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La Fine della Grande Avventura: intervista a Ho Che Anderson

di Antonio Solinas

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QUESTIONS

Ciao Ho Che. Vuoi presentarti ai nostri lettori italiani?
Ciao, mi chiamo Ho Che Anderson, e sono un cartoonist, giornalista, scrittore, illustratore e aspirante filmmaker residente a Toronto. Mi piacciono le donne e la birra.

È un fatto abbastanza noto che hai preso il nome da Ho Chi Minh e Che Guevara. In che modo sei stato influenzato nella crescita, sia come artista che come persona, dalle idee politiche della tua famiglia?
Durante la crescita, mio padre è sempre stato molto vicino alla politica. Voglio dire, i suoi eroi al tempo della mia nascita, fra gli altri, erano i due signori che hai menzionato, quindi questo dovrebbe darti un’idea della persona che ti sto descrivendo.
Quando c’era il telegiornale, per mio padre ciò costituiva sempre lo spunto (non che ce ne fosse bisogno) sia per dare voce al proprio punto di vista sullo stato del mondo che per incitare quelli che erano seduti davanti alla TV con lui a farsi delle opinioni proprie ed ad esprimerle.
Crescendo in quell’ambiente, era impossibile, anche volendo, non formarsi una coscienza politica, in un modo o nell’altro. Non che mio padre abbia mai supportato alcuna dottrina sociale specifica – in realt lo fece, ma la sua idea era che tutti dovremmo almeno essere coscienti di quello che sta succedendo nel nostro pianeta, se non attivi nel muoverci per cambiare le cose. Per cui ho un interesse politico, non solo come persona ma anche come narratore. Per me è una miniera di spunti per le storie, e non lo dico necessariamente nel senso più ovvio di raccontare storie che riguardano persone elette, o la cattiva riuscita di programmi sociali o la guerra e via dicendo. La politica può esistere anche per quanto riguarda la sfera personale, tipo come un gruppo possa venire favorito rispetto ad un altro, o un sesso rispetto all’altro, una linea di pensiero rispetto ad un’altra e come queste forze entrino in gioco a livello di rapporti personali.

Quale è stata l’ispirazione per King? Ti sei sentito a tuo agio dall’inizio con l’idea di fare la biografia di MLK?

Per niente. Non è mai stato una persona alla quale avevo prestato troppa attenzione. Quando l’ho fatto, l’unica immagine che mi è venuta in mente è stata quella del “I have a dream,” che mi sembrava un po’ sdolcinata, da ragazzo. Ma una volta che ho iniziato a scavare nella sua vita mi sono accorto immediatamente di quanto fosse interessante. L’unica ispirazione per il fumetto, per me, era quella di volere vedere MLK come una persona vera invece di una mera icona, anche se trovo che anche l’icona sia abbastanza affascinante.

È stato difficile vendere l’idea dei volumi di King alla Fantagraphics? Ti aspettavi che, ad un certo punto, King diventasse la graphic novel più venduta nella storia della Fantagraphics?

In realt , è stata una loro idea quindi non ho dovuto vendere proprio niente. L’editore della Fantagraphics Books, Gary Groth, aveva gi in mente di fare una biografia di King, e io mi sono solo presentato al momento giusto.
E no, quando stavo lavorando al primo volume di King, non avrei mai pensato che il fumetto sarebbe diventato un bestseller, anche per i cinque minuti in cui lo è stato.

L’idea che ci facciamo di alcuni autori di fumetti statunitensi è che non si sentano troppo a proprio agio nel trattare di politica e problemi sociali (e razziali) nelle proprie opere. Com’è la situazione in Canada? Puoi dirci qualcosa della scena fumettistica?

