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”Io faccio solo il mio lavoro, lui fa il suo”: intervista a Leah Moore e John Reppion

di Antonio Solinas e Nicola Peruzzi

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Ciao Leah e John. Non si è visto molto del vostro lavoro in Italia. Volete presentarvi ai nostri lettori italiani?
Leah: Mi chiamo Leah Moore, e scrivo fumetti oramai da quattro anni. Penso che se lo stiamo facendo da così tanto tempo, significa che facciamo abbastanza bene, no?
John: Mi chiamo John Reppion; sono il marito e il collaboratore alle sceneggiature di Leah. Abbiamo lavorato insieme, a partire dal 2003, su serie come Wildgirl e Albion (Per la Wildstorm) e su progetti per i tipi della Dark Horse e editori indipendenti più piccoli come Th3rd World e Accent UK.

Com’è nata in voi la passione per i fumetti? E come avete cominciato a lavorare nel settore?
Leah: I fumetti sono il background di tutta la mia vita. Ho visto fumetti, li ho letti, mi hanno emozionata, mi hanno annoiata per ben 28 anni. Penso che anche solo il fatto che ne sia rimasta attratta allo stesso modo per così tanto tempo sia esso stesso un dato stupefacente. Di regola, avrei dovuto lasciarmeli alle spalle tempo fa. Faccio fumetti da quando sono piccola, ma nel 2003 papà mi ha chiesto se avessi mai pensato di scriverne uno. Al che, ho realizzato eight pager, solo per vedere se avrei potuto farcela, e sorprendentemente è stato accettato da Scott Dunbier. Ne ho fatto un altro prima di iniziare a collaborare con John su Wild Girl.
John: Come molti ragazzi altri britannici, da bambino leggevo fumetti del calibro di Dandy e Beano, ma per lo più erano (e sono tuttora) fumetti umoristici. Mi sono poi dilettato a leggere fumetti “d’azione” durante la mia adolescenza, solo perché cose come Dark Knight, Teenage Mutant Ninja Turtles e The Killing Joke andavano per la maggiore, al tempo. Quando io e Leah ci siamo incontrati nel 2001, non saprei dire da quanto tempo non tenessi tra le mani un fumetto. Anni, probabilmente. Quindi, si può dire che non è che aspirassi da subito a diventare uno scrittore di fumetti, o di lavorare nell’industria del fumetto in generale. Leah ed io vivevamo già insieme quando Scott Dunbier della Wildstorm le chiese se avesse voluto provare a inviargli una proposta per una miniserie. E fu così che Leah iniziò a bombardarmi di idee. Prima che ci rendessimo conto di quel che stava succedendo, avevamo già mollato i nostri vecchi lavori e stavamo collaborando alla sceneggiatura di Wildgirl. Da allora, tutto diventa un po’ confuso da ricordare.

Quali sono le vostre influenze C’è qualcosa che magari non si nota immediatamente?
Leah: Credo che le cose che leggevo da bambina mi abbiano influenzato più di quanto potessi immaginare. Leggevo Fudge and Speck di Ken Reid e Moonbird di Mike Higgs, leggevo Beano, Beezer, Twinkle e tonnellate di altri fumetti che apprezzavo proprio perchè ero una ragazzina. E’ stato solo quando li ho riletti da adulta che ho realizzato quanto queste storie ancora oggi influenzino quello che io concepisco come fumetto, e quello che voglio che i miei fumetti riflettano. Direi che sono anche stata influenzata dai fumetti underground. Sono sempre stata impressionata da gente come Gilbert Shelton e Crumb, anche da prima che riuscissi a capire tutte le battute nella loro opera. Ho letto The Rhyme of the Ancient Mariner di S.T. Coleridge (la versione pubblicata dalla Knockabout e disegnata da Hunt Emerson) che era letteralmente esplosiva: tutte le texture e il livello di dettaglio dell’arte di Hunt mi hanno lasciata e mi lasciano tutt’oggi a bocca aperta. Ho letto a onor del vero tutto quello che mi è capitato tra le mani: Krazy Cat and Ignatz, i primi lavori di Matt Groening (Binky’s guide to love eccetera), tutto ciò che riuscivo a trovare per casa, insomma.
John: Credo che qualsiasi cosa possa influenzarti, no? Non soltanto fumetti, ma anche i romanzi, i film, la TV, la musica, il notiziario, il tempo... ogni cosa. Nessuno di noi due aspira ad emulare qualche altro scrittore di fumetti e, anche se fosse, credo che sarebbe decisamente impossibile farlo lavorando in coppia. Quando scriviamo separatamente si notano stili ben distinti e separati, ma quando scriviamo insieme c’è come un’altra “voce” che si manifesta, una specie di terzo scrittore che è una sintesi di noi due. Mescoliamo tutto quello che ci piace e che ci interessa nel nostro lavoro e, in qualche modo, pare che ciò che ne esce venga distillato e concentrato in qualcosa che assume un significato attraverso il nostro processo creativo.

