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L’alba del (nuovo) western

di Nicola Peruzzi

Vecchi e nuovi pistoleri: storia di un genere che sembra non morire mai

Strano genere, il western. Ogni vota che sembra abbia esaurito tutto ciò che aveva da dire, ecco che qualche talentuoso regista o scrittore si inventa qualcosa di nuovo, qualcosa di originale, qualche elemento che – strano a dirsi, nonostante tutto – non era ancora venuto a galla nelle innumerevoli produzioni di genere. Tanto che, a differenza di tanti altri generi letterari e/o cinematografici che vanno avanti cannibalizzandosi, riciclando continuamente se stessi fino ad affossarsi nel manierismo più assoluto, il western pare essere diventato una sorta di fenice la quale, ogni volta che se ne proclama l’inevitabile e definitiva morte, risorge dalle proprie ceneri portando con sé una ventata di novità e rinnovamento tali da rendere il genere ancora una volta più vivo e vitale di prima.
La storia del cinema, così come la storia del fumetto, insegnano che fin troppo spesso si è data per scontata la morte del genere. Dopo il declino dei western a là John Ford – per il quale l’innovazione era l’ultimo dei problemi, celebre la sua battuta «Per fare un nuovo western… basta cambiare i cavalli» - è arrivato lo scossone degli Spaghetti western, vera e propria rivoluzione linguistica nel panorama cinematografico dei cosiddetti “Cowboy movies”, passando per il western revisionista-politico fino ad arrivare al western psicologico-crepuscolare. Recenti film, come il discusso Brokeback Mountain di Ang Lee, hanno infranto ulteriori tabù dimostrando che le possibilità di giocare col genere sono pressoché illimitate. E questo non accade soltanto nel mondo del cinema – che è comunque cartina al tornasole del genere, in quanto proprio all’interno di questo medium la proliferazione di prodotti è stata notevole e la sperimentazione più decisa. Nel mondo del fumetto, per quanto – come si vedrà di seguito – le diverse “poetiche” tendano a convivere è possibile riscontrare la stessa voglia di sperimentare, di toccare territori nuovi, di colonizzare.
Insomma, la Frontiera non è mai stata così lontana.

Tanti, troppi, (nuovi) western

Parte 1: Visi pallidi e pelle rossa

Il western è il genere americano per definizione. Nasce in America e, in un primo momento, per lo meno a livello cinematografico, in questa Regione vive il periodo di massimo fulgore. Le lotte tra i cowboy buoni e gli indiani cattivi, le corse a cavallo nelle praterie, la cerca dell’oro nel Klondike: il genere trasuda America da ogni singolo quadro. Il primo western, quello della conquista della frontiera, irrispettoso e menefreghista nei confronti della storia con la S maiuscola, nasce praticamente col cinema stesso(*). In queste storie, il vecchio west esisteva in un tempo mitico, il tempo degli eroi, un tempo in cui bene e male erano nettamente definiti e la visione del mondo era bianca o nera. I cowboy erano i buoni, lo sceriffo comandava la città, gli Indiani erano i cattivi e la loro esistenza era limitata a razzie, rapimenti e brutali uccisioni. Tutti questi personaggi diventavano icone, restavano quindi fermi e immutati in un eterno presente (passato?), fotografia lucida di un tempo che (forse) fu e che, per lo meno nel cinema, non è mai più tornato. La realtà è ben diversa: ai tempi del Far west per così dire “storico” le cose andavano in maniera nettamente differente. Quei film raccontavano storie di un’altra America: quella degli anni quaranta-cinquanta, l’America del maccartismo, solo vista da una prospettiva, per così dire, “mitica”.

