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Sentirsi completamente indipendente: intervista a David Lapham

di Nicola Peruzzi e Antonio Solinas

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Ciao David, e benvenuto su De:Code. Da qualche anno, lavori soprattutto su fumetti mainstream. Ma la tua opera più recente, Silverfish, nonostante sia stata pubblicata sotto etichetta DC/Vertigo, sembra come un ritorno a casa, almeno per le tematiche.

Già.

Parliamo di Silverfish. Sfogliandolo, è possibile riconoscere diverse influenze, non ultime i tuoi lavori indipendenti. L’ambientazione, infatti, mi sembra mutuata da una storia di Stray Bullets. Inoltre, la storia rimanda ai film di Hitchcock e di Lynch. Ci sono altre influenze che ci sono sfuggite? E, più in generale, quali sono le tue influenze?

Di sicuro sia Hitchcock che Lynch hanno avuto una grande influenza su di me. E un’altra grande influenza è Vonnegut. Popeye di Segar ha condizionato enormemente il mio modo di rapportarmi alle cose nel mio lavoro. Tendo ad apprezzare molto le storie che sfociano leggermente nell’Assurdo. In questo libro invece, (Silverfish, n.d.t.) giocano un ruolo importante i film horror un po’ stupidi degli anni ‘50. L’ambientazione, poi, non è proprio ripresa da Stray Bullets, ma si tratta di un’ambientazione romanzata ispirata ad una città vicino a quella in cui sono cresciuto – la stessa che, effettivamente, era stata “iper-romanzata” per diventare la città di Stray Bullets alla quale ti riferisci.

La tua dedizione a Stray Bullets è stata incredibile. Quanto è stato difficile restare concentrato su di un singolo fumetto per circa dieci anni? Com’erano le vendite? Erano abbastanza ampie da garantirti una buona sicurezza economica?

Beh, per molti anni sono state buone. Andavamo bene. Negli ultimi invece, a causa di una piccola flessione negativa dell’industria e dell’aver avuto figli – cosa che comporta molto meno tempo a disposizione – non siamo stati purtroppo in grado di continuare a pubblicare. Ma io continuo ad avere speranza, e questa è la ragione per cui non ho portato Stray Bullets da un altro editore. È mio, dannazione.

Dopo anni di autoproduzione con El Capitàn, la tua casa editrice, hai iniziato a lavorare per la Top Cow, la DC Comics, and infine la Marvel. Adesso lavori per il mercato mainstream a tempo pieno: potresti specificare le ragioni dietro a questa scelta?

Vedi sopra. Si tratta soltanto di ragioni puramente pratiche. Ma non pensare che non mi stia comunque divertendo. È grandioso lavorare su Batman e Spider-Man e su tante delle altre cose che ho realizzato. Terror, Inc., il mio attuale progetto in Marvel, è stato uno sballo. E, naturalmente, i miei lavori in Vertigo sono davvero molto vicini al vero me stesso. Sia Silverfish che, in modo particolare, Young Liars, sono la nuova evoluzione del puro Lapham.

Qual è lo status di Stray Bullets? Siamo fermi al numero 40. Sai già se e quando tornerai a lavorarci su? E cosa puoi dirci riguardo al tuo altro progetto, l’attesissimo The Paradox Man?

Vedi sopra, di nuovo. Si, mi sento malissimo a pensare di non essere riuscito a far uscire almeno il numero 41, che è il climax dell’attuale story arc. Ma è troppo difficile fermare il treno per 6-8 settimane, e dirmi che mi metterò a lavorare su quello. Non è per niente pratico, ora come ora. Lo so che è una cosa frustrante per molti, per me più di tutti. Ma allo stesso tempo, non è che sia morto. Ho trovato una strada per essere me stesso e far uscire quelle cose senza compromessi che credo mi rappresentino.

The Parallax Man era un’idea che avevo sviluppato come sceneggiatura. Mi sarebbe piaciuto moltissimo farne un fumetto. Una volta che avrò riaperto la El Capitàn e saremo a pieno regime, troverò un giovane e promettente disegnatore di cui potrò approfittarmi e uscirà (HA!). Sia la storia che l’universo sono già stati creati. Li adoro.

