idee che mi girano per la testa, compreso storie lunghe del Gaijin e altri esperimenti di tavole autoconclusive.

Come nasce e si evolve in te l’idea di una storia (non necessariamente a fumetti)?
Le idee quasi sempre si acchiappano, cortocircuitandole dalla cronaca, da gesti che si vedono fare per strada, dalle cose che si leggono o si sentono. I pensieri cominciano a correre, formano l’abbozzo di una storia. Lì quasi sempre mi fermo. Prendo appunti e li lascio riposare. Quando la storia non ne vuole sapere di starsene quieta in attesa che succeda qualcosa, vuol dire che è buona. E allora diventa urgente. Credo di avere imparato una cosa: la bontà di una storia è sempre proporzionale all’urgenza che hai di raccontarla. A quel punto però c’è un ulteriore dubbio da sciogliere: come raccontarla? Farne un romanzo, un racconto, un fumetto, un testo teatrale, qualcosa di adatto al cinema o alla televisione? Ecco, questo è il momento più esaltante, quello in cui la storia si presenta sotto varie forme e devi scegliere la più convincente. Sono ore di puro delirio, una sorta di casting mentale nel quale i personaggi, le situazioni, le stesse parole acquistano una faccia, una voce, delle movenze… Poi però c’è anche il caso di storie che, dopo essere rimaste a riposare a lungo, ritornano prepotentemente all’attenzione, magari in un contesto totalmente diverso rispetto a quando le si erano pensate. Mi è successo anche di recente. Da tempo avevo in mente di raccontare la deviazione del corso di un fiume. Non sapevo perché questo fiume sarebbe stato deviato, sapevo solo che sarebbe successo. Erano anni che ci pensavo, fino a che quell’episodio si è incastrato magnificamente nella storia di Clelia C., quella alla quale accennavo prima.

Nella tua vita artistica hai un rapporto privilegiato con Onofrio Catacchio, già interprete del tuo Gaijin e ora anche del tuo Fantomas: com’è nato il vostro sodalizio e come si è sviluppato nel corso del tempo?
Con Onofrio abbiamo una lunga frequentazione, dai tempi di Granata Press quando lui, abitando vicino alla sede, veniva sempre a pranzare al bar insieme a noi. Lui è sempre stato destinatario e protagonista delle nostre iniziative editoriali: ha scritto e disegnato Stella Rossa, ha illustrato testi di Cacucci e Marzaduri, ha fumettato il Coliandro di Lucarelli. Dopo che ci eravamo un po’ perduti di vista, un giorno è venuto alla presentazione di un mio libro, abbiamo parlato della possibilità di fare qualcosa insieme, l’abbiamo fatto. Prima il Gaijin e adesso Fantomas. Senza contare che insieme ci siamo dati ad ardite speculazioni nel ramo tessile, producendo le magliette del Gaijin (e presto anche quelle di Fantomas), e che sempre insieme e con altre complicità stiamo progettando qualcosa di televisivo decisamente all’avanguardia, almeno per quanto riguarda la televisione italiana. Insomma, con Onofrio c’è feeling.

Come detto più su, sei stato per molto tempo una figura chiave del panorama fumettistico italiano.
Sei stato non solo un editore che oggi non sarebbe sbagliato definire illuminato, che ti vede tra l’altro come l’iniziatore del fenomeno manga in Italia nonché come abile scopritore di talenti.
Perché a un certo punto hai deciso di chiudere la porta a quell’aspetto della tua vita? Hai mai avuto ripensamenti, voglia di rimetterti in gioco?

Il fallimento di Granata Press è arrivato alla fine di un periodo davvero stressante della mia vita, nel quale ho preteso troppo da me stesso e dalle persone che mi stavano intorno. Ho sentito il bisogno di tirare il fiato e, soprattutto, di propormi come autore e non più come produttore. Un vero e proprio rimettermi in gioco, insomma: la voglia di imparare cose che non avevo mai fatto prima. Al fumetto sono tornato pian piano, senza quelle forzature che qualcuno mi aveva chiesto (per esempio di rifondare Granata Press) e sempre mantenendo fede all’impegno di non avventurarmi più in imprese editoriali personali.

Quanto e come è cambiato (se è cambiato), secondo te, il mondo del fumetto dai tempi in qui tu esercitavi un ruolo attivo? Non parlo tanto dei cambiamenti più evidenti, quanto di quelli meno ovvi e oscuri ai più, che solo un addetto ai lavori può davvero avvertire.
Il cambiamento più macroscopico è stato il prevalere degli aspetti per così dire “ludici” o comunque spettacolari. C’è una spensieratezza che solo quindici anni fa era del tutto assente. E questo mi pare qualcosa di fortemente negativo, che peraltro rispecchia in tutto e per tutto i cambiamenti avvenuti nella società. Di contro avverto anche la robustezza di alcune sacche di resistenza, che sono numerose, articolate, solide: un controcamto indispensabile alla sopravvivenza stessa del fumetto. Perché se in un linguaggio nessuno sperimenta, quello s’incancrenisce e muore.

È una domanda a cui rispondesti già su Comics Code, ma il tempo è spesso foriero di cambiamenti…quali sono, secondo te, i tre fumetti che non dovrebbero mancare nella libreria di un appassionato?
Aspetta che vado a vedere cosa ho risposto l’altra volta. Ah, ecco: Le falangi dell’ordine nero, L’uomo che uccise Ernesto “che” Guevara e Tantrum. Sono ancora abbastanza d’accordo. Però, visto che mi è concessa la possibilità, aggiungo: Misterioso: mattino, pomeriggio e sera, di Jean-Claude Forest, e qualunque cosa di Tardi e di Al Capp.

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Luigi Bernardi
Copertina di Gaijin!, Edizioni Black Velvet
Estratto (inedito) da Le Domeniche Del Gaijin, “Una tazzina di caffè”
Illustrazione di Onofrio Catacchio
Illustrazione di Onofrio Catacchio