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Un tocco di colore (e inchiostro): intervista a Lorenzo Ruggiero

di Antonio Solinas

Ciao Lorenzo, vuoi presentarti ai nostri lettori?

Ciao Antonio. Allora… vediamo… mi chiamo Lorenzo Ruggiero, sono nato a Napoli nel 1974 e di professione faccio il disegnatore di fumetti. Nel 2002 entro a far parte del comics lab Innocent Victim con cui (dopo aver frequentato la Scuola di Comix a Napoli, dopo esser stato per due mesi alla Joe Kubert School a New York e dopo un’esperienza di due anni come visualizer presso uno studio di grafica pubblicitaria) inizio il mio percorso professionale nel mondo dei fumetti,inchiostrando e colorando i due volumi Bonerest - Secondo Avvento e Bonerest - Denti.

Sei un caso abbastanza raro di fumettista (insieme al tuo amico e partner artistico Cammo) che ha sfondato all’estero senza avere prima realizzato molte storie in Italia. Come è avvenuto il tuo coinvolgimento con la Innocent Victim? Ti ha fatto strano il passaggio al mercato americano?

Conoscevo già le cose pubblicate dai ragazzi di Innocent Victim e mi piacevano molto (soprattutto Bonerest e Quebrada). Nel 2001 spedii alcuni miei lavori al loro sito e loro mi risposero dopo poco, dicendomi che gli erano piaciuti. Nel 2002, grazie ad un amico in comune, io e Cammo ci conoscemmo di persona al Comicon di Napoli. Quello stesso anno, poi, io, Cammo e Matteo Casali andammo insieme alla convention di San Diego, dove, tra una birretta e l’altra, si iniziò a parlare del rilancio di Innocent Victim con la collana “Atmosfere” per Magic Press; e quindi della realizzazione dei nuovi episodi di Bonerest, con coinvolgimento del sottoscritto.
Il resto,come si direbbe in questi casi, è storia.
Sono cresciuto con i comics americani. Sono sempre stati la mia passione, fin da piccolo. Così come lavorare per il mercato americano è sempre stato il mio sogno ed il mio obbiettivo. Del resto, stare a New York per circa due mesi e mezzo, da solo, per frequentare la scuola di Joe Kubert è la dimostrazione di quanta determinazione abbia avuto.

3) Sei un valente e poliedrico artista, ma la tua produzione si è basata soprattutto sull’inchiostrazione. Quali le ragioni di questa scelta e vedremo presto qualche storia lunga realizzata da te come disegnatore?

Quando inizialmente spedii i miei lavori ai ragazzi di Innocent Victim, loro mi chiesero di fare una prova di inchiostrazione su due tavole a matita di Cammo. Il risultato piacque subito a tutti (a me e a Cammo in primis), tanto da dare il via ad una proficua collaborazione che, partendo da Bonerest, ormai dura da 5 anni. Ovviamente,da allora il mio modo di inchiostrare è molto cambiato. Il tratto si è affinato notevolmente e la linea risulta molto più modulata rispetto agli inizi. Complice, ovviamente, una naturale evoluzione artistica sia mia che di Cammo nel corso degli anni. Se rivedo oggi il modo in cui inchiostravo agli inizi, mi metto le mani nei capelli. Ma penso sia normale che vada così, un po’ per tutti quelli che fanno questo lavoro. Devo, inoltre, essere riconoscente ad alcuni professionisti della Joe Kubert School prima, e della Wildstorm dopo (Richard Friend e Sandra Hope su tutti), che, con i loro consigli e le loro “dritte”, hanno contribuito in questi anni alla mia crescita come artista. Iniziare poi a lavorare con Cammo, che ai tempi era già un professionista, mi ha aiutato molto a livello professionale e tecnico.
Per il momento, questa attività mi tiene fortunatamente molto impegnato. Spero in futuro di avere la possibilità di disegnare una storia lunga, così come mi auguro di continuare la mia collaborazione come inchiostratore di Cammo e di altri artisti.

A proposito dell’inchiostrazione: hai lavorato spesso con Giuseppe Camuncoli. Chi altri hai inchiostrato e chi ti piacerebbe inchiostrare? Quali sono le caratteristiche del tuo disegnatore ideale da inchiostrare?