Come influisce il lavoro nella vostra relazione? Vi porta a litigare?
John: Si, talvolta ci porta ad avere discussioni, ma credo che un po’ tutti di tanto in tanto si incazzino per il loro lavoro, no? Purtroppo, noi non possiamo concederci il lusso di tornare a casa la sera e lamentarci col rispettivo partner di come sia noioso il nostro lavoro insieme. Seriamente, anche se qualche volta abbiamo delle liti, fa tutto parte del processo creativo e nove volte su dieci il progetto poi ne esce fuori migliore. Fondamentalmente, dopo che ci siamo fatti un’idea precisa, ci sediamo e suddividiamo approssimativamente la storia in uscite. Poi ampliamo le idee di base e dividiamo il tutto seguendo una progressione pagina per pagina. Disegnamo delle miniature grezze della pagina con delle piccole note di dialogo accanto ad ognuna di esse e poi facciamo i turni per buttare giù la sceneggiatura partendo dalle miniature. Una volta fatto questo, controlliamo e organizziamo tutti i dialoghi, cambiamo e ricambiamo le cose, fintanto che non siamo entrambi contenti di ciò che abbiamo ottenuto. E’ un precesso piuttosto lungo, in cui entrambi facciamo l’editing del lavoro dell’altro, e questo può causare qualche tensione o qualche disaccordo, ad esempio sul modo di parlare di un personaggio, ma, in definitiva, tutto sembra funzionare molto bene.

Una domanda per Leah. Quando vieni intervistata, ti viene chiesto spesso di tuo padre, Alan Moore? Ti secca?
Leah: Mi aspetto che la gente mi ponga determinate domande. Per esempio, se col crossover Witchblade/Dorian Gray stavamo cercando di fare un parallelo con La Lega degli Straordinari Gentlemen. Io mi aspetterei una domanda simile in un insieme di domande sulla serie. Onestamente però, a meno che non ci sia una vera ragione per la domanda, diventa molto difficile dire qualcosa di originale. Non è che mi secca parlare di mio padre, anche perché lavoro nel suo stesso settore, e se avessi voluto evitare domande su di lui avrei semplicemente potuto scegliere un altro mestiere. L’unica cosa che trovo strana è la gente che diventa tutto d’un tratto nervosa di incontrarmi perché sono la figlia di mio padre, come se fosse emozionante quasi quanto incontrare lui in persona. Mi sento sempre abbastanza a disagio quando questo succede. Sono più bassa, meno pelosa e meno emozionante. Quindi, statevene un po’ calmi, tutti quanti.

Leah, tuo padre è universalmente riconosciuto come uno dei migliori in assoluto. Quanto pensi che questa consapevolezza ti abbia messa alla prova? Come affronti la pressione?
Leah: Messa così sembra quasi un film adolescenziale sdolcinato in cui io devo sconfiggere mio padre e dimostrare di essere migliore di lui nello scrivere fumetti per poter finalmente essere accettata. In realtà non c’è nessuna pressione in quanto non nutro queste aspettative per me stessa. Non voglio scrivere fumetti per poter essere brava come lui, o avere tutto il suo successo, o avere così tanti fan, perché le probabilità che questo succeda sono estremamente basse. Sarei solo in grado di provare un costante senso di delusione. Se invece scrivo fumetti per pagare l’affitto e perché mi piace farlo, sarò sempre contenta di ciò che faccio e non avrò mai la sensazione di aver fallito. E poi, per me è soltanto mio padre, per cui non è nemmeno lontanamente scoraggiante come provare a vivere con l’eredità di qualcuno da cui sei veramente intimidito professionalmente. Non mi interessa se non scriverò mai qualcosa di importante come Watchmen, o se non sarò mai considerata allo stesso livello di papà. Io faccio solo il mio lavoro, lui fa il suo.

Una domanda per John. Quando vieni intervistato, ti viene mai chiesto del tuo matrimonio con la figlia di Alan Moore? Ti secca?
John: Non mi viene chiesto molto spesso, a dire il vero. Ho letto cose online di persone che suggerivano l’idea che io avrei sposato Leah per entrare nel mondo del fumetto, cose abbastanza offensive, a dire il vero, e assolutamente risibili per chiunque conosca le tariffe dei freelance. Infatti avrei guadagnato molto di più se avessi mantenuto il mio vecchio lavoro in un negozio di alcolici. Non ho sposato Leah perché è figlia di Alan Moore; strano a dirsi, ma l’ho sposata perché la amo. Infatti quando l’ho incontrata, sapevo a malapena chi fosse Alan Moore.