Nella pagina della posta di Stray Bullets, una volta dicesti che dal tuo fumetto non sarebbe mai stato tratto alcun film di merda. Penso però che lo stile di narrazione di alcune delle più recenti serie tv come ad esempio Lost, siano molto vicine a quello di Stray Bullets. Pensi che Stray Bullets potrebbe funzionare come serie tv, e perché?

Si, potrebbe. Penso che negli ultimi anni, la tv via cavo ci abbia mostrato come le serie tv siano in grado di reinventarsi ed essere sempre meno blande e più audaci. Più simili... ai romanzi. Hanno mostrato come possano essere dure tanto quanto un film, ma più estese, e raggiungere territori limite dove i film non possono arrivare. Dove possono arrivare i fumetti, in effetti.

Mi sembra che, con molti dei tuoi fumetti mainstream, cerchi di portare la tua personale visione fatta di crime stories e mystery nelle major. Faccio un esempio: la storia della famiglia Bastelli in Daredevil vs. Punisher, secondo me, è il vero e proprio fulcro della mini. È difficile evitare la longa manus degli editor, lavorando a modo tuo con le major?

No... I miei editor sono stati tutti dei grandi. Sanno bene chi sono e quello che faccio, e non possono rimanere sorpresi da quello che gli consegno. Direi che l’ostacolo più grande sono io, e come possa mettere insieme quello che so fare meglio con un concetto supereroico. Io i supereroi li amo. Ci sono cresciuto, con loro. Adoro i combattimenti senza tregua e le loro idee un po’ pazze. Come faccio inserire queste cose nell’albo e, contemporaneamente, fare qualcosa che sia mio e non una scazzottata trita e ritrita? Capisco anche che questi supereroi siano dei “marchi”, e, in quanto tali, sia dovere delle compagnie proteggerli. Lo so che non potrò mai avere un Peter Parker che si spara una dose di eroina. Lo so che Daredevil non uccide. Ogni tanto è frustrante. Per esempio, mi era venuta in mente una splendida storia per Batman sulla vita di Bruce Wayne da bambino al collegio, ma la DC non aveva alcuna intenzione di definire quel periodo di vita del personaggio in maniera specifica. Mi va bene.
E questo è anche il motivo per cui Terror, Inc. mi piace così tanto, perché è un personaggio che non troppa gente ricorda, e mi hanno lasciato un’enorme libertà di fare quello che volevo. Ma, di nuovo, tengo bene a mente che si tratta di un fumetto Marvel, parte di una linea di volumi basati sull’azione, quindi nemmeno ci provo a spingermi troppo oltre. Alla Vertigo, invece, con Young Liars, posso essere me stesso al massimo, sono io al 100%.

E ora, un po’ della tua storia come cartoonist. Potresti raccontarci dei tuoi esordi alla Valiant Comics?

Ho iniziato alla Valiant. La prima storia che ho disegnato si chiamava The Ultimate Warrior’s Workout, per il secondo numero di un magazine a fumetti sulla WWF (World Wrestling Federation, n.d.t.), che la Valiant aveva fatto uscire poco prima che l’universo supereroico diventasse predominante. Io ero terribile, ma per fortuna agli inchiostri mi avevano assegnato il leggendario Stan Drake, che faceva sembrare tutto più bello. Senza scendere troppo nei dettagli: sono stato alla Valiant per un annetto e mezzo circa, ed ho imparato un numero incalcolabile di cose da tutti i veterani che erano là dentro, soprattutto da Jim Shooter. Ed ho avuto la possibilità di creare o co-creare tonnellate di personaggi. Alla fine, tutto quello che era stato fatto è andato al diavolo quando hanno cacciato via Jim. Ma non saprei dirti quanto sono stato fortunato in un periodo come questo, in cui la gente viene presa e gettata a casaccio nel mondo, ad avere la possibilità di imparare e soprattutto di fare la gavetta nel mio mestiere. Non accade poi molto spesso. Forse oggi non accade proprio più.