I fumetti sono stati usati raramente come veicolo per discutere problemi sociali e politici.
Sono un medium versatile ma anche uno che alla fine pare funzionare meglio con uno storytelling basato su certe sensazioni ed emozioni, che è una specie di antitesi dell’approccio più misurato e accademico che uno storytelling sociale sembrerebbe richiedere. I soldi e la fama e le groupies arrivano dalle storie di avventura/azione: questo è ciò che vogliono la maggior parte delle persone che leggono fumetti, e queste sono anche le storie che molti creatori che sono stati attratti dai fumetti come professione vogliono raccontare. Per cui non è proprio uno shock che non si trovino a proprio agio a parlare di problemi sociali o razziali. E va benissimo, non giudico questa posizione, ma sto chiamando le cose col loro nome. Anche a me piace quel tipo di storie. Vorrei che le cose fossero più bilanciate, ma, di nuovo, magari la situazione è bilanciata, rispetto alle storie più impegnate socialmente, per chi vuole leggerle. Non lo so. In Canada direi che le cose sono più o meno uguali agli Stati Uniti, anche se dovrei finire la frase dicendo che non sono proprio un esperto della scene fumettistica in generale e di quella canadese in particolare. Per varie ragioni, non sto seguendo più come una volta.

Dopo King, hai ricevuto molte recensioni positive. Hai ricevuto anche qualche critica negativa?
Le uniche critiche negative che ho ricevuto mi sono arrivate da quelle meravigliose anime anonime che gravitano su internet. Internet è stata creata in maniera che personaggi che si nascondono dietro pseudonimi come Skywalker 88 possano demolire il lavoro di persone che riescono a realizzare cose impossibili a costoro, e di certo questo l’ho sperimentato in prima persona. Quegli internet fanboys sono stati crudeli col fumetto, e mi ha fatto un po’ male, ma devi sempre considerare chi ti sta buttando merda addosso: ad un certo punto ho deciso che non m’importava che cosa pensasse del mio libro qualche quindicenne maniaco della Justice League. Se sono così bravi a fare i fottuti esperti, lasciamogli fare i fumetti che vogliono e allora io scriverò delle recensioni del loro lavoro.

Come hai sviluppato il tuo magistrale uso del bianco e nero? Che tecniche usi quando disegni? Cambi la tecnica in funziond del soggetto o ti rapporti alle diverse storie sempre nella stessa maniera?
La maggior parte dei miei primi fumetti era realizzata in bianco e nero perché quello era ciò che potevano permettersi gli editori. Ma avevo sempre voluto essere bravo a colori, specialmente dopo essere venuto in contatto con artisti come Bill Sienkiewicz, e, successivamente, persone come J.C. Leyendecker e Gustav Klimt.
L’unica cosa che mi ha bloccato era il fattore intimidazione. Ho iniziato a disegnare in bianco e nero perché era la cosa più semplice, per cominciare e migliorasi un po’. Comunque uno la disegni (a matita, con un pennarello, a penna o a pennello), una linea rimane una linea; una volta che si impara come funziona una linea diventa facile immaginarsi vari modi di applicarla ad un disegno.
Ma per un dipinto ci sono molte altre cose da considerare, come il controllo della tinta, il modo in cui mischiare i colori, i toni giusti da applicare ad una particolare sezione, come ottenere tali toni, colori freddi, colori caldi, consistenza, aggiungere altri media, e via di seguito. All’inizio, può essere molto spaventoso. Mi piace ancora realizzare dei lavori in bianco e nero, mi piace l’immediatezza e il tipo di potente essenzialit che ha il bianco e nero, ma sto puntando l’attenzione sempre di più sui lavori a colori, da cinque o sei anni a questa parte, sia per quanto riguarda l’illustrazione che la colorazione al computer.
Per quanto riguarda la tecnica, cambia assolutamente in relazione al lavoro da fare.
Ogni diverso lavoro ha le proprie richieste, sia che si tratti di una scelta fra bianco e nero e colore, la grandezza del pezzo, il suo utilizzo finale, le scadenze, o anche l’effetto che stai cercando di ottenere sullo spettatore o sul lettore.
Se sto scrivendo e disegnando uno studio dei personaggi di due pagine per, diciamo, un’antologia, allora l’approccio migliore sarebbe qualcosa in bianco e nero con linee a pennello. Ovviamente, è solo un esempio. D’altra parte, se oggi stessi realizzando una storia di grande azione/avventura – cosa che è da anni che vorrei fare, letteralmente – allora vorrei usare una colorazione all’acrilico. Detto questo, ci sono certe operazioni fondamentali che compio per ogni lavoro che realizzo.
Se sto lavorando ad un comic book, inizio sempre prendendo note, poi scrivendo la sceneggiatura, poi facendo gli schizzi preparatori e infine realizzando le pagine finali. Ma anche all’interno di una struttura del genere c’è un sacco di spazio per adattarsi.
E se devo realizzare un’illustrazione, ugualmente c’è un processo di base che seguo.

