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Terra Inferno e altri mostri: intervista a Francesco Biagini e Cristiano Fighera

di Nicola Peruzzi

Buongiorno Francesco e Cristiano. Vi si potrebbe definire autori esordienti, nonostante siate già piuttosto conosciuti in rete. Vorreste presentarvi ai nostri lettori, e parlare un po’ dei vostri esordi?

CRISTIANO: Si, effettivamente è strano; si direbbe che la nostra fama ci ha preceduti, ancora prima che presentassimo qualcosa di concreto. E l’altra cosa buffa è che i nostri esordi sono stati altrettanto esigui. Un gruppo di amici che si riunisce il giovedì sera a parlare di fumetti. Una parte di noi che crea il sito Abelard Snazz – ora Abelardstudio– tante idee ma poco spazio o tempo per concretizzarle. Poi la decisione di iniziare a lavorare su qualcosa di definito, un’autoproduzione, forse. Nasce così il progetto Terra Inferno, nell’arco di tre anni. Nel frattempo pubblichiamo alcuni fumetti su Strane Storie, la rivista di Pavesio che purtroppo chiude dopo un solo numero (per me il vero esordio). E’ Pavesio stesso che si dimostra interessato a Terra Inferno per la sua nuova “filiale” francese... Le cose sembrano procedere, poi tutto si incanta, per colpa nostra, per il maledetto problema che per vivere bisogna lavorare... e sul più bello arriva la Soleil, nella forma di Barbara Canepa, che vede le nostre cose e ci offre di aiutarci. Da lì il contratto, e la pubblicazione. Assurdo, incredibile in un certo senso: tutti parlano di gavetta, di fatiche, di sforzi infiniti per farsi conoscere... noi in Francia alla prima opera.

FRANCESCO: Che dire? Oramai abbiamo fatto il callo a sentirci chiamare “gli Abelardiani” e confesso che mi ci sono affezionato, anche se parlare di effettiva “notorietà” quasi mi preoccupa: diamine, sono comunque un esordiente! Va comunque detto che sono anni in cui “esordisco”, nel senso che tra proposte cadute nel vuoto e collaborazioni improbabili (e conseguenti mazzi di disegni lasciati nei cassetti) è più meno dal ‘98 che ogni tanto ho avuto qualche occasione di mostrarmi (tutte occasioni andate poi in fumo e vi giuro non per colpa mia, o perlomeno non tutta colpa mia!). I miei esordi effettivi corrispondono esattamente a quelli di Cristiano (ormai ci sentiamo un po’ Totò e Peppino): dai pub (chi non l’ha fatto si guardi il meraviglioso Shaun of the Dead per capire il tono delle nostre riunioni serali) alla promozione oltralpe. Ma sono convinto che il difficile venga ora.

Com’è nata la vostra passione per il fumetto, e come è nata nello specifico la collaborazione Biagini/Fighera?

CRISTIANO: Dylan Dog, terzo speciale. Comprato non per me ma per regalarlo ad un amico appassionato di film horror, visto che l’allegato di turno era “I film horror dalla A alla Z”. Prima di questo avevo comprato un Almanacco di Martin Mystere, ma non avevo idea che il fumetto fosse un mondo a sé, con delle regole, degli editori, delle testate etc... In questo senso, Dylan Dog è stato la scoperta di un intero mondo. L’ho seguito per uno o due anni, amandolo alla follia, ma resistendo alla tentazione di comprare altre testate. Poi la tentazione si è fatta irresistibile. Ho ceduto. Amore senza fine, anche se dopo tanti anni trovo sempre più difficile appassionarmi veramente a qualcosa...
Per quanto riguarda la collaborazione con Biagini, frequentavamo lo stesso gruppo di appassionati che faceva parte dell’Associazione Umbria Fumetto, e abbiamo scoperto di avere gusti assai simili. Giusto, Francesco?

