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Modi diversi per raccontare storie diverse: intervista a Bryan Talbot

di Nicola Peruzzi

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Ciao Bryan. In una vecchia intervista che abbiamo fatto a suo tempo su Comics Code, ci hai detto che stavi cercando di raggiungere lo storytelling perfetto, qualcosa che fosse chiarissmo. Otto anni dopo la pubblicazione di Cuore dell’Impero, hai realizzato Alice in Sunderland, qualcosa di totalmente differente rispetto a tutto ciò che hai fatto fino ad ora, sia narrativamente che graficamente. Ritieni di aver raggiunto la perfezione alla quale ambivi?

No, non la raggiungerò mai. Alice è un libro completamente diverso da quello che era La Storia del Topo Cattivo, e proprio per questo richiedeva tante modalità diverse per raccontare le diverse storie in esso contenute. Come ben sai, il Topo Cattivo era una storia piuttosto semplice, lineare, e gli si confaceva uno stile realistico, la linea chiara. Alice non è una storia unica, ma letteralmente decine di storie all’interno di un libro. Il volume parla infatti di storie e storytelling, ed ogni singola storia è raccontata nello stile che gli è più conveniente. Per esempio, racconto una ghost story nello stile delle storie horror anni ’50. La storia di un drago è realizzata come se fosse un fumetto in stile Victorian Arts and Crafts. Una sequenza ambientata in Marocco, è raccontata alla maniera di Herge, e così via.

Quando hai iniziato a concepire l’idea di Alice in Sunderland? Potresti descriverci il libro?

Per circa venti anni ho desiderato scrivere un libro che avesse per soggetto Lewis Carrol e Alice. Infatti, il secondo fumetto che abbia mai fatto, nel 1976, era un omaggio parziale ad Alice – Attraverso lo specchio: Ma non ho avuto chiaro come affrontare l’argomento finché non mi sono trasferito qui nel Sunderland, all’incirca nove anni fa. Quando sono giunto qua, ho scoperto che non solo Lewis Carrol, ma anche Alice Liddell – la “vera” Alice – avevano legami considerevoli con questa zona. Carroll in particolare, trascorse un sacco di tempo in città per oltre trent’anni, e proprio qui scrisse alcune parti del libro di Alice, tra le quali il Jabberwocky.
La struttura del libro è una performance teatrale nel palco del Sunderland Empire – un “Palazzo delle Varietà” edoardiano, un music hall. E questa è una delle ragioni per cui il libro è una “varietà di performance”. Entri nel teatro all’inizio e lo lasci alla fine. C’è un gran finale teatrale, e persino un bis. C’è anche un intervallo, nel mezzo, quando si va al bar. “L’Attore”, un’incarnazione di me stesso, si rivolge al lettore direttamente dal palco. E i risguardi sono i tagliafuoco. All’interno di questa struttura, racconto le storie e faccio dei riferimenti al medium – che sarebbe, appunto, il fumetto – che sto usando per raccontare queste storie. Il lettore entra nel teatro, il libro, attraverso i differenti livelli di costruzione di una tavola a fumetti: schizzo, matite e poi inchiostri. A un certo punto si può vedere la sceneggiatura di quella pagina. E poi, illustro anche una breve storia dei fumetti.

Infatti il libro è composto di numerose storie all’interno di una grande storia principale, e di molteplici livelli di significazione. Talvolta è persino difficile trovare il confine tra storia e leggenda, che tendono a sovrapporsi perfettamente. Suppongo che raccontare una storia del genere abbia richiesto una documentazione mostruosa.


Quello che ha richiesto più di ogni altra cosa è una struttura solida come una roccia. Nonostante superficialmente possa sembrare che la narrazione sia una sorta di flusso di coscienza, si tratta solo di un’illusione. Le informazioni dovevano essere presentate al lettore in modo estremamente preciso e rigorosamente ordinato, altrimenti il tutto non avrebbe avuto alcun senso. Ho passato intere settimane a lavorare sulla struttura dell’opera, prima di mettermi al lavoro sulla sceneggiatura.

Quando ho letto il libro, mi è venuta in mente l’idea di “serendipity”. Intendo dire, leggendo il tuo libro mi aspettavo di trovare una storia su Alice e la cultura britannica, sulla nascita di una città – Sunderland – e la sua storia con Lewis Carroll, ma accidentalmente ho trovato ben più di quanto mi aspettassi su di te, sulla tua carriera di fumettista e, forse, anche qualcosina su di me e sui miei interessi in materia. Quello che voglio chiederti è, quanto la serendipity ha influenzato il tuo lavoro, quando stavi pensando di realizzare Alice?