Probabilmente, sarete stati esposti sia ai lati positivi che a quelli negativi del mondo del fumetto. Quali sono le cose che più amate e quelle che più odiate nel settore?
Leah: Amo le tante e differenti persone con le quali ti ritrovi a lavorare in un progetto, amo come un differente inchiostratore possa far sembrare le matite completamente diverse, e tutte le infinite combinazioni di coloristi, scrittori e tutti quanti rendono un libro unico. Amo ricevere le pagine via email. E’ un po’ una magia vedere il fumetto che si completa pagina per pagina nella tua casella. Tutto questo mi eccita da morire, ne sono completamente dipendente. Se la gente odia aspettare la prossima uscita, immagina che significa dover aspettare due giorni per pagina! E’ una tortura, ma è così dolce quando tutto è passato.
Odio la gente che dice che l’industria del fumetto sta morendo, o che i fumetti sono in declino per colpa di questo o di quello; non ha senso, fintanto che faremo fumetti la gente continuerà a comperarli. L’unica cosa che potrebbe ammazzare l’industria è un’improvvisa depressione da parte degli autori, che si trovano tutti quanti a cambiare lavoro. Odio la gente che passa tutto il tempo a dire cosa non gli piace in un fumetto e non si sofferma un attimo a evidenziare cosa gli piace di un altro. Se pensi che sia uno schifo, non comprarlo, non leggerlo, compra qualcos’altro che ti renda felice, e passa il tuo tempo a dire agli altri quanto ti è piaciuto. Odio le persone che stanno sempre a valutare se uno è più in alto o più in basso sulla bilancia, chi ha avuto il progetto al posto di chi, o chi è stato scaricato. Sono cose che capitano in ogni industria; ce le portiamo dietro dai tempi della scuola.

La storia di Albion è stata sviluppata da Alan Moore e Dave Gibbons. Come siete stati coinvolti nella miniserie, e a che livello?
John: In realtà il concept è di Alan e Shane Oakley (il disegnatore del progetto), e il plot è di Alan. Il coinvolgimento di Dave è stato solo a livello di design del logo e delle copertine, e tra l’altro ha fatto un lavoro fantastico. Shane ed Alan avevano intenzione di collaborare ad un progetto, e Shane cominciò a chiedere in giro a chi appartenessero tutti i classici personaggi dei fumetti britannici, come ad esempio The Spider, The Steel Claw e Robot Archie. Alan chiese ad un tizio alla Wildstorm se sapesse nulla dei diritti di questi personaggi e scoprì che, per una qualche bizzarra coincidenza, la compagnia inglese chiamata IPC era già in trattativa con la DC Comics riguardo a una gestione incrociata delle licenze di alcuni di essi. Alan suggerì l’idea di utilizzare quei personaggi in Albion e la Wildstorm dette il via libera. Si parla del lontano 2004, quando Alan aveva tentato di concludere quanto più lavoro possibile nel mercato mainstream per potersi concentrare al massimo sui suoi progetti personali, e non aveva assolutamente alcuna intenzione di firmare per una nuova miniserie. Per cui ha lasciato a Leah e a me il compito di scriverla. E’ stata un’esperienza davvero interessante; Alan ha lasciato i suoi plot piuttosto liberi, sostanzialmente con un punto d’inizio, una fine, ed una lista di eventi chiave. Leah ed io abbiamo avuto un sacco di libertà creativa nel progetto, e ci siamo divertiti molto coi personaggi. E’ finita come una grande collaborazione a quattro tra Alan, Shane e noi due, tutti a gettare semi di idee nel calderone.

Albion Si è rivelato un buon successo. Quanta pressione e quanto giovamento ha comportato lavorare col team creativo di Watchmen?
Leah: Beh, papà ha realizzato plot e ha corretto le bozze, Dave si è occupato delle cover, per cui il loro input è stato minimale. Come ho detto prima, noi abbiamo una visione completamente diversa di papà e di Dave rispetto ai fan o agli altri scrittori, in questo modo riusciamo a non sentire alcun genere di pressione. Direi che non ne abbiamo nemmeno tratto giovamento, il progetto ha avuto il suo slancio e noi lavoravamo principalmente con Shane e l’altro tipo della IPC, Andrew Sumner. E’ stato grazie al nostro lavoro e a quello di questi ragazzi che Albion è stato scritto, disegnato e realizzato. E’ stato grandioso avere papà e Dave a lavorare nel progetto, e adoro l’atmosfera e le sensazioni che sono riusciti a instillare al lavoro solo grazie al loro coinvolgimento, ma preferisco pensare che il fumetto sia stato un successo perché ben scritto e ben disegnato.