FRANCESCO: Dovete sapere che sono affetto da una grave forma di bibliomania feticista e dalla fine degli anni ‘90 ho sempre frequentato il negozio di libri e fumetti usati gestito proprio da Cristiano; entrato nel circuito degli appassionati perugini di fumetti mi sono ritrovato davanti questo bizzarro individuo (a negozio si restava sul piano del “buongiorno, arrivederci”) e tra un “ah tu sei quello” e un “sì, mi ricordo” si è appunto scoperti un sacco di punti in comune e da lì si è partiti con le prime, demenziali storie che nel corso degli anni sono state le nostre croci e delizie: comici e mostri abominevoli, divinità atee, fegati giganti, cinghiali horrorofili e chi più ne ha più ne metta. Viceversa, il mio rapporto col fumetto si è concretizzato solo in tarda età; verso i 13 anni ho iniziato con Martin Mystere e Nathan Never, aggiungendo una buona dose di Dylan Dog, ma non avevo mai intrapreso la vera via dell’appassionato. Ho fatto studi letterari, sia alle superiori che all’università (tesi su Lovecraft) e posso dire di essere un assoluto autodidatta. Quando poi venne aperta a Perugia la Scuola dei Fumetti, mi ci sono avvicinato più che altro per affinarmi nel disegno... ma grazie all’entusiasmo del mitico Claudio Ferracci (direttore della scuola e grande amico) imparai ben presto ad amare questa forma espressiva e credo che difficilmente potrò smettere. E, culmine di questo percorso, nel 2001 il costituirsi del gruppo Abelard, i cui incoraggiamenti, consigli e osservazioni sono forse state e sono tutt’ora un punto fondamentale nel mio percorso di disegnatore.

Terra Inferno è la vostra opera prima, pubblicata, ribadiamo, da Soleil per il mercato francese. Potreste parlarcene?

CRISTIANO: Terra Inferno è un horror senza horror, un racconto di Lovecraft senza notte, creature indescrivibili e mostri che cospirano (in effetti l’unico che c’è... dorme). E’ uno steampunk senza fantascienza e senza macchine, robot e vapore. E’ un’ucronia. Soprattutto è un oggettino divertente, che appare molto più sanguinolento di quanto in realtà non sia. L’assunto principale è che un bel giorno dell’anno del Signore 1924 un mostro orribile e delle dimensioni di una montagna appare nel bel mezzo di Londra, e se ne resta lì, in attesa di darci la fine che ci spetta. Ovviamente la sua apparizione provoca choc, follia collettiva, mutazioni, e crea un assurdo mondo alternativo col quale noi possiamo giocare, possibilmente cercando di ribaltare tutti i luoghi comuni di certa narrativa a fumetti e che peraltro non amiamo moltissimo.

FRANCESCO: Per certi versi è una sorta di wunderkammern di ciò che si aggira nelle nostre menti; tutto quello che ci piace (e che Cristiano ha già elencato), rivisto però in un’ottica deformata, ora in maniera drammatica, ora in maniera sarcastica. Un’avventura “classica” in un contesto totalmente folle, atrocità e momenti esilaranti, vedute oggettivamente ripugnanti però trattate come paesaggi da cartolina, insomma un qualcosa di armonicamente dissonante (o almeno speriamo...)

Cristiano, come ci hai poco sopra confermato, per quanto sia possibile giudicare un primo volume di 46 pagine, nel corso della lettura sono presenti echi lovecraftiani e non solo. Chi sono i tuoi principali modelli di ispirazione, non solo nel medium fumetto?

