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Un benefico elettroshock: intervista a Ausonia

di Nicola Peruzzi

Ciao Ausonia. Nel corso dell´ultimo anno, più o meno dall´uscita di Pinocchio, hai raggiunto un picco di notorietà decisamente elevato. Una crescita che, tra l´altro, pare non fermarsi. Non tutti sanno però che il tuo esordio risale a più di dieci anni fa. Potresti parlarci di come hai iniziato a lavorare nei fumetti?

Erano i tempi in cui frequentavo ancora l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Avevo neanche vent’anni. Una mattina si è presentato in aula un art director che aveva visto i miei lavori non so dove e mi ha proposto di lavorare per lui sulla sua rivista. E poi… da lì è iniziato tutto quanto. Ho lavorato come illustratore e fumettista per molti anni. Ma la pittura era la mia vera vocazione. Fare l’illustratore lo consideravo un lavoro di serie b… davvero. Mi chiedevo continuamente quando avrei smesso definitivamente per dedicarmi solo ai miei amati quadri. E più volevo dipingere per le gallerie più il mio lavoro di illustratore cresceva. Non sopportavo questa cosa. Mi sembrava una tortura. La vivevo come un’ingiustizia profonda. Anni di pura frustrazione. Poi arrivarono i primi fumetti per riviste a diffusione nazionale e poi una lunga collaborazione con Blue. Con fumetti decisamente non-erotici. Tanto che i lettori si lamentavano sempre. Volevano più Baldazzini, più Saudelli, meno Gipi, meno me. E io un po’ ero d’accordo con loro. Non mi sono mai sentito troppo fumettista. Mi piaceva la fotografia, la pittura… il fumetto era un modo per evitare di fare il cameriere in qualche ristorante del centro. Era un modo comunque per guadagnare soldi tenendo la matita in mano. Frustrante. Lo so. E la situazione era paradossale, me ne rendo conto, perché molti mi invidiavano, ero giovanissimo e “costretto” a fare fumetti. In tanti avrebbero pagato per essere al mio posto. E io? Io sognavo le gallerie d’arte. Davvero assurdo. Adesso, se ci ripenso, mi viene un po’ da ridere. Lo ammetto. Ma quello fu anche il motivo che nel ’98 mi portò a smetterla col fumetto. non mi soddisfaceva. Ci sono voluti otto anni per riprendere in considerazione l’idea di tornare a fare fumetti. E motivazioni diverse. Ma senza quella lunga pausa chiarificatrice, non avrei fatto questi miei libri di cui stiamo parlando.

La presentazione del tuo nuovo lavoro, Beauty Industries, è coincisa quest´anno (così come l´anno precedente per Pinocchio) con Lucca Comics. Una Lucca che ha visto il record di 91000 ingressi. Vuoi parlarci della tua esperienza fieristica come autore, magari confrontandola anche con le convention estere che hai frequentato?

Lucca sta crescendo. Le ultime due edizioni le ho trovate molto buone. Anche se le mostre mercato sono quello che sono… insomma: si va lì per vendere libri. È una sorta di mercatino. Spero che nei prossimi anni si sviluppino spazi performativi, in cui gli autori possano fare cose dal vivo, esercitare la creatività in modo più libero. Invece, ora come ora, un autore sta inchiodato allo stand a fare centinaia di disegnini sui libri… e devo dire che alla lunga è noioso. Noioso. NOIOSO.

Dopo Pinocchio, esce P-HPC. Questo volume è nettamente diverso rispetto al precedente, sia per la forma narrativa sia per le tecniche che hai usato per realizzarlo, che mescolano fumetto, illustrazione digitale e fotoromanzo in maniera mai fine a sé stessa, ma che anzi è al servizio della storia che racconti. Come è nata in te la necessità di esprimerti in questa pluralità di forme diverse?