La serendipity ha di certo avuto un ruolo nell’insieme, ma tutte le cose che tu citi sono sempre state nelle mie intenzioni fin dall’inizio: è quello a cui volevo riferirmi con questo libro. Ci ho pensato moltissimo fin dall’inizio, ed ho cominciato il mio lavoro solo quando tutto quanto era ben chiaro nella mia testa. Il grosso del lavoro è stato creare i collegamenti, ed ho potuto fare questo soltanto lavorando intensamente sulla struttura.

Ad un certo momento, nel libro, ti risvegli da un incubo e inizi a dubitare del tuo lavoro su Alice. Nella realtà, hai mai pensato che potesse essere troppo difficile far quadrare tutte le storie e le voci che avei raccolto all’interno di un’unica storia?

Quella scena è basata su una vera e propria crisi di fiducia, ma in realtà non ero preoccupato del dover raccontare le storie. Lavorando da solo a questo enorme progetto che richiedeva sempre più tempo ha fatto sì che cominciassi a chiedermi se qualcun altro, oltre a me, volesse leggere il mio libro! E, siccome non sono stato pagato finché non ho trovato un editore, è assolutamente reale la sequenza in cui mi rivolgo al lettore gridando “Mi pagheranno mai per tutto questo?”.

Ed è stato difficile trovare un editore?

Non ho cominciato a lavorare sul libro finché non ho trovato un editore. Sfortunatamente, hanno avuto problemi di liquidità e mi sono trovato costretto a cancellare l’accordo. A quel punto, avevo già realizzato 50 pagine, e dovevo ancora decidere se continuare a lavorare senza venire pagato o trovare un’altra soluzione. Ho deciso di andare avanti senza stipendio, ed ho ricominciato a cercare un editore solo quando il lavoro era quasi finito. Ed ho trovato piuttosto in fretta ben due editori: Jonathan Cape in Inghilterra e Dark Horse negli USA.

Potresti descriverci qual è stato il processo creativo di Alice? Che genere di tecniche hai usato per disegnare?

Siccome gli stili dovevano essere diversi in modo da adattarsi al tipo di storia che veniva via via raccontata, ho usato un’incredibile varietà di tecniche. Per lo più si tratta di disegni a matita, pennello e inchiostro realizzati in modo classico seduto al tavolo da disegno, e poi scansionati.
Alcune delle sequenze storiche che hanno per protagonista Carroll sono realizzate in acquerello. Molte delle scene di Sunderland sono manipolazioni digitali di fotografie rese tramite il ritocco del colore e l’uso di filtri in modo da farle sembrare dipinti. Non ero tanto interessato nel creare una rappresentazione realistica della città, ma piuttosto nel darne una visione magica... volevo giocare come fanno gli scrittori di prosa con le parole nei loro romanzi. Alcune pagine sono state realizzate attraverso un collage di vecchie foto con altri materiali, come ad esempio vecchi pezzi di carta, mappe e illustrazioni.

Quali sono gli autori che, al momento attuale, esercitano una qualche influenza su di te?

Trovo che sia impossibile dire se sia influenzato da qualcuno prima di aver prodotto qualcosa; solo in seguito posso verificare se c’è stata una qualche influenza. Adesso sto lavorando ad una nuova graphic novel steampunk e c’è una scena ambientata in un piccolo villaggio inglese, che è volutamente influenzata da Alfred E. Bestall, che scriveva e illustrava il fumetto per bambini Rupert the Bear durante la mia infanzia. In questo momento sto seguendo qualsiasi cosa esca di Joe Sacco. Ho letto di recente Exit Wounds di Rutu Modan, L’Orgoglio di Baghdad di Vaughan e Henrichon, Captain Marvel di Jeff Smith e Fluffy di Lia Simone. Non vedo l’ora di prendermi una copia di Tamara Drew di Posy Simmond, quando il 15 dicembre faremo insieme una signing session.