CRISTIANO: Dovessi trovare un modello unico, non saprei chi citare, a parte il buon Lovecraft (che peraltro gioca un ruolo del tutto marginale nella composizione della trama). Nella sua prima versione Terra Inferno era una sorta di “quello che B.P.R.D. di Mike Mignola non è e che noi vorremmo tanto che fosse”, ed infatti a pensarci bene sicuramente Hellboy mi ha in parte ispirato, sia per quanto riguarda l’aspetto cthulhiano sia per l’ironia di fondo. Poi credo di aver smesso di cercare modelli, ma piuttosto di cercare di fare l’opposto di ciò che si fa di solito, il tutto condito con grandi dosi di ironia, visto che spesso trovo ancora difficile prendermi sul serio.
Poi c’è il personaggio di Austin Osman Spare, che è un caso a parte, visto che si tratta di una persona realmente esistita, e che con il suo sistema magico, il suo essere artista, nonché soprattutto con il suo essere un gran bastardo egocentrico (almeno così dicono), ha di certo dato l’ispirazione a gran parte degli avvenimenti.
(Comunque, nel frattempo B.P.R.D. è diventato davvero quello che non era e che volevamo che fosse.)

Graficamente, invece, è notevole il richiamo allo stile minimal e grottesco del grande Guy Davis, sia per quanto riguarda i personaggi che per quanto riguarda mostri e mutanti. Noto anche un notevole richiamo ai film horror anni ‘80, come La Cosa, o La Mosca, per citarne un paio. Ci sono altre fonti di ispirazione che possono sfuggire a una prima occhiata?

FRANCESCO: La tua domanda racchiude per me un grande complimento: Guy Davis è stato una folgorazione assoluta (non a caso ho acquistato 4 sue tavole originali di BPRD e dai nostri scambi di email si è rivelato una persona di una gentilezza e disponibilità uniche) e consiglio a tutti il suo “The Marquis”, da noi purtroppo inedito. Il mio stile si è formato soprattutto disegnando, piuttosto che osservare specificamente questo o quell’autore, ma è ovvio che fonti d’ispirazione ce ne sono eccome!: Frank Quitely e la sua capacità di storytelling, Mignola e la sua abilità di coniugare una grafica modernissima con un background iconografico infinito, Enrique Breccia e i suoi personaggi mutilati e vissuti, Troy Nixey e Paul Pope con il loro inchiostro morbido e asfissiante, ma anche James Jean, Corben, Moebius, Sergio Toppi, Geoff Darrow, Suehiro Maruo, il Gary Erskine di “Warheads”, Wayne Barlowe, Giger, Chichoni, i pittori simbolisti, Bosch e Bruegel, Goya e Dix, Pinter e Thole, l’arte di Utamaro e Hokusai, e qualunque cosa mi colpisca al momento. Così come anche il cinema, certo: le immagini estreme di Cronenberg, Carpenter e Lynch, la fantasia sfrenata di Terry Gilliam, i perfetti meccanismi di M.N. Shyamalan, tutto concorre a arricchire il mio archivio visivo e culturale. E come dimenticare tutti i libri che ho letto e di cui ho a lungo cercato di visualizzare i contenuti, dagli dèi immondi di Lovecraft & c. alle bizzarrie dei bestiari medievali, passando per i racconti fantastici popolari e i miti di tutto il mondo.

Grande importanza è stata data allo studio delle inquadrature, ognuna meticolosamente scelta per suscitare diverse emozioni nel lettore. Quanto c’è dello scrittore e quanto del disegnatore nelle scelte stilistiche di Terra Inferno?

CRISTIANO: Biagini è un disegnatore eccezionale, per cui a livello di sceneggiatura le mie indicazioni sono state blandissime. Questo perché so che di lui ci si può fidare assolutamente. Dal punto di vista grafico o di inquadratura ho cercato quindi di lasciargli campo libero. Del resto credo che la parte grafica dovrebbe essere appannaggio (nonché campo da gioco) del disegnatore... Io mi sono concentrato piuttosto sulle azioni, sui fatti, e sulle psicologie dei personaggi. Credo che Terra Inferno corra su due binari paralleli: da una parte la storia, che racconta cose, dall’altra il disegno, che ne aggiunge molte altre. E in effetti il risultato è davvero buono.