Non lo so. Non è “nata”. È in me da sempre. Onestamente: non mi sono mai posto il problema. Vedi, non essendo mai stato un gran lettore di fumetti, ho un approccio abbastanza naïf verso questo media. Un approccio assolutamente dadaista. Per me una storia è una cosa che va disposta su delle pagine bianche di un libro. Come disporla è un’invenzione costante. E molto affascinante, che mi coinvolge totalmente. È un lavoro di testa ma anche di pancia. Perché ogni storia ha bisogno di essere raccontata usando in modo appropriato e singolare quelle pagine. Una volta con un’amica abbiamo ipotizzato un libro a fumetti con delle vignette mancanti da comprare separatamente come fosse un album di figurine… e se non scambi le tue figurine/vignette con i tuoi amici… non saprai mai come andrà a finire quella storia. Con Bloom, invece, da mesi stiamo lavorando all’idea di creare un libro all’interno di una scatola di biscotti, di quelle di latta che avevano i nostri nonni… non mi interessa il fumetto con le sue regolette del cazzo da rispettare e le sue formulette narrative collaudate da nerd. ‘ste stronzate le lascio fare ad altri.

L´imminente DDV sarà un fotoromanzo. Non hai paura che con questa ulteriore evoluzione potresti allontanarti irrimediabilmente dal ”fumetto”, inteso in senso letterale? Mi spiego meglio: non ti viene mai il dubbio di stare facendo qualcosa che va troppo oltre quello che il lettore percepisce come fumetto?

DDV (a differenza di P-HPC) sarà più simile ad un racconto illustrato che non ha un fotoromanzo. Ma capisco quello che vuoi dire e la risposta è: non importa. Non importa nulla. Qualsiasi lettore di fumetti non ha avuto nessuna difficoltà a leggere P-HPC. Perché quella storia, anche se se ne sbatte altamente dei parametri classici del fumetto, è una storia comprensibile. E questa mia volontà di essere comunicativo, è alla base del mio lavoro. E a quel punto puoi cambiare le regole quanto vuoi ma ciò che fai rimane una storia da leggere. Facile.
P-HPC va assolutamente troppo oltre quello che un lettore di Zagor può aspettarsi da un fumetto. È vero. E questo mi sembra semplicemente fantastico. Alcuni lettori mi hanno ringraziato per avergli regalato uno spazio in cui è concentrata una così ampia libertà espressiva. Erano scioccati! Eh! una sorta di benefico elettroshock… Del resto, da lettore, quando entro in una libreria, mi vado a cercare cose bizzarre. Ad esempio adoro i libri per l’infanzia, quelli che si aprono a fisarmonica, con le illustrazioni che si alzano dalla pagina anche di 30 centimetri. Sarebbe straordinario un fumetto così. Sarebbe magnifico. Mi piace quando un libro riesce a sorprendermi per l’intelligenza con cui è fatto.

Quali sono state e quali sono, anche rispetto all´evoluzione stilistica che hai seguito nel corso degli ultimi anni, le tue principali fonti di ispirazione?

Bé, ci sono autori davvero illuminati in giro. Perseguono la loro idea con coraggio e questo ti porta inevitabilmente a stimarli profondamente. Ma le vere fonti di ispirazione, per me, non vengono da loro, ma da tante altre cose. Ciò che mi capita vivendo è una fonte inesauribile di spunti creativi, ad esempio. Il punto è che i fumetti mi piacciono ma evito di leggerne molti per tutelarmi proprio dalle influenze che potrebbero derivare. Voglio mantenere una certa verginità rispetto questo mezzo ed essere abbastanza ignorante e poco aggiornato su quello che viene prodotto dagli altri autori… mi aiuta a non essere influenzato. A rimanere me stesso con la mia ingenua idea di “libro ibrido” da portare avanti.

Parlaci un po´ della tua ultima fatica, Beauty Industries. Una bella e toccante storia muta, fortemente espressionista, raccontata con un delizioso stile retrò. Anche questa affronta i temi del dualismo tra tecnologia e umanità, del progresso e del domani, temi che si rivelano essere centrali nella tua produzione.