Nei tuoi libri affronti spesso tematiche piuttosto delicate. Per esempio, in Alice in Sunderland l’amore un po’ equivoco che Lewis Carroll provava per i bambini riempie la prima metà del fumetto, oppure la sequenza piuttosto esplicita (per quanto per nulla volgare) in Cuore dell’Impero dell’orgia della Regina Madre con i suoi tre sudditi, tesa a ricaricare i suoi poteri psichici-orgonici, che termina con l’assassinio dei tre. Hai avuto problemi dopo la pubblicazione di queste sequenze?

No, non ne ho mai avuti. Lewis Carroll amava i bambini, ma non c’è assolutamente nessuna prova che fosse un pedofilo. È cresciuto in una famiglia in cui era il più anziano di undici figli, ha trascorso gran parte del suo tempo intrattenendoli con giochi e storie, e gli sono davvero mancati quando si è dovuto trasferire ad Oxford. A Croft a trascorso quella che lui stesso ha definito “un’infanzia d’oro”, e passare il tempo con le bambine era soltanto un modo per cercare di catturare ancora una volta quel sentimento di innocenza e quella mancanza di cinismo che li caratterizza. E nonostante tutto asserisce che per quanto la compagnia dei bambini lo riempisse di gioia, continuava a trovare “la società degli adulti di gran lunga più interessante”.
In effetti affronto l’argomento nel libro, ma in maniera molto breve, per accantonarlo.
L’immagine che c’è di Carroll come un timido docente di Oxford che era felice solo se stava con i bambini è un mito – uno di quelli fabbricati su misura nella sua prima biografia, scritta a Guildford subito dopo la sua morte, dal figlioccio di Sunderland, il nipote Stuart Collingwood, e tollerata dalle ormai vecchie e zitelle sorelle di Carroll.
Siccome già allora Carroll era uno scrittore per bambini famoso in tutto il mondo, censurarono letteralmente la sua vita da adulto, facendo credere che cessasse di provare interesse nelle ragazze una volta che queste raggiungevano la pubertà. È solo un’enorme balla.
Carroll aveva in realtà molte amiche adulte di sesso femminile, e queste visitavano talmente spesso le sue stanze che quasi stava per scoppiare uno scandalo, ad Oxford. Le donne amavano la sua compagnia perché era incredibilmente carismatico e intelligente. E rimaneva amico con le ragazze che conosceva anche dopo che erano cresciute, e molte di esse hanno persino scritto libri sulla propria relazione con Carroll ed hanno spesso sostenuto di essere la vera ispirazione di Alice. Non una di esse ha mai dichiarato che avesse fatto qualcosa di sconveniente. E molte di quelle che Carroll chiamava le sue “amiche bambine”, avevano già più di 21 anni.
Ironicamente, la censura della sua vita sessuale non è riuscita a prevedere le letture e le interpretazioni freudiane di quella biografia che, per oltre sessant’anni, è rimasta la fonte principale di ogni cosa che riguardasse Carroll. Tutti gli altri libri su di lui hanno dovuto usare questo come base e da qui postulare tutto il resto.
Nei tardi anni Sessanta i suoi diari furono acquistati dalla British Library ma, ciò nonostante, molti studiosi si ostinarono a non consultarli. E questo è il modo di fare che genera i miti: qualcuno dichiara qualcosa in un libro, e questa diventerà un dato di fatto nel libro successivo.
Naturalmente, il fatto che Carroll abbia realizzato celebri foto di nudo a bambini è da sempre portato come “la prova definitiva” che egli fosse segretamente un pedofilo, ma in realtà non è affatto così semplice. Visto dalla nostra attuale prospettiva, sullo sfondo di una lunghissima storia di “panico morale” sull’abuso dei minori, ci riesce difficile accettare che Charles L. Dogdson era assolutamente innocente, e non ci rendiamo conto che stiamo cercando di imporre un costume del ventunesimo secolo ad un uomo di sensibilità vittoriana che viveva in un mondo totalmente differente. A metà del diciannovesimo secolo, probabilmente a causa dell’alto tasso di mortalità infantile, il culto dei bambini era enorme. I bambini nudi, come simbolo di innocenza, erano molto diffusi e di moda. Si trovavano nelle pitture, nelle sculture, nelle illustrazioni dei libri e persino nelle cartoline e nei biglietti d’auguri. Victoria ed Albert erano loro stessi patrocinatori di studi sulla fotografia di bambini nudi.
Devi tener presente che Carroll era uno dei più celebri fotografi vittoriani, ed è stato uno dei pionieri della fotografia come forma d’arte. Ha fatto centinaia di foto – in un tempo in cui ognuna di esse era estremamente difficile da sviluppare e stampare. Era un lavoro minuzioso, e richiedeva lungo tempo. E di queste centinaia di foto, quante ce ne sono di bambini nudi? Sei. E non si vergognava in alcun modo di averle fatte. Erano talmente comuni tra i suoi contemporanei, che le aveva addirittura affidate ad un professionista per farle colorare – fondamentalmente, venivano pitturate in un negozio di fotografia, in modo da somigliare a dipinti. Io le ho viste. Sono decisamente leziose e fanno molto “arte vittoriana”. Col cambiamento dei costumi della tarda metà del diciannovesimo secolo e l’approssimarsi di quella che noi definiamo “Victorian prudery” (una sorta di politically correctness ante litteram sorta proprio in epoca vittoriana, per semplificare. n.d.t), cessò semplicemente di fare quel genere di foto.
A me sembra, più che altro, un caso di come la cattiveria stia solo negli occhi di chi la vuol vedere, e di come l’ignoranza abbia conseguenze pericolose.
E per quanto riguarda la scena di Cuore dell’Impero, si, è davvero esplicita! Ma quello è comunque un libro per adulti. Ed è disponibile in moltissime librerie in tutto il Regno Unito, senza alcuna lamentela.