Gli altri tuoi fumetti sono abbastanza diversi fra loro, i temi sono vari, ma stilisticamente sembri preferire il bianco e nero. È questa una scelta precisa o la conseguenza di lavorare nel mercato indipendente?
Sicuramente la seconda. Tornando alla risposta precedente, per gli indipendenti, dove ho passato la maggior parte della mia carriera fumettistica, di solito non c’è l’opzione di fare fumetti a colori a causa dei costi esorbitanti, per cui c’è stata la necessit di lavorare soprattutto in bianco e nero. Ma in realt non ho una preferenza per il bianco e nero. Mi piace il bianco e nero, disegnerò sempre in bianco e nero, ma sfrutterò ogni possibile occasione per dipingere e lavorare a colori. Mi piace la maggiore variet di opzioni che ti vengono offerte dal colore.
Ironicamente, proprio oggi ho ricevuto delle copie di quello che probabilmente sar il mio ultimo lavoro fumettistico ed è un fumetto fatto col pennino e colorato al computer.

Hai dimostrato un grande interesse nei confronti di films e fumetti italiani. Vuoi parlarcene?
Non so se ho quello che tu chiami un “grande interesse”, ma nel corso degli anni ho ammirato vari film e fumetti italiani. Nel cinema, Fellini è il maestro. È un cliché citare La Dolce Vita se si parla di Fellini, ma devo, perché è un film che ho amato profondamente. Mi è piaciuto molto anche i suoi 8 e 1/2, Satyricon e Amacord.
Amo fottutamente Dario Argento, proprio l’altro giorno ho riguardato Suspiria.
Adoro Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci e anche Novecento. Ora che ci penso, devo dire che il mio regista italiano preferito è il grande Sergio Leone.
Forse un altro cliché, ma devo seguire ciò che amo e che ho seguito, e il suo ciclo di westerns è assolutamente incredibile, specialmente C’Era Una Volta il West, che è uno dei miei films preferiti in assoluto.
Mi piace ascoltare gli aneddoti sui film girati a Cinecitt ; se mai avrò la possibilit di visitare l’Italia spero che che Cinecitt sia una delle prime tappe.
Inoltre, non sono imparziale per quanto riguarda i grandi cineasti italo-americani Martin Scorsese, Francis Coppola, e Brian DePalma, che da anni sono fra i miei idoli, specialmente Scorsese e DePalma. Ma ovviamente non sono proprio quello che uno si immagina se si descrive il cinema italiano. I registi che conosco sono tutti di una certa generazione, ora non so proprio quale sia la situazione del cinema italiano, mi spiace.
Riguardo ai fumetti, sono stato per anni un fan di Milo Manara, per cui è stato un regalo poter leggere la sua collaborazione con Fellini, Viaggio a Tulun. Adoro Liberatore e Serpieri: quelle storie di Druuna sono veramente fighe. Ho un fumetto di Giovanna Casotto dal titolo La Carne e Lo Spirito, ma è l’unica sua produzione che ho visto. E ce ne sono altri, sono sicuro che mi sto dimenticando dei nomi in entrambe le categorie.
Ho diversi fumetti degli anni ’80 sepolti in qualche scatola da qualche parte, antologie con vari cartoonists che ho studiato per un po’ ma i cui nomi ora mi sfuggono. Mi piacciono quei lavori perché c’è un livello di tecnica che non sempre si vede nei fumetti americani, anche se penso che gi da un po’ di tempo gli americani abbiano alzato il proprio livello.