Dopo questo, sei entrato a far parte dei fumettisti della Defiant. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Ho aiutato a fondare la compagnia. Ricordo davvero un bel po’ di cose, direi. Avevamo un sacco di buone idee, ma il mercato stava cambiando completamente e con una rapidità tale, che tutto ciò che ci aspettavamo quando abbiamo cominciato a lavorare, era diventato del tutto diverso nel momento in cui i volumi cominciarono ad uscire. Fondamentalmente, il mercato era affondato a seguito dell’implosione delle collector Image/Valiant. Non abbiamo neanche avuto il tempo mettere in piedi un universo, risolverne i problemi, e cose del genere. L’avevamo fatto in Valiant. Avevamo iniziato in sordina, nessuno stava a guardare, e, una volta che avevamo ottenuto una base solida, eravamo esplosi. Poi, naturalmente, qualcuno ha venduto la compagnia e l’ha trascinata negli abissi (mi riferisco alla Valiant, non alla Defiant).

Hai lavorato con una delle più controverse figure del comicdom, ovvero Jim Shooter. Ha sempre detto un gran bene di te, spesso definendoti un “nuovo Frank Miller”. Hai mai considerato un limite l’essere così spesso paragonato a Miller?

Come ho detto prima, Jim è un insegnante di valore incalcolabile, per quanto riguarda il medium fumetto. È una dannata forza della natura, ed è un cavolo di peccato che oggi non sia coinvolto di più nel mondo del fumetto. Non ne avremo mai abbastanza, di mestiere e di solido storytelling. La mancanza di queste due cose è ciò che più ha eroso il nostro sistema alla base, nel corso degli ultimi dieci anni e più.

Hai iniziato lavorando sui supereroi ma, dopo i tuoi anni passati alla Valiant/Defiant, non sei più tornato sulle maschere. Quand’anche lavori con gli editori di supereroi, scegli più i vigilanti urbani più lontani dai ragazzoni in spandex. Non sei proprio interessato ai supereroi “classici”? C’è qualche possibilità di vederti al lavoro su di essi?

Ma certo. Mi piacerebbe tentarmela con Superman. Molto dipende dalle circostanze. Non è che sto seduto a pensare “Hmm... Chissà come sarebbe il Dr. Strange nelle mie mani...”. Ho già fin troppe cose da fare che non stare a sognare ad occhi aperti su cose del genere. Ma se qualcuno mi dicesse “Ehi, vuoi fare una storia del Dr. Strange?”, accetterei e la prenderei come una sfida, e sarebbe divertente. È così che è venuto fuori Batman. E anche Daredevil. In un certo senso, non ci sto troppo “dentro”, coi ragazzi con grandi poteri.
Ci sono troppe spiegazioni dietro a... Thor... per esempio, e a tutte le cose che può fare. Batman è più facile. Saltella qua e là, sfracella di botte la gente, ha un sacco di gadget. Ed ha relazioni con le persone normali, di giorno. Questo lo capisco meglio.

Tu hai un legame del tutto particolare per le storie ambientate nella Provincia Americana dei tardi anni Settanta – metà anni Ottanta. Nei tuoi fumetti, gli scenari e gli ambienti sono vivi, palpabili, e si comportano come se fossero uno dei personaggi principali della storia. Quanto è effettivamente importante l’ambientazione, per te?

Molto importante. Tutto quanto si muove, nella mia testa. Anche le scene di combattimento. Provo ad utilizzare l’ambiente. Se i personaggi sono in una stanza d’albergo, il letto sarà un’ostruzione. La Tv potrebbe venire distrutta. C’è del liquore, nella stanza. Possiamo usarlo? Possiamo spaccare il cranio a qualcuno, con quella bottiglia? L’unico modo per rendere possibili queste cose, è creare l’ambiente. In Silverfish, le ultime 40 pagine sono in pratica un lungo finale in cui il killer insegue le ragazze in un parco divertimenti in riva al mare. Quindi, gran parte del divertimento sta nell’utilizzare tutto quello che hai e creare un certo tipo d’azione che possa aver luogo solo e solamente là.

Le cose che preferisco, nelle tue storie, sono i dialoghi – sempre crudi e realistici – e il tipo di narrazione prettamente cinematografica. Quanto tempo del tuo lavoro dedichi a questi aspetti? Più in generale, ci descriveresti il tuo processo di lavoro?

