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”Spero di non portare troppe idee” : intervista a Joann Sfar

di Nicola Peruzzi, Antonio Solinas e Stefano Perullo

Sei considerato uno degli autori di punta della nouvelle vague del fumetto francese. Potresti parlarci dei tuoi esordi come fumettista e dell’esperienza ne L’Association?

Certo. Non sono solo, ci sono tanti autori che sono apparsi sulla scena nello stesso periodo. Ovviamente L’Association è il simbolo di tale movimento, ma forse il mio caso è speciale perché io non vengo dall’underground. Non ho fatto esperienze di nicchia per poi passare ad editori di fama: sin dall’inizio, ho lavorato allo stesso tempo per l’Association e per Delcourt e Dargaud, editori molto più mainstream. Questo perché se da una parte mi piaceva l’idea di sperimentare, dall’altra volevo raccontare storie per tutti. Penso che si possano realizzare storie intelligenti per tutti e non mi interessa raccontare storie intelligenti solo per persone intelligenti. Tutti possono parlare alle persone intelligenti. È molto più difficile parlare a tutti.

I lavori de L’Association si distinguono per una felice commistione di elementi fantastici con elementi autobiografici. Quanto di autobiografico c’è nei tuoi racconti?

Dipende ovviamente da storia a storia, perché ho una produzione alquanto diversa, ma la cosa principale per l’Association era di portare i fumetti in posti in cui normalmente non vanno. Autobiografia, graphic novel, anche reportage giornalistico: tutto fa brodo. Tutto è permesso. Per cui a volte uso elementi reali, a volte la mia vita, a volte mi immagino le cose. L’unica cosa che mi interessa è che la storia sia buona: anche se è una storia vera, deve essere una storia valida. Non è una questione di dire: “è accaduto veramente, quindi è un buon racconto”.

Qual è il fumetto che ritieni più vicino alla tua esperienza di vita e per quale motivo?

Non sono stati ancora tradotti perché sono tomi veramente ponderosi. Si tratta dei miei sketchbooks giornalieri, ognuno ha qualcosa come 800 pagine e ce ne sono 5 in circolazione, pubblicati dall’Association. Il prossimo sarà pubblicato dalla Delcourt, nella sottoetichetta di Lewis Trondheim. Questo per quanto riguarda la mia vita di tutti i giorni.
Tutte le altre storie sono di fantasia, ma probabilmente il Piccolo Vampiro è stato assemblato con ricordi della mia infanzia. In questo senso, Il gatto del Rabbino è un’opera di pura immaginazione, non tratta affatto della mia famiglia.

A proposito de Il gatto del Rabbino, l’opera evidenzia in maniera esplicita il tuo rapporto con la filosofia in genere e con l’ebraismo in particolare, presente comunque anche in altre tue opere pubblicate in Italia. Potresti parlarci di come è nato il rapporto con filosofia e religione e delle idee che stai cercando di portare avanti nei tuoi lavori?

Spero di non portare troppe idee. Io metto a disposizione domande e strumenti con cui la gente possa lavorare. Ma non offro che pochissime risposte (almeno spero) e mi piace discutere di argomenti importanti, come l’amore, la morte, la libertà e così via.
Mi piace che i miei personaggi discutano di queste cose, e secondo me i dialoghi sono tanto importanti quanto l’azione. La storia può (e deve) svilupparsi anche con i dialoghi.

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Uno dei fulminanti sketches di Sfar
Una tavola dal secondo volume di Klezmer (Editions Gallimard)
Una immagine per la copertina del Piccolo Vampiro
L´autore a Napoli
Il Professor Bell, uno dei personaggi di Sfar (ed. Delcourt)