Parliamo di Pop Life. Quanto è stata importante Toronto nello sviluppo della serie? Quanto ti ha influenzato vivere a Toronto?
Toronto è il posto che conosco meglio, quindi non si poteva evitare che giocasse un ruolo importante nello sviluppo delle mie storie. È una di quelle risposte metafisiche che sono difficili da quantificare. Ultimamente non l’ho fatto tanto, con le storie scritte negli ultimi due anni, ma c’è stato un lungo periodo in cui ogni fottuta storia che ho scritto era ambientata qui, e Pop Life è stato realizzato nel bel mezzo di quel periodo.
Volevo raccontare una storia di una Toronto fantastica, ma non venne fuori nel modo in cui ce l’avevo in mente. La cosa triste di quella serie è che se fossimo riusciti a tirare fuori almeno un altro paio di episodi, saremmo riusciti a capire la direzione che stavamo prendendo. Pop Life era un fumetto che avevo avuto in testa di fare da tanti anni, prima che decollasse. Ero un fan di uno show televisivo degli anni ’80 dal titolo A Different World, uno spin-off del Cosby Show che parlava della vita in un campus di un college nero. Mi piaceva come lo show avesse un ampio cast, e che focalizzasse l’attenzione su un protagonista diverso in ogni puntata.
E sono stato anche ispirato dalle serie Degrassi (Kids of Degrassi Street, Degrassi Junior High, etc, una serie canadese trasmessa anche negli Stati Uniti sulle vite di ragazzi alle superiori) e daLove & Rockets e tutte le sensazioni create da un cast che ruotava. Volevo fare una cosa del genere, ma usando la musica come base, perché ho sempre pensato che ci fosse una naturale affinit fra la musica e i fumetti.
In origine volevo fare un fumetto da solo, dopo il mio esordio con I Want To Be Your Dog, ma poi sono stato coinvolto con King e i miei piani sono cambiati.
Infine, dopo anni che ci pensavo, ho detto: “Fanculo, mettiamoci al lavoro”, e mi sono messo a cercare un disegnatore. Ho ricevuto un sacco di submissions, prima di arrivare a Wilfred Santiago, che era il migliore del gruppo. Creai un vasto gruppo di protagonisti, ma stavo ancora imparando come fare, allora, e non avevo idea di come gestire tutti. Non avevo idea di come bilanciare tutto l’aspetto antologico della serie. E stavo cercando di forzare Wilfred ad adattarsi ad uno stile che, a ripensarci, non gli si adattava per niente.
Era tutto un casino informe, e come risultato durammo solo cinque episodi invece dei trenta che erano il mio target. Ma penso che sia il modo in cui a volte ci si fanno le ossa…

