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“Per metà memoria, e per metà fiction”: intervista a R. Kikuo Johnson

di Nicola Peruzzi

Leggi l'intervista in lingua originale

Ciao, Kikuo. Il tuo lavoro, qui in Italia, è sconosciuto ai più. Infatti Night Fisher, presentato nella fiera di Lucca 2006 e pubblicato da Coconino Press, segna il tuo esordio assoluto nel nostro pese. Vorresti presentarti al pubblico Italiano?
Dunque, sono cresciuto nell’isola di Maui, dove ho vissuto fino al compimento dei 18 anni. Poi mi sono trasferito nel Rhode Island, per frequentare la School of Design. Adesso ho 25 anni e vivo e lavoro a New York; scrivo e disegno le mie storie, e talvolta faccio anche illustrazioni per il mondo dell’editoria. Night Fisher è stato fondamentalmente il mio lavoro d’esordio anche negli Stati Uniti, quindi non è che in Italia siate molto indietro riguardo la mia attuale produzione.

In base all’esperienza lucchese appena compiuta, quali sono secondo te le differenze tra le fiere americane e quelle italiane?
In America le convention sono più orientate al commercio. Gli espositori si muovono solo per vendere più prodotti possibile ed ottenere di conseguenza una maggiore esposizione; è tutto molto pragmatico. A Lucca invece sembrava esserci un’atmosfera più sana: mi è sembrato che la fiera fosse realizzata per offrire agli appassionati la possibilità di incontrare gli autori e permettere loro di scambiarci due parole. I fan americani non avrebbero mai la pazienza di stare in coda un giorno intero per una dedica del loro artista preferito. D’altro canto è stato magnifico poter osservare gli autori presenti a Lucca che ricompensavano l’attesa dei propri fan con degli splendidi sketch.

Sei un autore molto giovane, classe 1981. È stato difficile per te entrare nel mondo dei Comics? Raccontaci la tua esperienza.
Da quando ero piccolo ho sempre disegnato fumetti: si trattava per la maggior parte di cattive imitazioni di fumetti supereroistici tipo gli X-Men, o i Vendicatori. Poi per un po’ ho abbandonato il fumetto per seguire la mia passione per la pittura ad olio: per lo più dipingevo paesaggi, senza curare troppo la parte narrativa. Ma alla fine ho sentito ancora una volta la necessità di raccontare una storia, ed ho così ritrovato la mia strada nel mondo del fumetto. Nel 2001 ho iniziato a disegnare Night Fisher, e da allora non ho più smesso di fare fumetti. Ho trascorso tutto il tempo che ci è voluto a completare il libro più o meno in completo isolamento; poi ho spedito il manoscritto alla Fantagraphics come “materiale non richiesto”. Dopo appena una settimana, mi hanno chiamato proponendomi un piano editoriale.

Night Fisher è ambientato a Maui, il luogo in cui sei nato e cresciuto. Potresti descriverlo brevemente?
Night Fisher è la storia della crescita di un ragazzo e delle difficoltà che trova nel cercare di essere adeguato al liceo che frequenta alle Hawaii. Alla fine, sarà coinvolto in vicende di crimine e droga. Ma la storia in realtà parla di un ragazzo alla ricerca della sua dimensione, in un posto che deve ancora trovare la propria.

Esiste una parte importante del fumetto americano (e non solo), posto al di fuori del circuito “mainstream”, composto di opere con forti elementi autobiografici. Mi vengono in mente certi lavori di Chester Brown o di Chris Ware, per fare un paio di esempi recenti. Quanto c’è di autobiografico nel tuo lavoro in generale e cosa significa l’autobiografia per te?
Quando stavo scrivendo Night Fisher, il mio scopo era cercare di creare qualcosa che fosse quanto più possibile “vero”. Volevo che la mia storia avesse una certa risonanza col mondo reale, che fosse verosimile. L’autobiografia, quindi mi pareva il modo migliore per ottenere quello che volevo. Ma nel corso della stesura del volume, la realtà è stata sostituita dalla finzione. Direi che nella sua incarnazione definitiva, Night Fisher è per metà una mia memoria, e per metà fiction.

Hai incontrato problemi nel corso del lavoro sul volume? Potresti parlarci della realizzazione?
Credo che tutto il processo dello scrivere consista nel crearsi da soli problemi che poi si è costretti a risolvere. In pratica, è come se mi ritrovassi all’interno di una fossa piuttosto profonda a scavare, senza però sapere come fare a trovare una via d’uscita. Mi ritrovo in questa situazione ogni volta che inizio una storia.

Il volume originale riporta come sottotitolo la definizione Graphic Novella. Una curiosa scelta terminologica.
In realtà il sottotitolo dell’edizione inglese è “a comic book novella”. E’ solo un modo personale per evitare di utilizzare il termine “Graphic Novel”, che da circa sette anni è diventato piuttosto di moda tra librai e bibliotecari. Night Fisher si può leggere in circa 45 minuti, per questo non ritenevo appropriato il termine “novel” (romanzo n.d.r.). Nell’universo dell’intrattenimento, inoltre, il termine inglese “graphic” assume generalmente una valenza violenta o a sfondo sessuale, di conseguenza ritenevo che nemmeno questa parola aveva niente a che vedere col mio lavoro.
“Comic book novella” sembrava l’etichetta migliore per il lavoro che pensavo avrei realizzato, anche se immagino possa sembrare un titolo un po’ presuntuoso, per alcuni.