Sono temi centrali nei miei libri perché sono centrali nella nostra vita. È molto semplice. Anzi, tutto sommato trovo strano che il fumetto, in genere, si occupi poco di tematiche che ci riguardano così tanto. A differenza del cinema, la letteratura… che generalmente sono più ancorate a tematiche contemporanee. Il fumetto, purtroppo… è ancora visto quasi esclusivamente come intrattenimento per ragazzini. E ragazzini neanche troppo svegli. Beauty Industries è nato dalla voglia di fare una cosa piccola. Dopo aver concluso P-HPC ero esausto. Totalmente svuotato. E molto stanco. Farlo è stato come realizzare dieci libri per la Pavesio. Un lavoro interminabile. Quindi avevo voglia di fare qualcosa di davvero minimale. Se P-HPC è stato la mia Cappella Sistina, Beauty Industries volevo che fosse un quadro di Jackson Pollock. Un’azione spontanea e diretta senza ripensamenti. Ha richiesto due settimane di lavoro. Né un giorno di più né uno di meno. Allo stesso tempo non volevo farne semplicemente un bell’oggetto. Volevo comunque raccontare una storia che facesse pensare a delle cose precise.

Beauty Industries, parlando un po´ dei tuoi progetti futuri, diventerà una collana. Puoi anticiparci alcune delle sue caratteristiche?

Sì. L’idea è semplice: una collana di libri diversissimi fra loro. Dovrebbe uscirne uno ogni sei mesi. In ogni libro cambia tutto, approccio, personaggi, tecniche di realizzazione. Resta solo il formato. E questo mi permetterà anche di creare delle collaborazioni con altri autori che stimo. Questa collana sarà una sorta di giocattolo, per me.

Puoi dirci qualcos´altro sui tuoi progetti futuri? Oltre a DDV, ABC e Toyz, che altro bolle nella pentola di Ausonia?

Ehi! Non ti sembra abbastanza?! Si tratta di libri che mi terranno impegnato per almeno un anno…
Sì, bolle anche tanto altro. Ma è presto per parlarne.

Sei stato pubblicato da Vittorio Pavesio e da Imatra Bloom, so che sarai pubblicato presto da altri editori, editori completamente differenti per dimensioni e catalogo. Qual è stata la tua esperienza con essi, con quale ti sei trovato meglio e per quale ragione?

Il mio rapporto con gli editori è sempre buono. Io propongo un libro. se accettano di farlo senza interferire col mio lavoro, bene. Altrimenti non se ne fa nulla. Semplice. Quindi nel momento in cui accettano, non c’è nessun problema. Nel mio lavoro non voglio interferenze di alcun genere.

Dai tuoi lavori traspare notevole l´attenzione che dai al supporto nel quale il tuo fumetto è realizzato, mi riferisco in particolare alla scelta dei materiali, al design delle opere e via discorrendo. Quanto giudichi importanti questi aspetti nella realizzazione di un´opera?

Sono fondamentali. Perché, come dico spesso, un libro racchiude una storia che cominci a leggere dalla copertina. Quindi ogni elemento è funzionale a ciò che stai raccontando. È per questo che curo ogni aspetto del libro, dalla grafica al lettering, alla copertina, all’impaginazione. Ogni cosa. L’editore deve solo portare i miei dvd in stampa, senza doverci fare nessun tipo di lavoro redazionale. E spesso, sono presente anche lì. In tipografia.

Che cosa leggi attualmente? Che genere di fumetti o libri segui, e quali autori in particolare?

Nessun fumetto in particolare.

La nostra classica domanda finale. Quali sono i tre fumetti che chiunque dovrebbe leggere?

Non ne ho la più pallida idea.

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Copertina di Beauty Industries
Una commissione di Pinocchio
P-HPC, ovvero Post Human Processing Center
Un´immagine dall´Art Book pubblicato da Vittorio Pavesio
Un´altra immagine da P-HPC
Una tavola da Beauty Industries
Una tavola da ABC, di prossima pubblicazione
Un´immagine da Toyz