Miles From Home è raccontato con uno stile a due colori molto affine a produzioni come Ghost World o Palooka-Ville. Quali disegnatori pensi che al momento ti stiano influenzando?
Si, c’era una qualche ispirazione per una certa linea a pennello newyorkese, quando stavo realizzando l’ancora incompleto Miles From Home (una specie di sequel del mio primo fumetto I Want To Be Your Dog), alla quale sfortunatamente non sono più riuscito a tornare da allora. Ero molto ispirato da entrambi i lavori che hai menzionato, per lo schema dei colori di Miles From Home; vorrei solo avere avuto la possibilit di sviluppare di più il mio stile durante la durata della serie. Forse un giorno troverò un altro progetto al quale applicarlo.
Ma a proposito delle influenze, ce ne sono così tante, molte più di quante sarò in grado di elencare qui. E non molte di queste sono attuali, visto che sono un po’ fuori dal giro dei fumetti riguardo a quello che succede ora (e un po’ mi vergogno a dirlo).
Mi piacciono molto gli autori completi – la presentazione di una visione unica con tutti i pregi e difetti annessi. Probabilmente le più grandi influenze quando stavo sviluppando il mio stile erano Howard Chaykin, Frank Miller, e gli Hernandez brothers.
Il loro lavoro, in assoluto, era quello che mi eccitava di più, soprattutto quello di Chaykin, dato che vi faceva confluire influenze da altri media ai quali rispondevo bene.
Artisticamente tendo ad essere più influenzato dagli illustratori, vecchi e nuovi. Gente come J.C. Leyendecker, Bob Peak, Richard Amsel, Drew Struzan, Ralph McQuarrie, Norman Rockwell, George Petty, Natalie Ascencios, Douglas Fraser, Frank Frazetta, Alphonse Mucha. Gli esponenti delle “belle arti” che adoro sono Aaron Douglas (attivo durante il picco del rinascimento di Harlem), Tamara De Lempicka, Edward Hopper, Egon Schiele, Gustav Klimt, Lucien Freud, Thomas Hart Benton.
E sono ampiamente influenzato dai filmmakers, anche di più dei fumettisti, per la verit . Martin Scorsese è il re. Spike Lee, David Fincher, Oliver Stone, David Lynch, James Cameron, John Carpernter, Orson Welles, Quentin Tarantino, Sergio Leone, Brian DePalma, Preston Sturges, John Cassavetes, Woody Allen, Stanley Kubrick.
Gli scrittori che mi piacciono sono David Mamet, August Wilson, Tennessee Williams, Chester Himes, James Ellroy, Elmore Leonard, James Carver, Toni Morrison.
Tutte queste persone hanno avuto un effetto diretto sul modo in cui mi approccio al mio lavoro, in un modo o nell’altro. Questo è solo la punta dell’iceberg: ci sono così tanti altri artisti e scrittori e musicisti e filmmakers il cui lavoro ha aiutato a forgiarmi. Oh, come ho potuto dimenticare Bill Sienkiewicz! Sienkiewicz è per me una grande influenza. E anche Dave McKean. Impazzisco proprio per il lavoro di McKean. Penso che sia legittimamente da considerare un genio grafico. Anche Hergè è un grande. Posso riempire tranquillamente un’altra pagina di nomi…
Non leggo molti fumetti, al momento, non a causa dello scarso interesse ma per scarsa disponibilit finanziaria. Con questo in mente, molti dei miei riferimenti saranno piuttosto datati. Fumetti specifici che mi hanno influenzato sono Love & Rockets;
adoravo la combinazione di pezzi di vita reale mixati col fantastico. Le cose di Chaykin più o meno dal 1983 all’88, American Flagg, The Shadow, Time2, Blackhawk, Black Kiss. Di Miller Ronin, Batman Year One, Elektra Lives Again, Sin City.
Penso che 300 sai un fumetto perfetto e mi è piaciuto pure il film. Watchmen è favoloso. Al culmine del mio periodo alternativo leggevo Eightball, Hate, Optic Nerve, Peepshow, Palooka-Ville. Non sono mai stato un grande fan di Chris Ware anche se rispetto quello che fa. Munoz e Sampayo hanno fatto grandi cose negli ’80 con le loro Alac Sinner e Joe’s Bar. Collezionavo anche le graphic novels di Loustal e Paringaux – Barney and the Blue Note, Love Shots, New York/Miami. Ho passato un po’ di tempo a scimmiottare Kyle Baker, all’inizio della mia carriera, specialmente The Shadow e Justice Inc. Potrei scrivere un libricino di roba che mi ha lasciato a bocca aperta – sono molto recettivo ai lavori potenti.
Di questi tempi, quando vado al comic shop, tendo a comprare roba più mainstream. Mi sto gasando con Ex Machina e 100 Bullets, che penso siano fuemtti eccezionali. Oggi ho la tendenza ad amare un po’ di più i fumetti mainstream perché ci trovo molta attenzione a raccontare delle storie pregnanti, laddove vedo un sacco di fumetti alternativi come soprattutto autoreferenziali. Non mi interessano più i problemi dei fannulloni di venti anni – quella merda non mi è risultata più interessante da quando ho compiuto trent’anni.