Potresti spiegarci il motivo per cui il sottotitolo è stato omesso nella versione italiana? E’ stata una tua scelta?
Ho deciso di includere il sottotitolo perché allora pensavo che fosse importante rendere immediatamente chiaro a quella parte di americani che non leggono comics (come ad esempio il consumatore medio che passeggia in libreria) cosa aspettarsi quando avessero trovato Night Fisher negli scaffali. Si parla del 2003, quando le “graphic novel” erano considerate sostanzialmente nuove e un po’ fuori posto nelle librerie.
Non ho scelto io di omettere il sottotitolo nella versione italiana, e non sono nemmeno troppo sicuro del perché Coconino l’abbia fatto, ma sono esaltato di come hanno lavorato sul volume, e penso che conoscano il lettore italiano molto meglio di me. L’edizione italiana potrebbe essere la più bella in circolazione.

A quanto ci è dato vedere dai vari lavori che hai esposto nel tuo sito internet, usi indiscriminatamente sia il bianco e nero che il colore. Night Fisher, ad esempio, è in bianco e nero, mentre Thrustman è parte in bianco e nero e parte a colori.
Tratto ogni storia che racconto in maniera differente. Alcune storie necessitano del colore, mentre altre si raccontano meglio in bianco e nero.

E’ opinione abbastanza comune che il bianco e nero, nel fumetto americano, sia talvolta una scelta penalizzante. Perché hai scelto il bianco e nero per la tua opera d’esordio? E quali sono per te le differenze sostanziali tra bianco e nero e colore?
Come dicevo all’inizio, con Night Fisher volevo comunicare un certo senso di realtà. Volevo che la storia risultasse onesta e personale, così ho provato a trattare la parte grafica con un approccio artigianale, utilizzando pochissimo gli strumenti offerti dalla tecnologia. Ogni segno è fatto con lo stesso pennello, e nessuno dei bordi delle vignette è tracciato con un righello. Il colore mi sembrava solo un artificio, qualcosa che non aggiungeva niente alla storia.

Il tuo stile ricorda molto da vicino quello di una scuola di autori nati e cresciuti nel panorama indipendente, come Paul Pope, Michael Allred o Tony Millionaire, per fare alcuni esempi. Inoltre, è mutevole a seconda delle storie che racconti. Quali sono gli autori o le correnti artistiche che hanno influenzato il tuo lavoro in passato, e quali sono le tue influenze attuali?
Mentre lavoravo a Night Fisher, le mie maggiori influenze visive erano Alex
Toth, Milton Caniff e David Mazzucchelli. E nel frattempo studiavo il modo di raccontare storie di Jeff Smith, David Lapham, Daniel Clowes e Chester Brown. Di recente mi appassionano i lavori di Chester Gould e Jack Kirby, due artisti la cui maestria nel fare fumetti trascende la semplice lettura e diventa un’esperienza estetica e formale completamente nuova e diversa da tutto il resto.

Molti degli autori indy che abbiamo citato in precedenza si ritrovano sempre più spesso a lavorare nel panorama mainstream, per Marvel o DC Comics, Tali case editrici cercano sempre più spesso di ingaggiare autori “diversi”, fuori dal “canone tradizionale”. Come reagiresti ad una proposta simile?
Sarei felice di realizzare un libro per il mercato mainstream, specialmente se me lo lasciassero anche scrivere. Mi gaserei a disegnare Wonder Woman o gli X-Men, ma la storia dovrebbe essere comunque molto buona. Di recente la DC mi ha offerto una sceneggiatura, ma a dire il vero il concept non mi convince troppo. Inoltre, ormai non leggo niente di ciò che Marvel e DC producono attualmente, quindi è possibile che non riesca mai a trovare questa grande storia mainstream che sto cercando di raccontare. E a dire il vero non sono nemmeno troppo sicuro che la paga sia sufficientemente elevata per scendere a patti con la longa manus editoriale delle major…

Leggi ancora fumetti? Quali?
Leggo tutto ciò che pubblicano Chris Ware, Chester Brown, Daniel Clowes, Ted Stern, J. Bradley Johnson, Seth, Jaime Hernandez, Adrian Tomine, eccetera. Di recente sto leggendo un sacco di Dick Tracy e i lavori di Kirby degli anni ’60.

Sei mai venuto a contatto nel corso della tua vita con opere di autori di scuola europea? Ne conosci qualcuno?
Non quanti dovrei, purtroppo. Nonostante ciò, penso che Isaac il Pirata di Christophe Blain sia assolutamente fantastico.

La nostra domanda classica. Quali sono secondo te le tre opere che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un appassionato?
Non mi sei mai piaciuto, di Chester Brown.
Jimmy Corrigan, the smartest kid on Earth, di Chris Ware.
Ice Haven, di Daniel Clowes.

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