I dialoghi e la creazione delle scene sono le parti che mi divertono di più. Una cosa che talvolta si rivela essere frustrante è rendersi conto del fatto che hai uno spazio limitato, e che ci vuole tanto tempo per disegnare i fumetti, quindi tanti bei pezzi e scambi finiscono per essere tagliati. Ma spesso io inizio un fumetto o una scena semplicemente scrivendone il dialogo. Lavorando sugli scambi tra due personaggi. Li lascio semplicemente parlare. Devi fare in modo che i pezzi divertenti, quelli taglienti e quelli descrittivi vengano da sé, finché non trovi il nocciolo della scena. Poi devi tornare sui tuoi passi, e tagliare il 90% di quello che hai scritto. Spesso gli autori tendono ad scrivere troppo, in questa fase. Devi soltanto essere consapevole che non puoi tenere tutto quanto. E non ti puoi dimenticare della parte visiva, se sei anche un disegnatore. Io sono consapevole che, nel momento in cui arrivo alla fase dei layout e incomincio a creare gli ambienti di cui si parlava prima, taglierò ulteriormente i dialoghi e troverò delle soluzioni visive che permettano ai personaggi di esprimersi da soli. Comunque, la parte più divertente è scrivere le scene.

I Crime comics sembrano essere diventati il sottogenere principale dei comics in questi ultimi tempi (anche nei fumetti di supereroi). Trovo che molti di questi siano abbastanza noiosi o poco ispirati. Visto e considerato che non è il tuo caso, quanto è difficile uscire con qualcosa di nuovo che non ricordi gli altri crime comics che si trovano in libreria?

Non ci penso. O meglio, ci penso quando faccio supereroi. Quando scrivo Spider-Man o Batman, me lo chiedo. Come posso fare in modo di accoppiare me stesso e i supereroi senza dare alla gente una storia che non sia generica sul loro eroe favorito? Ma su Stray Bullets o Silverfish, o Young Liars, o anche Terror, Inc., dove mi viene concessa un’enorme libertà, io faccio solo “la mia roba”. Scrivo dei piccoli drammi di persone incasinate e problematiche, e dopo applico ad essi tutte quelle cosette divertenti delle crime stories. Credo che quello che cerco di dire sia che ritengo che le mie storie siano uniche, perché sono molto simili a me. Puoi odiarle, ma non puoi copiarle.

Hai vinto due Eisner per Stray Bullets e hai ottenuto una nomination per una storia breve di Matrix. Quanto è importante per un fumettista indipendente vincere uno di questi premi? Hanno influenzato il tuo lavoro in qualche maniera?

La mia opinione sui premi è che siano un po’ stupidi. Non stiamo facendo sport, non è una gara. Comunque sono piuttosto divertenti, di solito come scusa per mostrarsi indignato durante una piacevole cena con gli amici: “Ma ci crederesti che quel pezzo di merda ha preso il Miglior Quelchetipare?”. La maggior parte dei premi si basa più sulla popolarità che sulla qualità. Non voglio dire assolutamente che i vincitori dei premi non se li meritino, ma solo che spesso, quando c’è una rosa di cinque nominati grandiosi, l’albo che vende di più – e per questa ragione il più conosciuto dalla maggior parte dei votanti – si ritrova quasi sempre a vincere.
Quindi la mia opinione è sempre stata che i premi sono piuttosto stupidi, ma fintanto che li consegnano... ne voglio uno! Non so se significhi qualcosa, alla fine la mia paga non è raddoppiata. E le mie vendite nemmeno. Ma per lo meno ho l’opportunità di esaltarmi nelle biografie con frasi tipo “Il Premio Eisner David Lapham, nato in un campo minato in Viet Nam... ecc...”.

Secondo te, cosa significa oggi essere un autore indipendente?

Dipende da cosa intendi dire. Avendo lavorato per lo più come freelance per i ragazzoni negli ultimi anni, un sacco di gente non mi considera un granché autore indipendente. Ma io mi sento davvero un autore indipendente. Mi sento così perché, non importa su cosa stia lavorando, io non sono assolutamente capace di creare una storia che non sia la mia. Una storia di David Lapham. E per questa ragione, mi sento completamente indipendente.

