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L´Arte di Essere Imbranato: intervista a Jeffrey Brown

di Antonio Solinas

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Ciao Jeffrey. I tuoi fumetti non sono ancora stati pubblicati in Italia. Vuoi presentarti ai nostri lettori?

Dopo avere smesso di tentare l´ingresso nelle ´belle arti´, è da quasi sette anni che disegno fumetti. Ho iniziato disegnando storie autobiografiche, ma da allora mi sono allargato a fare fumetti con più humour e parodie. I miei fumetti autobiografici sono conosciuti per il loro gusto dolce-amaro e per i disegni schizzati, e per una certa attenzione alle relazioni interpersonali, anche se questo è un po’ cambiato.

Da quanto tempo ti è venuta la voglia di fare fumetti? Come hai iniziato?

Sono cresciuto leggendo e disegnando fumetti, ma ho smesso nel momento in cui sono andato al college. E mi sono accorto solo al momento in cui sono andato all’Università per ottenere un master in Belle Arti (MFA in originale, N.d.T.) che il mondo dell’arte non mi attraeva quanto quello dei fumetti. Ho iniziato a disegnare fumetti cercando di ricatturare la gioia che provavo nel disegnarli da bambino, ed allo stesso tempo cercando di creare arte che fosse un’espressione più diretta dell’esperienza umana di quanto non fosse molta di quella che vedevo intorno a me a scuola.

Ho letto che le tue influenze sono state molto varie, dagli X-Men ai fumetti indie. Come hai sviluppato il tuo stile, sia a livello di scrittura che di disegno?

Durante la crescita, sono stato un grande fan di Arthur Adams fan, tanto che forse ne scimmiottavo lo stile; più tardi mi sono innamorato dei fumetti di Moebius, che è diventato per me una grande influenza. Dopo aver smesso di leggere fumetti nel periodo del college, le mie influenze artistiche sono state basate soprattutto sulle belle arti, specialmente l’espressionismo, e artisti come Charlotte Salomon, seguita più tardi da artisti più contemporanei come Pettibon e David Shrigley. Quando ho ripreso a leggere fumetti, i miei riferimenti più importanti erano probabilmente Chris Ware, Dan Clowes, Julie Doucet e Chester Brown, in termini proprio del processo di realizzazione dei fumetti, e poi in termini visuali specifici. In molti modi, il mio stile si è sviluppato sia come responso a certe cose che, in maniera primaria, come un modo di comunicare le mie idee e sentimenti nella maniera più immediata possibile.

Alcuni anni fa, qualcuno con uno stile come il tuo avrebbe faticato parecchio a farsi accettare. Ti è mai capitato di sentirti frustrato da quelli che non capivano i tuoi presupposti? È stato facile trovare un editore?

Ho iniziato con l’autoproduzione, dopo che tutti gli editori indie avevano rifiutato il mio fumetto Clumsy, soprattutto perché sentivano che Clumsy non avesse uno stile che potesse vendere abbastanza da compensare il rischio di pubblicarlo. Dopo l’autoproduzione (e dopo una buona accoglienza), la Top Shelf si è offerta di prendersi carico della pubblicazione del mio lavoro, anche se avevano già distribuito la versione autoprodotta. Anche ora ci sono un sacco di persone alle quali non sembra piacere il mio stile, ed alle volte questo è frustrante, ma cerco di tenere a mente che a non tutti può piacere tutto. Penso che il mio stile viene da un background di arte e poesia, laddove molti lettori di fumetti in America hanno una certa parzialità verso un immaginario grafico fortemente decorativo o molto stilizzato.

Le tue opere sono fondamentalmente autobiografiche. Quali sono le ragioni di tale scelta e le maggiori sfide nell’affrontare il formato autobiografico?

La scelta è stata inizialmente dettata come modo contrastare in qualche maniera quelle ‘belle arti’ che secondo me non avevano proprio niente da dire riguardo all’esperienza umana – un’arte che sembrava tutta basata solo su idee concettuali, e incestuosa, nel senso che si riferiva solo all’arte, tutta rivolta verso se stessa. Per cui volevo fare cose che fossero il più vere e oneste possibile. Perché sono rimasto attaccato all’autobiografia è difficile da dire. È diventato un atteggiamento quasi compulsivo, e mi è rimasta una certa quantità di storie da raccontare, dopo di che sarò pronto a passare a qualcos’altro.

Hai mostrato anche molta affezione per il genere supereroistico, e questo non è comunissimo fra i fumettisti indie. Quale contributo volevi dare con Bighead?

Bighead era basato sul tentativo di riportare il divertimento nei supereroi, e sull’amore incondizionato per i fumetti che leggevo da bambino. Volevo ricreare un senso si gioia e meraviglia nei confronti dei supereroi, che spesso ora sentono il bisogno di essere sempre seriosi e di spiegare tutto in maniera precisa.

Parliamo di Clumsy e degli altri libri che formano la Girlfriend trilogy. Quando ti è venuta l’idea della trilogia?

Le trilogie sono belle, mi sono sempre piaciute. Non avevo ancora iniziato il primo tomo con l’intenzione di dedicarlo solo alla relazione, ma è così che è andato avanti mentre scrivevo. Il secondo tomo riguardava la perdita della verginità, che era un argomento che volevo affrontare nella mia arte da un bel pezzo, ma non sapevo come fare. Dopo i primi due libri, il terzo era un modo di mettere in discussione quanto fosse intima la mia relazione, e pure di fare un parallelo con le persone che leggevano i miei libri e quanto mi conoscevano bene. Dopo questi tre libri, ho creato Every Girl Is The End Of The World For Me come una specie di epilogo, per mettere fine ai miei fumetti centrati sulle relazioni.