Avete lavorato molto con Wildstorm, ma adesso avete iniziato a collaborare anche con altri editori. Quali sono le differenze?
John: Il 2007 è solo il nostro quarto anno di lavoro in questo settore, per cui ci consideriamo ancora relativamente giovani e impariamo cose nuove ogni momento. Più o meno ogni progetto al quale abbiamo lavorato si è dimostrato in un modo o nell’altro differente, e differenti compagnie e differenti editor si aspettano di volta in volta cose differenti da una storia. Recentemente, abbiamo fatto un sacco di lavori per la Dynamite Entertainment ed abbiamo lavorato ad un crossover tra loro e la Top Cow. A differenza di Albion, in cui molti dei personaggi che stavamo usando risultavano fuori produzione da parecchio tempo, Witchblade – Shades of Gray, ci ha permesso di utilizzare personaggi contemporanei della Top Cow che sono ancora “vivi e vegeti”. E’ stata un po’ dura per noi, perché avevamo in pratica a che fare con due differenti compagnie e due differenti redazioni, e dovevamo esser certi che tutto era coerente con l’attuale produzione Top Cow di Witchblade. Come ho detto, è stato un lavoro duro ma ci ha aiutato molto a crescere professionalmente ed a imparare nuove tecniche.

Leggete ancora fumetti? Seguite qualche autore in particolare?
Leah: Seguiamo qualcosa, come The Goon, Elephantmen, Zombie (Marvel Max), personalmente seguo qualsiasi cosa riesca ad accaparrarmi dei fratelli Hernandez, adoriamo Hellboy, amiamo Jill Thompson, amiamo anche tante cose che non seguiamo regolarmente ma che cerchiamo di comprare quando possiamo.

Potreste parlarci dei vostri progetti futuri?
John: La raccolta in volume di Albion arriverà a dicembre, così come il Book of Monsters della Dark Horse, antologia che contiene una storia nostra. Witchblade – Shades of Gray uscirà a febbraio, e vedrà la detective Sara Pezzini incontrare un uomo che si fa chiamare Dorian Gray. La nostra serie di zombi tutta sangue e frattaglie, Raise the Dead, uscirà a marzo, così come il primo numero di una nuova serie antologica della Dynamite chiamata Savage Tales, per la quale stiamo realizzando una serie intitolata Battle for Atlantis. A parte tutto questo, poi, usciranno anche altre cose per gli editori indipendenti Th3rd World e Accent UK, e poi anche alcuni progetti “creator owned”. Siamo davvero molto, ma molto, impegnati.

Conoscete la scena fumettistica europea? E l’Italia, in particolare?
Leah: Abbiamo partecipato a conventions in Portogallo e Danimarca, in pratica abbiamo vissuto esperienze al nord e al sud d’Europa. Finiamo sempre per comprare un sacco di volumi a queste fiere, anche se poi non abbiamo idea di quello che c’è scritto. Siamo entrambi fan di Manara, e siamo davvero felici di aver ricevuto all’ultima convention una copia danese dei Borgia: i suoi acquerelli sono fantastici. Credo che sarebbe utile se più autori europei venissero tradotti in inglese; ci perdiamo sempre queste cose perché non riusciamo mai ad andare oltre i normali negozi di fumetti. Quando ci siamo trovati nella sezione fumetti di una libreria portoghese, ero così emozionata: era enorme! Mi imbarazza un po’ il dover ammettere di conoscere così poco dei fumetti italiani, ma siamo sempre ben disposti ad imparare!

La nostra domanda classica: quali sono i tre volumi che un vero appassionato di fumetti dovrebbe avere nello scaffale?
John: Quali sono i volumi che mi aspetto di trovare, o quali sono quelli che consiglierei? Mi aspetterei di trovarci Watchmen, Dark Knight e una grossa collezione di Cerebus. Sono tutti volumi molto belli, ma mi sembra un po’ il set di volumi di base, no? Per cui, io raccomanderei Strangehaven di Gary Spencer Millidge, Blacksad di Juan Diaz Canales e Juanjo Guarnido e Blankets di Craig Thompson.
Leah: Un qualsiasi volume di Love and Rockets, Contratto con Dio di Will Eisner e Maus di Art Spiegelmann. Tutta roba che regala un vero impatto a livello emotivo.

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Copertina di Capullo-Mc Farlane, da Gene Simmons House Of Horrors - Into the Woods (IDW)
Tavola 23, da Witchblade - Shades of Gray (Top Cow)
Copertina di Steven Bissette per l´antologia Zombies (Accent UK)
Copertina di Arthur Suydam per Raise the Dead 2 (Dynamite Entertainment)
Copertina di Shawn McManus per WIld Girl 6 (Wildstorm/DC)
Copertina di Dave Gibbons per Albion 1 (Wildstorm/DC)
Tavola 5, da Albion 1 (Wildstorm/DC)
La versione originale di Janus Stark, uno dei personaggi di Albion