FRANCESCO: Per me le inquadrature sono il 70% dell’effetto finale di un’immagine, per questo dedico molto più tempo a progettare un punto di vista o una sequenza di movimenti piuttosto che fissarmi sul disegno in sé: sono più che convinto che una pagina a fumetti ben disegnata ma con inquadrature ingiustificate e storytelling (impaginazione e rapporto tra le vignette) confuso sia quanto più controproducente si possa ottenere. Ho visto bravissimi illustratori perdersi completamente nell’affrontare una tavola vedendola come nient’altro che un mucchio di illustrazioni distinte piuttosto che una struttura organica in cui ogni parte deve essere funzionale al tutto e questo mi ha rafforzato nella convinzione che inquadrature, campi e tagli non siano semplici dettagli ma quello che permette la LEGGIBILITA’. Un fumetto non va solo guardato, ma anche letto (e non parlo di balloon): se viene meno questa componente, per me l’autore ha fallito il suo compito.
Tornando a noi, posso dire che seguo le indicazioni di Cristiano e cerco di interpretarle tenendo a mente quanto ho detto sopra: ovviamente spetta a lui l’ultima parola; magari quella che per me è una sequenza funzionante si rivela ridondante o criptica, e allora si cambia, si lima e si cerca una via migliore. Lui si fida di me, ma posso confermare che la fiducia è reciproca.

Quanto tempo ci è voluto per la realizzazione del volume? Potreste illustrarci il processo di creazione della sceneggiatura e delle tavole?

CRISTIANO: Ho ideato la trama partendo da un unico disegno, una illustrazione fatta proprio da Francesco per gioco. Da lì è nata tutta la storia. Il resto, mestiere: una prima stesura del soggetto, una seconda che modificava più o meno il 70% della trama, infine la sceneggiatura, scritta tutta nell’arco di cinque pomeriggi lavorativi di otto ore ciascuno. A tutto ciò è seguita una revisione continua dei dialoghi effettuata durante l’arco di un anno; prima di spedire ciascun blocco di pagine a Francesco, dopo aver visto i layout, e prima del passaggio a china.
A questo aggiungerei innumerevoli ora passate a studiare mentalmente la trama, a far “recitare” i personaggi, a pensare e a ripensare a dialoghi, battute, azioni, il tutto nei luoghi e nei momenti più disparati; tanto che ora conosco i miei personaggi meglio di me stesso, e mi stupisco delle cose che dicono e fanno quasi come se non fossi più io a scriverli, ma lo facessero da soli.