-Come dici tu, in questi anni ho prevalentemente lavorato con Cammo, anche perché tra di noi,dal punto di vista professionale, si è creata subito una sinergia perfetta.
Tuttavia, negli ultimi tempi ho inchiostrato anche altri autori; come per esempio Carmine Di Giandomenico, Brad Walker e Grazia Lobaccaro, solo per citarne alcuni. Ed il risultato di queste collaborazioni è stato molto positivo e soddisfacente per tutti.
Come inchiostratore, ho un tratto molto pulito e preciso, e prediligo i contrasti netti di bianco e nero. Di conseguenza, il segno che prediligo inchiostrare (e su cui le mie chine si sposano perfettamente) deve in qualche modo assecondare queste caratteristiche. Mi piace un segno essenziale, non eccessivamente realistico. Grafico ma corposo al tempo stesso.
Ovviamente, ti sto parlando delle mie preferenze, e di quelle che sono le caratteristiche di una matita che si possa sposare bene con le mie chine; ma il compito di un professionista come me deve essere sempre e comunque quello di inchiostrare qualsiasi tipo di disegnatore. Cercando sempre di valorizzare al massimo le matite attraverso l’aggiunta di una personalità da parte mia.

Si vocifera che presto inchiostrerai Werther Dell’Edera, che ha un segno molto diverso da quello di un disegnatore come Cammo. Come affronti l’approccio all’inchiostrazione? Cerchi di adattarti allo stile del disegnatore o invece di “imporgli” il tuo stile? Hai mai trovato disegnatori particolarmente difficili da inchiostrare?

Sì infatti. Bè, con Werther direi che è stata una bella scommessa vinta da entrambi. Da parte sua, per essersi ciecamente fidato del mio lavoro; da parte mia, per esser riuscito ad interpretare alla perfezione il suo segno, valorizzandolo, mettendoci del mio, e rendendolo più pulito e preciso. Mi piace lavorare con Werther. Ha un tratto fantastico, che matura via via che passa il tempo. È un tratto molto fluido ed “istintivo”, caratterizzato da linee molto spesso spezzate o “suggerite”. Per un inchiostratore, quindi, capirai che è una vera e propria sfida. Tuttavia, come ti dicevo, il risultato soddisfa entrambi perchè si vede che è una combinazione del lavoro di noi due. Sono riuscito ad accentuare la potenza del suo segno, rendendolo al contempo più “pulito” e meno “sporco”. Dalle tavole realizzate insieme traspare la personalità e la riconoscibilità di entrambi.
Del resto il mio compito è principalmente quello di valorizzare senza snaturare quello che ho sul foglio. Il mio approccio quindi, si basa sempre sul mantenersi su questa sottile linea di confine. Dove, da una parte, cerco sempre di valorizzare al massimo le matite, dall’altra infondo una mia personalità ed un mio modo di lavorare sul segno. Il tutto comunque deve sempre essere funzionale al miglior risultato finale possibile.
Per fortuna, sino a questo momento, non ho mai incontrato particolari difficoltà con nessuno. Anzi, mi sono sempre adattato perfettamente con tutti senza, tuttavia, perdere le mie caratteristiche e senza “annullarmi”.
Per usare una metafora calcistica, si può dire che non ho mai avuto problemi ad entrare in “clima partita con la giusta mentalità”.

Un’altra tua grande passione è il colore. Vuoi raccontarci un po’ della tua attività di colorista? Quali sfide offre la colorazione, nei confronti dell’inchiostrazione?