Per essere onesti, sono rimasto a bocca aperta per l’ammirazione e allo stesso tempo spaventato da quanto tu sia stato brutalmente onesto con Clumsy. Come ti sei avvicinato al fumetto e ti sei mai sentito a disagio con una rappresentazione di te stesso così aperta?

Quando stavo disegnando quel fumetto avevo ancora il punto di vista delle belle arti – il fumetto è tutto disegnato su uno sketchbook nuovo, in modo che poi ci fosse una corrispondenza fra lo sketchbook ed il fumetto. Per cui non avevo proprio immaginato che ci sarebbero state tante persone a cercare il fumetto quante ce ne sono state. C’è anche il senso che, siccome sono stato così brutalmente onesto, è difficile essere troppo critico. Due cose che mi hanno sempre sorpreso sono che la gente raramente mette in discussione quanto io dica la verità nel fumetto, e che le critiche di solito hanno a che fare con il mio personaggio come persona piuttosto che con la forma del fumetto o persino di quel personaggio all’interno del contesto del fumetto.

Dopo Clumsy, hai realizzato Be A Man, una specie di parodia di Clumsy. Perché hai sentito il bisogno di fare ciò? Era una presa in giro dei lettori superficiali o il risultato del bisogno di evitare di essere categorizzato?

Pensavo fosse divertente che la gente avesse tutte queste forti reazioni al mio personaggio, e che la gente avesse queste ideone rispetto alla virilità, apparentemente, per cui scrissi la versione originale di Be A Man in un paio di giorni nel mio sketchbook e ne feci una piccola tiratura come minicomic. La gente lo ha amato, per cui l’ho ridisegnato ed espanso. Una parte di me probabilmente ha bisogno di questa facile scorciatoia per mostrare che sono molto più complesso e non così monodimensionale come mostrato in Clumsy, e una parte di me probabilmente si è soltanto divertita a fare qualche scherzo.

Dopo il completamento della tua Girlfriend trilogy, quali sono i tuoi progetti futuri? E quelli attuali?

Ho in programma alcuni altri fumetti autobiografici, forse alcuni libri per bambini e una serie trimestrale di libretti per la Top Shelf che presenteranno altre storie di Bighead e simili, soprattutto lavori di fiction comica e parodie. Il libro su cui sto lavorando ora si chiama Funny Misshapen Body e racconta di un periodo dalla high school fino alla art school, una specie di memoriale di come si diventa un artista.

Al momento, in Italia c’è un grande dibattito sulla forma della graphic novel e sulla contrapposizione graphic novels contro serial comics. Quali sono le tue opinioni in proposito (dato che hai lavorato soprattutto sul format della graphic novel)? Saresti interessato ad avvicinarti al fumetto seriale? E a lavori nel mainstream?

Ho pensato alla forma seriale, e mi piace in molti casi leggere fumetti seriali, ma per il mio lavoro preferisco lavorare sui libri. Penso che quello che fa Chris Ware – dove la serializzazione stessa è effettuata in forma di volumi - è un bel modo di portare avanti le cose, e sono sorpreso che non ci siano più persone che si sono mosse in quella direzione. Penso che il dibattito, che serpeggia anche qui, sia piuttosto sciocco. Certamente, è stupido fare i militanti sul tenere in vita fumetti in forma di pamphlet quando il mercato stesso non riesce a supportarli. E, in ogni caso, i racconti in prosa prima venivano sempre serializzati sulle riviste, e nessuno ha più problemi ora che i racconti escono in un solo colpo. Per alcune storie il formato seriale funziona bene, per cui spererei che le persone siano in grado di volere quello che è meglio per la storia, che sia in segmenti o tutta insieme non importa. Per quanto riguarda il lavoro mainstream, mi piacerebbe ancora coronare il sogno giovanile di disegnare un giorno un fumetto Marvel, per cui forse a un certo punto avrò la possibilità di avere un’opportunità del genere.

Parlando con altri creatori americani, viene fuori che sembrano avere una percezione dei fumetti europei come molto artistici e creativi. E tu? Sei in contatto con la scena fumettistica europea? Sai niente dei fumetti italiani?

Sono in contatto con essa, date le mie visite ad Angouleme e ad alcuni altri festival fumettistici europei. Penso che molti autori di qui fissino l’attenzione su quei libri artistici e creativi, e non si rendono conto di quanta produzione di genere c’è nei fumetti europei. La maggior parte della mia conoscenza deriva da ciò che è facilmente disponibile qui - Milo Manara, ovviamente, e alcuni altri artisti di Heavy Metal. Mi piace il lavoro di Gipi e sono contento che sia ben accettato qui negli Stati Uniti. E conosco l’antologia Canicola, di cui mi sono piaciuti quegli episodi che ho letto, dopo aver incontrato Amanda Vähämäki, anche se lei viene originariamente dalla Finlandia.

Leggi ancora fumetti? Cosa ti piace?

Leggo tutto quello che posso. Ware, Clowes,Chester Brown e Julie Doucet restano fra i miei preferiti, e leggo probabilmente l’85-90% di tutto quello che esce per Drawn&Quarterly, TopShelf e Fantagraphics, così come qualunque altro fumetto indie che mi sembra interessante. Ho riiniziato a leggere fumetti mainstream, soprattutto tutto quello che Grant Morrison scrive ultimamente.

La domanda con cui chiudiamo sempre: i tre fumetti che bisognerebbe assolutamente leggere…

Jimmy Corrigan di Chris Ware
Eightball #23 di Dan Clowes
Louis Riel di Chester Brown.

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