FRANCESCO: Quantificare esattamente il tempo necessario non è possibile: purtroppo, mentre realizzavo Terra Inferno ero impegnato in lavori part time e improbabili corsi sul management per l’export alimentare (!) e così quasi un anno se n’è andato; so comunque che più della seconda metà del libro è stata realizzata tra febbraio e giugno di quest’anno, anche per una mia graduale “abitudine” a un simile lavoro (non dico che da podista della domenica sono diventato un centometrista, ma tanto per rendere l’idea). Il processo effettivo della realizzazione delle tavole è abbastanza standard: riunione (in birreria/casa/biblioteca perugina dei fumetti) dove Cristiano mi sottopone l’idea per la sequenza e come si inserisce nel contesto della storia; segue discussione su eventuali modifiche (che ci crediate o no, siamo persone molto concilianti) nonché la possibilità anche da parte mia di proporre idee e suggerimenti. Sceneggiatura: Cristiano mi indica vignetta per vignetta cosa succede e io cerco di figurarmelo; a questo punto inizia il mio “colpo di stato”, ovvero gli propongo il layout in cui vignette si aggiungono o si sottraggono in virtù di una “fluidità” narrativa (per esempio, ingrandisco una vignetta che ritengo importante e drammatica, ne aggiungo un’altra che possa essere più funzionale o magari ne elimino una accorpandola in un’altra), il tutto ovviamente passibile del nulla osta dello sceneggiatore. Fatto questo, via con le matite: essendo io molto pigro, le mie matite sono in pratica poco più che layout, linee prospettiche e abbozzi dei personaggi (magari con attenzione sui visi, quello sì), e una volta finite le passo a Cristiano perché possa riadattare i dialoghi al disegno definitivo, magari modificandoli sull’espressione di quel personaggio o all’evidenziarsi di un dettaglio altrimenti secondario. Fatto tutto questo, passo al tavolo luminoso per le chine, ripassando le matite su un foglio da disegno (uso Favini A3 liscio); tranne che per i contorni delle vignette tracciati a pennarello, tutto il resto è realizzato a pennello (anche se ora sto usando la Brush Pen, che elimina il problema dell’esaurirsi dell’inchiostro mentre si traccia una linea, ma che è anche leggermente meno versatile di un buon pennello). Direttamente a pennello aggiungo ora tutti i dettagli (panneggi, accessori, parafernalia varie, etc.). Colore!: scansiono la tavola a 600 dpi in bitmap (scala di grigi), estrapolo i neri del disegno in un nuovo livello a photoshop sotto a cui metto tutti gli altri con i colori; solitamente uso pochi livelli, un paio per le basi, altri due per le ombre, uno per le luci, uno con filtri colorati per assecondare luci e atmosfere e uno per gli “effetti speciali” (lampi luminosi, linee colorate, etc.). Dopo di che ne aggiungo un ultimo con i balloon e lo spedisco tramite ftp all’editore, che si occupa di tradurre e letterare (non sempre ottimamente, ahimé) i nostri testi.
Per concludere, posso aggiungere che la veste grafica del volume è stata completamente curata da noi, impiegando innumerevoli piccole sciocchezzuole nella cover, nei risguardi o nel frontespizio che, se uno volesse, potrebbe divertircisi a risolverle e ricollegarle agli innumerevoli elementi interni alla storia.

E a proposito del processo di documentazione? Quanto c’è di vero e quanto c’è di inventato in Terra Inferno?

CRISTIANO: Spare è vero. Il suo sistema magico è vero (...e funziona. Grant Morrison o Alan Moore possono dirvi qualcosa in proposito). Che un mostro gigante sia comparso nel cuore di Londra ottant’anni fa credo proprio non lo sia. Tutto il resto, per quanto riguarda la trama, è frutto di due menti malate.

FRANCESCO: Sul versante grafico ho preso innumerevoli elementi reali e li ho riadattati a questo universo corrotto; insomma, siamo negli anni ‘20 e la storia si è fermata per un evento traumatico senza precedenti: cosa potremmo vedere se ci fossimo anche noi? La documentazione è stata lunga e divertente, ma ovviamente non sempre è possibile ricollegare il modello originale a quello che è uscito dal nostro “trattamento” per i suddetti motivi: vestiti, oggetti, ambienti hanno tutti un’innegabile appeal dei “roaring twenties”, eppure sono qualcosa di totalmente diverso (perverso?). Un’altra cosa su cui mi sono molto documentato sono state le mutazioni, scartabellando vecchi volumi di medicina e riadattando il processo creativo per ottenere qualcosa tanto spaventoso quanto verosimile (ok, anche se esagerato!): creature disperate che forse nemmeno gli X-Men riuscirebbero ad aiutare, a cui ho cercato di dare comunque dignità con un disegno più morbido e pulito possibile; una volta qualcuno si chiese se la bellezza non fosse figlia dell’orrore.
Una nota sui personaggi (e avvertimento ai lettori): in uno mondo provato da un continuo stato di alienazione e lotta per la sopravvivenza, in un contesto di barbarie generalizzata ci è sembrato giusto creare delle persone che non stonassero in una simile ambientazione: visi smagriti e segnati, cicatrici, niente vestiti modaioli e svolazzanti (o peggio, discinti) ma assemblaggi artigianali e (giurerei) funzionali, armi arrugginite e improvvisate (uno dei nostri gira armato con un batacchio di campana... ma è anche vero che è alto più di tre metri); insomma, quando devi scalare una gigantesca montagna di carne viva inseguito da esseri demoniaci alti come palazzi, ti rendi subito conto che quelle lunghe cinghie trendy che ti penzolano dietro per diversi metri o quegli spallacci borchiati che ti impediscono di alzare le braccia non sono stati proprio una buona idea...

