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“Lavorare duro per creare qualcosa di diverso”: intervista a Josh Howard

di Nicola Peruzzi

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Ciao Josh. I tuoi lavori qui in Italia, sono praticamente sconosciuti ai più. Infatti, Dead @ 17 (in uscita per Edizioni BD) è la tua opera d’esordio nel nostro paese. Potresti presentarti ai lettori italiani?

Ho 30 anni, sono sposato ed ho due figli, un maschio ed una femmina. Tra l’altro, mia moglie è per metà italiana. La mia carriera nel mondo del fumetto è iniziata nel 2003 con la pubblicazione, qui negli Stati Uniti, della prima serie di Dead @ 17. Secondo gli standard del mercato indipendente, è stato un enorme successo, tanto che Viper Comics (l’editore), mi richiese un sequel. Dead @ 17: Blood of Saints è arrivato alcuni mesi dopo, e di seguito è uscito Dead @ 17: Revolution. Dopo questi progetti, ho realizzato la serie Black Harvest per Devil’s Due, e adesso sto lavorando ad una nuova serie di Dead @ 17, a The Lost Book of Eve, sempre per Viper, e, per la DC Comics, a Clubbing, che dovrebbe uscire quest’estate.

Potresti presentarci l’universo di Dead @ 17?

Dead @ 17 narra la storia di un mondo che sembra essere perennemente sull’orlo dell’apocalisse. Che si tratti di zombi, demoni o semplicemente persone malvagie, i cattivi vogliono in ogni modo far finire il mondo. Ma ad ostacolarne i piani si staglia un’adolescente che è morta e resuscitata, cui sono stati concessi poteri divini.

La prima miniserie di Dead @ 17 ha 4 anni. Il primo numero risale infatti all’ottobre 2003, se non ricordo male. Il successo di pubblico e critica è stato praticamente immediato, e il tuo fumetto è diventato un fenomeno di culto in un attimo. Dopo 3 miniserie, Dead @ 17 è oggi nelle librerie con una nuova serie regolare. Com’è cambiato il fumetto nel corso di questi quattro anni?

Beh, devo ammettere che non avevo idea che sarebbe andata a finire così. A dire il vero, non ero affatto preparato per ciò che successo. Avevo inizialmente pianificato di far uscire la prima miniserie per poi muovermi verso qualcosa di diverso, ma il successo mi ha obbligato a rivedere i miei piani. Allora sono andato avanti con la storia di Dead @ 17 e ne ho realizzato i due sequel, credendo ingenuamente di essere finalmente giunto ad una conclusione. Ma i fan ne volevano ancora e, onestamente, col tempo mi stavo innamorando sempre più del mondo che avevo creato, e mi ero reso conto che non avrei potuto finirla così. Quindi, anche se la storia che avevo inizialmente concepito avrebbe dovuto concludersi in Dead @ 17: Revolution, ho iniziato a pensare a quali direzioni il progetto avrebbe potuto prendere se avessi deciso di proseguire. Mi ci è voluto un anno per riflettere e decidere che era qualcosa che volevo fare davvero. Così è arrivata la serie regolare, che ci trasporta in un nuovo capitolo di Dead @ 17, con nuovi personaggi e nuove direzioni, ma alla fine tutto inizierà a legarsi con la serie originale, e la sensazione sarà quella di aver letto un’unica, grande, storia.

Come ti aspetti che vanga accolto il tuo libro in Italia?

Boh, non ne ho idea! Spero bene!

Com’è cambiato il tuo approccio alla scrittura nel corso di questi anni?

Credo che il mio approccio sia più o meno lo stesso, ma credo di essermi impratichito un bel po’. Anche se ho trascorso anni a scrivere e disegnare per cercare di sfondare nel mondo del fumetto, la prima mini di Dead @ 17 è stata una grande esperienza per me, e mi ha insegnato moltissimo. Stavo ancora cercando di trovare un equilibrio, di capire quale fosse il mio stile e la mia voce, e sono sicuro che noterai un sacco di cambiamenti in corsa, lungo la serie. Se tornassi indietro, ci sono tante cose che cambierei, ma, di fatto, la serie è quello che è adesso.