-La mia attività di colorista si può dire sia nata parallelamente al mio percorso come disegnatore, anche se ultimamente, dal punto di vista lavorativo, il secondo sta nettamente prevalendo sulla prima. La passione per il colore deriva essenzialmente dalla passione per la pittura e l’illustrazione. La pittura, soprattutto, è un settore con il quale mi piace (quando ho un po’ di tempo libero) continuare a sperimentare.
La mia attività come colorista è iniziata con Bonerest, per poi proseguire con NYC Mech per la Image Comics ed alcune copertine che io e Cammo abbiamo realizzato insieme (su tutte quella dell’Uomo Ragno 400 e del numero x degli X-Men per Panini Comics). Dove, nel caso specifico, mi sono appunto occupato della realizzazione di chine e colori.
In un ipotetico accostamento tra la realizzazione di un film per il cinema e la realizzazione di un albo a fumetti, si può paragonare la colorazione digitale agli effetti speciali.
È quindi come una sorta di lavoro di post-produzione dove, nel caso specifico, la sfida per un colorista consiste nel dare la giusta atmosfera alla scena che si sta raccontando. Facendo inoltre attenzione a separare bene i piani ed a bilanciare in modo equilibrato la palette di colori che si intende usare.
Ti accennavo prima al mio interesse verso pittura ed illustrazione, proprio perchè credo che il lavoro di un colorista professionista si debba essenzialmente basare su di una conoscenza del colore. Vedi, purtroppo Photoshop, così come altri programmi di colorazione digitale, può facilmente essere un’arma a doppio taglio. Mi spiego meglio; il computer sicuramente ti consente di arrivare in maniera più semplice e veloce ad ottenere risultati che con una colorazione a mano richiederebbero molto più tempo (senza parlare poi della possibilità di tornare indietro e correggere eventuali errori; cosa che in una colorazione a mano diventerebbe un po’ più complessa). Tuttavia ,se non si ha una conoscenza o un “gusto” del colore e di come usarlo, di come abbinarlo, di come bilanciare ombre e luci per dare la giusta atmosfera alle tavole, si rischia con il digitale di fare delle “tamarrate” pazzesche. Del tipo: colori troppo sparati, luci e ombre sbagliate e textures eccessive e “pesanti”.
Credo che la colorazione sia una sorta di “prolungamento” dell’ inchiostrazione”. Abbiamo un disegno a matita che prende corpo e “salta fuori” con le chine. Successivamente, con il colore, si ha la visione completa del prodotto. È un po’ come truccare e vestire a poco a poco una modella per poi mandarla a sfilare.

Hai lavorato per diverse case editrici americane. Come vedi il mercato americano? Hai trovato differenze professionali nel lavorare per le diverse major statunitensi?

Dopo la crisi post-anni ‘90, adesso mi sembra che il mercato americano stia attraversando un buon momento, nonostante in USA il fumetto continui ad essere, purtroppo,ancora un prodotto di nicchia (ovviamente in proporzione con la grandezza del paese). La quantità di prodotti e iniziative che le due più importanti majors (Marvel e DC) hanno realizzato (Civil War e Infinite Crisis,solo per citarne alcune) negli ultimi tempi mi sembrano di ottima qualità. Direi, inoltre, che dal punto di vista professionale (storytelling, matite, chine e colori), il livello professionistico si è molto alzato; anche grazie all’apporto di molti autori bravi e di molti sceneggiatori che, provenendo alcuni dalla tv o dal cinema, hanno dato nuova linfa alle storie. Sia nel modo di raccontare che nei contenuti.
Non ho trovato particolari differenze professionali tra DC e Marvel. Gli editors o gli scrittori con cui io e Cammo abbiamo lavorato sono sempre stati tranquilli e disponibili.
Le differenze, più che tra una casa editrice e l’altra, le puoi al massimo trovare tra il rapporto che si crea con un editor piuttosto che con un altro. O con uno scrittore, piuttosto che con un altro.
Ma, come ti accennavo prima, finora ci siam sempre trovati bene, a livello di collaborazione, con tutti gli editor e scrittori con cui si è lavorato.
Ti posso aggiungere che, più che le differenze fra una casa editrice e l’altra, c’è invece un comun denominatore che accomuna i lavori: le scadenze! Che sia DC o Marvel.

Fai parte dello Studio Gioco Duro con Jim Lee e altri disegnatori della Wildstorm. Che cosa ci puoi dire di questa importante esperienza?

Un’esperienza estremamente costruttiva che è servita molto alla mia crescita professionale (ti parlavo infatti prima dei consigli di Richard e Sandra).
Avere la possibilità di lavorare nella stessa stanza accanto ad un professionista del calibro di Jim Lee o stare negli studios della Wildstorm a San Diego e vedere al lavoro Carlos D’Anda, Richard, Sandra e gli altri artisti, non può che far bene. Sia per i consigli che ti vengono dati, e sia semplicemente “assorbendo” naturalmente e automaticamente informazioni tecniche importanti.

Ormai da qualche anno la produzione della Innocent Victim si è molto rarefatta, a causa degli impegni dei membri sui palcoscenici internazionali. È cambiato qualcosa (a livello di gruppo) dal tempo degli esordi? Ti manca qualcosa di quel periodo?