Qual è stato il processo che ha portato alla localizzazione del prodotto in lingua francese? È anche questa opera vostra o vi siete appoggiati a service particolari?

CRISTIANO: Come dicevo prima, questa è stata una delle parti più assurde. Barbara Canepa ha visto i disegni di Francesco, io le ho spedito delle illustrazioni che avevamo fatto, lei ha detto che saremmo stati pubblicati. Detto fatto, la cosa è successa, con uno sforzo da parte nostra veramente minimo, e con un sacco di onori da parte della Soleil. Sentendo tutte le voci di sconfitta che si sentono in giro, confesso che non me lo sarei aspettato; ergo i casi sono due: o noi siamo la famosa eccezione o le cose sono più facili di quanto non sembri: basta avere qualcosa di buono da fare vedere. Essere concreti.

FRANCESCO: Esatto, una catena di eventi pressoché involontari ci ha portato questa possibilità; opera nostra è stato l’assemblare il materiale promozionale da spedire su in Soleil: un’anteprima con la cover, sei pagine finite e letterate, qualche studio di personaggi e ambientazioni e un breve riassunto di cosa trattasse questo nostro progetto. La fortuna va bene, ma bisogna comunque mantenersi la testa ben salda sul collo e far fruttare simili opportunità.

Leggete ancora fumetti? Cosa seguite nello specifico?

CRISTIANO: Si, ne leggo, anche se molto meno rispetto ad un tempo. Col passare degli anni trovo sempre più facile giudicare un fumetto ancora prima di aprirlo, mi sembra di vedere – soprattutto nel fumetto che cerca di essere “autoriale” – tante ripetizioni, e in quello popolare troppe trame abusate, anche se recentemente le cose sembra stiano migliorando. Nello specifico... Marvel, quasi tutti. Pochissima DC. BPRD (ovviamente) & Hellboy. Qualche francese, ma con grande parsimonia (bravissimi Blaine, Sfar, Throndheim, David B.). I manga più “adulti” che pubblica la Panini (Berserk, le cose di Nihei, L’Immortale, 20th Century Boys, Eden...). Tutto quello che fa Grant Morrison. Il solito, vecchio Alan Moore. Gipi, bravo. Dylan Dog, che zoppica. Più tutto quello che attira la mia curiosità, e tutto quello che scriverà Francesco nella sua risposta. Totò e Peppino, appunto.

FRANCESCO: Assolutamente sì! Tra le serie a uscita più o meno regolare posso annoverare gli stessi manga indicati da Cristiano, a cui aggiungo le folli opere di Hirohiko “Jojo” Araki, Minetaro “Dragon Head” Mochizuki, il mitico “Dorohedoro” di Q Hayashida, “Shigurui” di Yamaghuchi e Nanjo, “Lone Wolf & Cub” di Koike e Kojima (per cui non ho aggettivi). Arriviamo poi a qualunque cosa riporti in copertina i nomi degli immancabili Morrison, Moore, Mignola, Quitely, Paul Pope, Guy Davis, David B. e altri che magari ora non ricordo. Aggiungiamoci magari Hellblazer, Ultimates o Sandman Mistery Theatre... o altre pubblicazioni dall’incerta periodicità, come “The Maxx” di Kieth o “Professor Bell” di Sfar (ultimi colpi di fulmine? “Nextwave” di Ellis & Immonen, e “Supermarket” di Wood & Kristian). In Italia passo ogni tanto su Dylan Dog (soprattutto quelli di Paola Barbato), magari se disegnati da Mari, Stano o Piccatto, anche se non seguo tantissimo le produzioni nostrane (a parte le vignette di Ed!)

Una domanda retorica: perché la Francia?