Lavorerai ancora su qualcosa mainstream? Ci sono altri scrittori o disegnatori coi quali vorresti collaborare, o personaggi che vorresti scrivere? Trovo che i tuoi lavori più mainstream come Batman – Maschere, Sandman o Fables siano anch’essi sopra la media.

Beh, ma Alice in Sunderland è mainstream, così come lo è La Storia del Topo Cattivo. Si rivolgono ad un pubblico generalista, non soltanto ai fan dei fumetti. È questo il vero mainstream. I fumetti di supereroi sono solo un piccolo genere di nicchia.
Detto questo, non vedo perché non dovrei lavorare ancora con la DC se avessi un’idea da sottoporgli o mi venisse chiesto di farlo.

Potresti descriverci la tua tipica giornata di lavoro?

Non appena mi sveglio (generalmente intorno alle 9.30-10.30), rispondo alle e-mail e poi comincio a lavorare, che sia scrivere, disegnare o colorare, con una pausa pranzo intorno alle 13.00. Se sono a casa, lavoro 7 giorni alla settimana fino alle 21.00, poi ceno e alla sera, di solito, mi guardo un DVD. Più o meno tre volte la settimana vado in palestra.

Cosa leggi in generale? Che genere di fumetti o libri ti piacciono?

Credo di aver già menzionato le graphic novel che sto leggendo attualmente. Per quanto riguarda i libri di prosa, negli ultimi due mesi ho letto due libri di Louise Penny, una scrittrice di gialli canadese, una mezza dozzina di libri di poesia narrativa della scrittrice australiana Dorothy Porter (con la quale mi accingo a collaborare per una graphic novel), Il buon dottore di Damon Galgut, Io Claudio di Robert Graves, una collezione di storie brevi di PG Woodehouse, Never the bride di Paul Magrs e Shadows Fall di Simon Green. Sto viaggiando molto ultimamente, e sono i momenti in cui leggo di più.

Hai partecipato a molte convention in tutto il mondo nel corso della tua carriera, e di recente sei stato a Firenze ospite di Comicswave e a Lucca per Lucca Comics & Games. Quali sono secondo te le differenze tra le manifestazioni italiane e le altre? E cosa preferisci di quelle italiane?

A parte i posti splendidi (Lucca e Firenze!) direi i fan; i lettori qui sono davvero cordiali e amichevoli.

La nostra ultima domanda. Potresti dirci i tre fumetti che tutti dovrebbero avere in libreria?

Scelta ardua! Ehm... Maus, Bone e From Hell.

Un grazie a James Robertson e alla Bryan Talbot Official Fanpage per aver reso possibile l’intervista.

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Prima tavola del Jabberwocky, adattamento dell´omonimo poema nonsense di Carroll contenuto in Alice in Sunderland
Seconda e ultima tavola del Jabberwocky
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Talbot à la Herge
Una tavola da Alice in Sunderland
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Un ex-libris realizzato appositamente da Bryan Talbot per alcuni fortunati acquirenti inglesi