Credi che si sia ancora spazio per l’autoproduzione nel mercato americano?

Si, ma è difficile. Io non mi sono mai “autoprodotto”, perché alla pubblicazione ha sempre pensato Maria. Ma anche in un “gioco a due”, o in una situazione di piccola editoria, devi investire un’enorme quantità di energia e di impegno per riuscire. O al massimo devi sperare in qualche accordo con Hollywood per poter continuare ad andare avanti. Il mercato è sempre più piccolo, quindi devi lavorare ancora più duramente e fare sempre gli stessi soldi. E se non mantieni sempre la stessa consistenza o se non hai lo stesso rendimento, la base dei tuoi fan si sgretola. E non prendiamoci in giro: disegnare un fumetto, porta via del tempo. E se cali, la gente se ne accorge, e tu perdi fan. Diavolo, se cali, sarai tu il primo ad accorgersene, e perderai la motivazione necessaria per fare il tuo libro. Il tempo è il peggior nemico.

Naturalmente puoi anche ridefinire il successo e dirti “non voglio guadagnarmi da vivere e basta facendo questa roba, voglio solo esprimere me stesso senza alcuna interferenza. Voglio qualcosa che sia mio”. A quel punto hai sempre accesso alla stessa distribuzione, ai tipografi, a internet, ecc...

Quali sono le differenze tra scrivere le tue cose e scrivere storie di personaggi che appartengono ad altri?

Credo di aver già risposto sopra a questa domanda.

Leggi ancora fumetti? Cosa ti piace in particolare?

Quando avevo sedici anni, lavoravo da un gelataio, e allora ho smesso di mangiare gelato. Ora, non è per essere cattivo, ma ho due bambini e lavoro nei fumetti... praticamente tutto il tempo, quindi le gite in fumetteria sono diventate, se non altro, infrequenti. A meno che qualcuno non mi dia un’indicazione particolare o uno dei miei amici mi spedisca la sua roba, direi che sono un po’ fuori dal giro.

Sai nulla della scena fumettistica Europea? E conosci qualche fumetto italiano?

No, sto aspettando che tu mi dia un’indicazione.

La nostra ultima domanda di rito. Cita i tre fumetti che chiunque dovrebbe avere in libreria.

1. The Complete E.C. Segar Popeye

E dato che non posso dire Popeye tre volte e citare Stray Bullets sarebbe immodesto:

2. Palomar “The Heartbreak Soup Stories” di Gilbert Hernandez

3. Io ce li ho tutti in albetti, ma esisterà per caso una Complete Frank Miller Daredevil? È la serie che mi ha fatto decidere di lavorare nei fumetti. Se non esiste, allora devo dire Watchmen. Un Alan Moore al suo picco nel decostruzionismo supereroistico, e un Dave Gibbons davvero incredibile. E anche il colore è fichissimo. Mi mancano i tempi delle colorazioni artigianali, prima dei computer.

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La notte degli Eisner dell´87. Da sinistra Evan Dorkin, Sarah Dyer, Maria e David Lapham
La cover del secondo numero di Harbinger della Valiant
Cover del primo, storico numero di Stray Bullets
Una tavola da Stray Bullets, in cui Amy Racecar incontra Toshiro Mifune
Una tavola dalla storia di Matrix scritta e disegnata da Lapham, e nominata per l´Eisner Award
Cover di Ramon Bachs per City of Crime, la maxiserie di 12 scritta da David Lapham
Cover della miniserie Daredevil vs. Punisher: Means and Ends, inedita in Italia
Interni di David Aja per il Giant Size Wolverine #1, scritto da Lapham
Cover di Jelena Djurdjevic del numero 1 della miniserie Terror Inc., che vede David Lapham ai testi e Patrick Zircher alle matite
Cover di Mike Mignola per Tales of the Unexpected. Lapham ai testi, Eric Battle ai disegni
Cover della graphic novel Silverfish, in cui Lapham torna alle matite dopo anni.
Una delle tavole interne di Silverfish, edito da Vertigo e presto in Italia per Planeta DeAgostini
Una delle tavole del recentissimo Young Liars, che vede, oltre ai testi e i disegni di David Lapham, l´ottima colorazione di Lee Loughridge