Che cosa ci puoi dire di Scream Queen, che è abbastanza distante dai fumetti più “politici” che hai scritto finora?
Beh, sembra che mi sia fatto una reputazione come un autore particolarmente politico, ma non è proprio così. Sicuramente mi interessano i problemi politici, e probabilmente questo costituisce il subtext di molte delle mie cose, ma non a costo di escludere tutto il resto. I miei interessi sono vasti e variati, e sarei un uomo più povero se non potessi esplorare altri aspetti dello storytelling non legati a leaders politici uccisi.
Voglio dire, mi piace la fantascienza e apprezzo le storie horror e noir e le commedie piene di battute sui genitali e sugli scoreggi tanto quando adoro i drammi pesanti e seriosi.
Detto questo, penso che Scream Queen a modo suo sia politico. Penso che esplori la politica sessuale, specificamente di un certo tipo di maschio violentemente misogino e la violenza maschile contro le donne. Almeno, queste erano le cose che avevo in mente quando ci stavo lavorando: se poi ciò si sia traslato sulle pagine lo deve decidere il lettore. Scream Queen è la storia di una banshee. Alcuni l’hanno descritta come una storia horror, ma non penso sia una descrizione accurata. Non so, magari è una specie di storia horror, pesante per quanto riguarda l’atmosfera, e leggera riguardo al plot.
Una parte di me vorrebbe tornare al personaggio e concentrarsi sul plot e le sensazioni, e rendere le storie più violente e spiacevoli e veloci, visto che questo è ciò che sembra giusto per quel mondo. Originariamente era stata pensata come storia che apparisse una pagina alla volta durante la pubblicazione del ciclo (previsto di 30 episodi) di Pop Life, un concetto che sarebbe diventato probabilmente sempre più noioso se avesse avuto la possibilit di andare in porto, ma dato che Pop Life fu cancellato dopo cinque episodi, non c’è stata la possibilit di testare tale teoria. La storia era basata su qualcosa che avevo scritto prima di essere mai stato pubblicato, quando avevo 17 o 18 anni, e mi tornava in mente da allora.
Mi sono sempre piaciute le storie horror e la fiction strana, e quando fu il momento di fare Pop Life, poiché era essenzialmente un antologico, pensai che sarebbe stato un buon posto per fare risorgere quella vecchia storia e toglierla di mezzo. Scrissi una nuova bozza di sceneggiatura e mi misi a tirare fuori le pagine una alla volta. Poi Pop Life fu cancellato e mi rimase una sceneggiatura e circa sei o sette pagine complete.
Flash forward di circa sei anni, dove troviamo me e Wilfred a pianificare una nuova serie che volevamo chiamare Buzzcult, che avrebbe dovuto raccogliere il materiale di Pop Life che ci piaceva, così come altra roba raccolta a destra e a sinistra in un bel volumone. Avevo pianificato di finire Scream Queen per quel volume, finalmente, per cui riscrissi per la terza volta la sceneggiatura e qualche mese dopo, una volta completato il terzo ed ultimo volume di King, ho iniziato a completare le pagine.
Venendo da King 3, che era completamente a colori, costruito in larga parte al computer e lunghissimo, questo tipo di fumetto semplice, basato su una storia breve disegnata a mano in maniera tradizionale, era certamente rinfrescante. Era come un bel bicchierone di acqua fresca dopo una settimana di bevute assurde. Una volta che la finii, stette un altro anno come storia principale in Buzzcult, finché io e Wilfred non bisticciammo alla grande, decidendo di mandare a cagare il progetto. Avevo fatto tutto questo lavoro ma all’improvviso non aveva più una dimora, quindi, piuttosto che sprecarlo o lasciarlo fermo per anni cercandogli una collocazione, ho deciso di pubblicarlo come one-shot. E questa, sono sicuro, è più della risposta che avresti mai voluto o di cui avresti avuto bisogno. Più o meno come la risposta alla domanda sulle influenze.