Quali sono le tue maggiori influenze nel disegno? Credo di aver riconosciuto Bruce Timm, ma c’è qualche altra influenza che magari non si nota immediatamente?

Certo, Bruce Timm assolutamente. Ma anche Shane Glines, Art Adams, Mike Allred, Genndy Tartakovsky, e un po’ di Mike Mignola. Agli inizi ero pesantemente influenzato da Frank Miller. Magari non è molto immediato come riferimento, ma ho sempre in testa le sue cose, quando lavoro.

Sei un disegnatore di fumetti, ma anche di pin-up. Cosa preferisci disegnare?

Non saprei. Ci sono vantaggi e svantaggi in entrambi. Più che altro dipende dal mio umore, suppongo. Talvolta voglio solo esprimere la mia arte senza pensare a parole o idee, ma solo disegnare. Altre volte invece mi perdo in un’idea, o nel concept per una storia, e continuo a scrivere e pensare per ore e ore. Credo che dentro di me esista tanto lo scrittore quanto l’artista, e il fumetto è il perfetto punto d’incontro tra queste due anime.

Sei sempre molto attento al design dei tuoi volumi. Voglio dire, alcune delle copertine di Dead @ 17: Revolution, per non parlare di quelle dei trade paperback, sono semplicemente fantastiche. Quanto conta il design nei tuoi fumetti?

Grazie per averlo notato. Si, la cover e il packaging contano moltissimo per quanto mi riguarda. In un terreno in cui c’è tanta competizione, devi letteralmente combattere per attirare l’attenzione dell’acquirente. Odio quelle copertine in cui c’è soltanto un mucchio di tizi che si picchiano, o eroi in posa che digrignano i denti. Non c’è design di sorta, e sembra solo che riescano a creare disordine negli scaffali. Lavoro sempre molto duramente con l’art director della Viper, Jim Resnowski, per creare qualcosa di diverso in ogni serie che realizzo.

E quali sono invece le tue influenze nella scrittura?

Le mie influenze nella scrittura sono ovunque. Amo ad esempio ciò che ha fatto Chris Carter con X-Files e Millennium. Sono anche un grande fan di C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien. Un grandissimo impatto su di me ce l’hanno avuto anche i libri di Zorachus, di Mark Rogers, un po’ difficili da reperire, ma davvero una gran lettura.

Potresti parlarci del tuo nuovo lavoro, The Lost Books of Eve?

The Lost Books of Eve dovrebbe essere un’avventura fantasy divertente, una specie di “what if?”. Anche se uno crede che la storia del Giardino dell’Eden non sia nient’altro che una favola, credo che nessuno possa negare che il messaggio che trasmette è ancora fortissimo e senza tempo. Sembrava un’area pronta per essere esplorata... e io non ho saputo resistere.

La religione sembra essere davvero importante, nel tuo lavoro. Penso a Dead @ 17 e alla sua lotta tra angeli e demoni, o a Eva e alla ricerca di Adamo nel Giardino dell’Eden, per semplificare le cose. Mi sembra che tu cerchi di veicolare la tua visione della religione in una sorta di linguaggio fantasy, nel tuo lavoro.

Il mio credo e la mia visione del mondo hanno un’enorme influenza nelle cose che scrivo, non c’è ragione di negarlo. Ma credo anche che questo sia un po’ vero per tutti gli scrittori, che siano religiosi o meno. Io per esempio non credo nemmeno di farlo a livello consapevole, è solo parte di ciò che sono.

Molti fumettisti indipendenti oggi collaborano con le major, come ad esempio Marvel e DC Comics. Tu ad esempio hai realizzato, in coppia con Andi Watson, Clubbing per la nuova etichetta Minx della DC Comics. Qual è il tuo punto di vista riguardo questo trend?