Bè, sicuramente a livello di gruppo non è cambiato niente. Siamo sempre affiatati tra di noi e con la voglia di uscire presto con nuove cose sotto il marchio Innocent.
Purtroppo,come accennavi già tu nella domanda, il poco tempo a disposizione, dovuto ad altri impegni, ha notevolmente allungato i tempi.
Tuttavia ci stiamo, nel frattempo, impegnando a rimettere in sesto il sito (ormai da troppo tempo abbandonato a se stesso) e prossimamente, inoltre, usciranno storie inedite di un’importante serie Innocent.
Innocent Victim è anche e soprattutto un gruppo di amici. Ci vediamo spesso e, anche se ognuno è lavorativamente impegnato su altre cose, continuiamo a parlare del futuro del comics lab e dei progetti correlati.

Ti piacerebbe lavorare anche per case editrici italiane? Che cosa ti piacerebbe inchiostrare (o colorare)?

Estenderei il bersaglio a tutto il mercato europeo in generale. Per un artista offre sfide molto diverse, ma altrettanto importanti e appaganti, rispetto al mercato americano.
Pensando all’Italia, poi, la prima cosa che ovviamente salta alla mente è Bonelli. E se si pensa a Bonelli, automaticamente penso a Tex (pur non essendo un grande appassionato del genere western) e a Dylan Dog. Rappresentano ormai per il nostro Paese due vere e proprie icone. Un po’ come Superman negli USA. E chi non vorrebbe lavorare su delle icone?
Inoltre, penso anche a Diabolik dell’Astorina.Un’altra icona nel “comicdom italiano”. Un piccolo “assaggio”su quest’ultimo io e Cammo lo abbiamo avuto alcuni anni fa in occasione dell’edizione di Napoli Comicon del 2004, quando (in collaborazione con Astorina e Comicon) disegnammo una storia di Diabolik, appunto, ambientata a Napoli. Mi piacerebbe in futuro,magari, lavorare su uno speciale di Diabolik.

Sei un assiduo frequentatore di conventions americane. A parte la grandezza, quali sono le differenze con le nostre manifestazioni più famose, tipo Lucca e Napoli?

Mi viene in mente la parola “show business”. È tutto un eccesso. Non solo la grandezza degli spazi espositivi e degli stand delle case editrici più importanti (soprattutto quello della DC), ma soprattutto l’immensa rilevanza che si da a qualsiasi forma di entertainment: dalle serie tv (da quelle anni ’70 a quelle nuove) fino al lancio dei film, passando per videogiochi, cartoni animati e, ovviamente, fumetti. Per questi ultimi, poi, c’è da aggiungere che il mercato americano sta vivendo negli ultimi anni, in netto ritardo rispetto al nostro Paese, il boom dei manga e degli anime (i cartoni animati giapponesi). In mezzo a questo mega carrozzone, forse la cosa che manca di più è proprio una sezione espositiva dedicata alle mostre di originali.
L’unico modo per vedere originali, che so, di Neal Adams, piuttosto che di Romita Sr o Gene Colan (solo per dirne alcuni) è sperare di beccarli nell’area artisti, con il loro tavolino, a venderli.

Quali sono i tuoi attuali progetti?

Ho da poco tempo finito di lavorare sullo Special di Ms Marvel per la Marvel e su un numero di 52 per la DC ed attualmente sto lavorando con Cammo su un importante progetto europeo che dovrebbe uscire l’anno prossimo. Inoltre, a breve, inizierò a colorare i nuovi volumi di Romano (della premiata ditta Bilotta - Di Giandomenico) per Glenat.

La nostra domanda classica: quali sono i tre fumetti che non dovrebbero mancare sullo scaffale di un appassionato?

Mmmm... direi… Maus di Spiegelman, Watchmen ed un qualsiasi volume a scelta della collana The Complete Peanuts del grande Charles M. Schulz.

Poi di stramacchio,ovviamente aggiungerei Corto Maltese, Calvin & Hobbes e tanti altri. Ma credo sia scorretto ai fini della domanda, eh?

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Una immagine di Lorenzo
Immagine promozionale per <i>Bonerest</i>
Una tavola per lo special di <Diabolik</i> in collaborazione con Comicon
Una magistrale prova di inchiostrazione sulle matite di Werther Dell´Edera
Chine e colori per la copertina dell´<i>Uomo Ragno 400</i> Panini.