Parliamo del presente. Quali sono i tuoi attuali progetti? Senti mai la pressione di dovere fare il seguito di un fumetto come King?
Beh, mi spiace dirti che nessuno dei miei progetti attuali ha a che fare con i fumetti.
Infatti sono praticamente sicuro che la mia carriera fumettistica sia finita. Il mio ultimo progetto era, nei miei piani, una storia di fantascienza dal titolo GodHead. Ah, il mio amato GodHead. Prima mi hai chiesto quanto fosse importante Toronto nello sviluppo delle mie storie, ed in questo caso era vitale. L’ambientazione era quella di una Toronto futuristica (sebbene mai identificata in maniera diversa da “the city” nella sceneggiatura), con ogni piccolo dettaglio amplificato a proporzioni epiche.
Ho iniziato a lavorare a questa cosa intorno al 2001, ho sviluppato la storia per anni, e l’ho coccolata con più cura e amore di quanto abbia mai fatto per un mio progetto. Ho scritto una sceneggiatura che adoro e prodotto dodici pagine dei migliori disegni da me mai fatti, ma, nonostante ciò, non ho trovato nessuno che volesse pubblicare la storia. Ho presentato la storia a vari editori e tutti mi hanno detto di no, incluso il mio editore da tempo, la Fantagraphics Books. Avevo interesse a pubblicare il fumetto completo, ma avevo bisogno di trovare qualcuno che lo serializzasse, e non c’era verso.
Devo dire di essere rimasto shoccato, perché è un lavoro potente, e pensavo di essermi fatto una reputazione abbastanza solida da trovare qualcuno che se ne accollasse il rischio, ma avevo torto.
Avevo pianificato di rendere GodHead il mio ultimo fumetto, almeno per un bel po’ di tempo, ma dato che c’era così poco interesse al mio lavoro nell’industria fumettistica ho deciso di andare avanti coi piani in maniera più veloce.
Non ho sentito affatto alcuna pressione per i fumetti dopo King: infatti, ero ansioso di prendere quello che avevo imparato e applicarlo a nuovi scenari, e mostrare i risultati. Non è accaduto, ma chi sa che cosa riserver il futuro. Al momento, sto facendo un sacco di cose: sto per firmare un contratto per scrivere un radio drama in 8 parti dal titolo The Salesman; sto scrivendo una sceneggiatura cinematografica dal titolo Hawk Killer, sto scrivendo un romanzo intitolato Doomed Romance, e continuo il mio lavoro di illustratore. Sto anche cercando di entrare nell’accademia cinematografica perché ho sempre voluto fare il regista da quando avevo 17 anni, ma prima di allora ho sempre avuto troppa paura di perseguire quest’obiettivo; ho fatto domanda ma mi devono ancora dare il prestito per gli studenti. Ma i fumetti? Sfortunatamente sono una cosa del passato. È un peccato perché stavo giusto diventando bravo a farli.

Saresti interessato a realizzare fumetti mainstream, nel futuro?
Assolutamente. Per anni, è stato il mio sogno, quello di fare fumetti mainstream. Dal 2001 ho fatto diversi tentativi di entrare alla Marvel, DC e Dark Horse, i tre grandi editori fumettistici americani, ma semplicemente non sono interessati al mio lavoro in alcuna forma. Seriamente, mi ci sono voluti 17 anni per rendermi conto che la mia carriera fumettistica non era mai partita. Comunque, il meglio che sono riuscito a fare è stato realizzare una copertina per Batman e un paio di storie brevi per la Vertigo. Mi piacerebbe ancora scrivere e disegnare una serie per uno degli editori mainstream, sarebbe un sogno che si avvera e un sacco di divertimento, ma non vedo come questo possa mai accadere.
La cosa più vicina a questo che mi sia capitata è stato realizzare un fumetto dal titolo Wise Son per la Milestone Media, un editore che era distribuito dalla DC Comics all’inizio degli anni ’90. Ma questo è stato un sacco di anni fa. La vita è troppo breve per buttarti addosso a qualcuno che non ti vuole, e d’altro canto ci sono altre cose che voglio fare e che mi pare mi venga offerta l’opportunit di fare.

La domanda d’obbligo: quali sarebbero i tre fumetti che un appassionato dovrebbe avere nella propria collezione?
Se mi puntassi un coltello alla gola e mi obbligassi a restringere la scelta a tre, dovrei dire:
Watchmen, di Alan Moore e Dave Gibbons, che è un fumetto seminale ed uno che a ventun’anni dalla pubblicazione continua a lasciare a bocca aperta per il dispiego di vrituosismi tecnici e intelligenza. Un libro fottutamente incredibile. Poi dovrei dire Love & Rockets dei Los Bros Hernandez. E parlo dei 50 episodi originali, quando tutto era nuovo, fresco e eccitante. E, ultimo ma non ultimo, King di Ho Che Anderson. ‘Nuff said.

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