E’ un bene e un male allo stesso tempo. E’ un bene per i fumettisti come me perché in tal modo possono fare un po’ di soldi veri, e guadagnare un po’ di visibilità nel mercato mainstream. Ciononostante, un sacco di fumettisti abbandonano le loro personali creazioni e si dedicano anima e corpo a lavorare sui personaggi di proprietà della casa editrice, e non credo che questa sia una cosa positiva. Nel mercato indipendente, abbiamo bisogno di più fumettisti di talento. Personalmente, mi piacerebbe che più autori che lavorano nel mainstream si staccassero da Marvel e DC per creare proprie storie. Ma allo stesso tempo posso capire perfettamente il bisogno e il desiderio di avere un reddito fisso. Non è facile trovare una soluzione.

Di solito scrivi e disegni i tuoi fumetti. Com’è stato disegnare per Andi Watson?

Beh, sono stato un fan di Andi per anni, ed è impossibile non riconoscere il suo talento. Comunque sia, questo progetto ha portato alla luce fin troppe sfide e frustrazioni per me, ed è servito più che altro a rinforzare il mio desiderio di disegnare solo la mia roba.

Ti piacerebbe invece scrivere per altri disegnatori?

E’ probabile. Ci ho pensato molto spesso, e ci sono un sacco di disegnatori coi quali vorrei lavorare. E’ più facile che succeda una cosa simile piuttosto che io torni a disegnare per altra gente.

Lavori principalmente per Viper Comics, una casa editrice davvero indipendente. Che significa oggi essere un fumettista indipendente, Josh? E quali sono i tuoi progetti futuri?

Penso che la definizione di fumettista indipendente sia qualcuno che crea e gestisce la propria opera. Mi chiedi se mi piacerebbe un domani lavorare su personaggi mainstream come Supergirl e Batgirl? Sicuro. Ma non è la mia massima aspirazione. Quello che voglio è raccontare le mie storie a modo mio. Se dovessi morire senza aver mai scritto un fumetto mainstream, beh, non sarebbe un problema per me.
E per quanto riguarda i miei progetti futuri...
The Lost Books of Eve si chiuderà col numero 4, in uscita ad agosto. La regolare di Dead @ 17 finirà il prossimo autunno con il numero 7 o il numero otto, in realtà non ho ancora deciso. E sto inoltre ancora cercando di capire bene cosa voglia fare dopo. C’è una storia di supereroi che vorrei davvero raccontare, ma ho anche in mente una storia di fantascienza e una su di una caccia alle streghe ambientata in tempi moderni. Ho anche cominciato a scrivere il mio primo romanzo, e credo che gli dedicherò un po’ più di tempo, il prossimo anno.

Leggi ancora fumetti? Quali sono quelli che preferisci?

Gli unici fumetti che leggo regolarmente sono Hellboy, i Transformers, All Star Superman e qualsiasi cosa di Doug TenNapel.

Conosci qualche autore europeo?

Amo molto Dylan Dog, che qualche anno fa è stato pubblicato qui da noi dalla Dark Horse. Sono poi un grande fan di Sky Doll di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa.

Per concludere, la nostra domanda classica. Quali sono secondo te le tre opere che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un appassionato?

Hellboy: La mano destra del destino, Earthboy Jacobus, e The Dark Knight Returns.

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La cover di Dead @ 17: Revolution.
Una delle cover della serie regolare, di recente uscita negli States, di Dead @ 17.
Una pin up con Cheyyr Darling da Planet Terror, il recente film di Robert Rodriguez.
Pin up della milleriana Elektra.
Prima copertina di The Lost Books of Eve.
Sketch di Nara, la protagonista di Dead @ 17.
Ancora uno sketch della affascinante protagonista di Dead @ 17.
Rifacimento in salsa cartoon di una cover di Preacher.
Il preludio a Dead @ 17.
Gli zomibi hanno fame.