CRISTIANO: Una risposta retorica: perché siamo liberi di fare quello che ci pare, perché ci trattano in guanti bianchi, perché ci pagano bene.

FRANCESCO: Perché? Perché certe volte ti sembra che le alternative non reggano assolutamente il paragone. Perché se hai un’opera come la nostra sai di partenza che in qualunque altro contesto non avrebbe alcun futuro. Perché speri sempre che il tuo prodotto possa raggiungere un pubblico più ampio di quanto tu riesca a immaginare. Perchè sei stanco di sentirti dire che il tuo stile non è vendibile tra i tuoi connazionali.
E poi, vuoi mettere quando dici a una ragazza “sai, io pubblico in Francia”?

Cosa ne pensate del fatto che tanti autori – forse troppi – si trovino a dover migrare in Francia o in America per essere apprezzati, o per avere almeno un punto di partenza, una chance di essere pubblicati?

CRISTIANO: Non ci vedo niente di strano. Fa parte della globalizzazione, no? E da che mondo e mondo si va dove c’è offerta di lavoro, che uno sia fumettista o carpentiere. C’è poi da considerare il fatto che un buon numero di questi autori è cresciuto leggendo fumetti stranieri, ha sviluppato il suo segno su di loro, e magari trova più coinvolgente ed appagante lavorare proprio per gli editori che producono proprio quei fumetti! Qui in Italia c’è un certo tipo di pubblico, che richiede un certo tipo di storie, e un certo tipo di mercato con un certo tipo di opportunità lavorative. Per cui, chi in questi termini non si riconosce o ha maggiore spirito di iniziativa cerca strade alternative. Dobbiamo prendercela con qualcuno se la situazione è questa? Credo sarebbe tempo perso.
E comunque credo che il vantaggio di questi mercati stranieri sia uno solo: è più facile entrarci. Il vero problema è rimanerci.

FRANCESCO: anche a mio modesto parere, le cose stanno esattamente così.

Avete già preso contatti con qualche editore nostrano per la trasposizione?

FRANCESCO: Sinceramente ancora no, anche se abbiamo già qualche idea da proporre, qualora in Soleil ci chiedessero un parere. Fatto sta che ancora non sappiamo con esattezza come si evolverà la vita editoriale di Terra Inferno, quindi non posso dire ancora nulla.

Avete in cantiere qualche progetto futuro?

CRISTIANO: Decine. Mi servono solo disegnatori capaci. Anzi, lancio un appello: contattatemi. Astenersi perditempo (e infatti rendo subito le cose difficili, non aggiungendo alcun indirizzo).

FRANCESCO: Sì, sia sempre in coppia con Cristiano, sia collaborando con altre realtà a cui mi sto pian piano proponendo. E magari un giorno mi deciderò a raccogliere quella raccolta di stramberie dal titolo provvisorio de “Il giro del mondo in 80 mostri” e che potete leggere periodicamente sul blog del nostro sito.

La domanda di rito di De:Code. Potreste citare tre fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un appassionato?

CRISTIANO: I migliori che ho letto ultimamente: “Isaac il Pirata”, di Blaine. “Il Gatto del Rabbino”, di Sfar. “Appunti per una storia di Guerra”, di Gipi.

FRANCESCO: “Promethea” di Moore & Williams, per capire le infinite possibilità della creatività umana, “L’ospite sgradito” di Edward Gorey, forse non proprio un fumetto ma tutti dovrebbero conoscere questo gioiellino di crudele umorismo gotico, e infine “I miti di Cthulhu” di Alberto Breccia, punto di non ritorno nell’estetica del “perturbante” a fumetti.

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Un´immagine da Terra Inferno quando era in fase di progetto: Cimeires
La cover del primo volume di Terra Inferno
Un´mmagine promozionale per Terra Inferno
Nadia, da Terra Inferno
Terra Inferno, tavola 6: manca solo il lettering
Terra Inferno, tavola 4
Un´altra pagina da Terra Inferno
Illustrazione di Biagini per Wondercity
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