Parte 2: “Italians do it better”: la Spaghetti Invasion

Con l’arrivo degli anni sessanta e della loro carica eversiva, un nuovo genere di Cowboy movie si fa strada con irruenza. Il vecchio western muore, e Sergio Leone, regista romano che con l’America nulla aveva a che spartire se non un sfrenata passione, dimostra a tutti come si possa fare un ottimo film western senza muoversi dall’Europa e prendendo come modello un film di Samurai. E’ storia: con Per un Pugno di Dollari nasce lo Spaghetti western, un genere nel genere talmente forte da imporre un cambiamento linguistico tale da far mutare significato a tutto quello che c’era prima. Centinaia di Spaghetti western dimostrano come gli italiani abbiano metabolizzato la lezione del “presente storico” meglio degli americani stessi; e il mondo del fumetto non fa eccezione. Si dice che il primo fumetto western americano sia Lone Ranger, risalente al lontano 1939(**) . Spin Off di una serie radiofonica, Il Ranger Solitario (questa una delle tante traduzioni italiane del titolo, conosciuto anche come Il re della prateria o Il solitario della foresta) è un vigilante mascherato che attraversa l’America in lungo e in largo in groppa al suo cavallo bianco, a fianco del suo fido assistente indiano, Tonto. Negli Stati Uniti ebbe un grandissimo successo, tanto da portare alla realizzazione di due adattamenti cinematografici, un serial televisivo ed una serie animata. Marvel e Dc Comics cavalcarono ben presto l’onda del successo del western di carta, tanto da creare tutta una serie di personaggi western, cosa che coincise con un generale disinteresse nei confronti dei supereroi(***), genere fino ad allora imperante nel mondo dei comics. Ecco quindi la riscossa dei Kid della Marvel (all’epoca Timely): Kid Colt, Two Gun Kid, Rawhide Kid sono solo alcuni dei titoli di quella che si può considerare una vera e propria invasione di fumetti di cowboy che, a cavallo tra gli anni quaranta e i sessanta, riempì letteralmente le case degli americani.
In Italia, nel frattempo, già da un po’ – il 1937, per la precisione – girava il fumetto di Kit Karson, creato dall’indimenticato Rino Albertarelli per la serie Topolino. Ma è nel settembre 1948 che tutto cambia. E’ in quell’anno, infatti che Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini danno vita al personaggio di Tex Willer, che non ha certo bisogno di presentazioni né tanto meno di approfondimenti; basti sapere che le sue pubblicazioni non hanno mai subito frenate o scossoni di alcun genere e che continua ad essere ancora oggi il best seller assoluto di casa Bonelli, imponendosi come uno dei fumetti più longevi della storia.
Nonostante Tex si rifaccia all’estetica dei film americani classici a lui contemporanei, il western di carta all’italiana è così forte da essere in grado di anticipare le tendenze e i moti rivoluzionari degli Spaghetti western e dei eroi sporchi, sudati ed ambigui. Ancora una volta, come se ci fosse ancora bisogno di sottolinearlo, cinema e fumetto assumono un ruolo per così dire “simbiotico”, in cui l’uno anticipa e influenza il trend dell’altro. Tex, a ragione, può dirsi come grandissimo anticipatore di quello che, nei decenni successivi, sarà chiamato “western revisionista”.

Parte 3: Decostruire il cowboy

Il decennio successivo, si è detto in apertura, si apre con la crisi la figura monolitica dell’eroe della frontiera: film come Piccolo grande uomo e Balla coi lupi, per citarne due estremamente significativi (e significativamente lontani tra loro), iniziano a riflettere sul punto di vista del genere western, fino ad arrivare a modificarlo in maniera radicale rispetto al passato, E’ una fase indefinita – i cui residui arrivano ai giorni nostri; molteplici sono le pellicole (e non solo) contemporanee che continuano a sfruttare il filone – al confine tra una poetica revisionista e una più crepuscolare (classico esempio, il capolavoro Gli spietati di Clint Eastwood, anch’esso definito da sedicenti critici come “canto del cigno del genere”).
Eroi tormentati, veri e propri antieroi, o, per meglio dire, “non-eroi”: questi anni di grande incertezza e crisi d’identità si riflettono ancora una volta nel genere, con conseguente mutazione e ristrutturazione del linguaggio. I protagonisti, ancora una volta mutano, ma stavolta con loro cambia anche il contesto: enorme è infatti l’attenzione offerta al periodo storico, che diventa un inedito protagonista all’interno genere. Lo sterminio dei nativi, le transumanze, la guerra di secessione, l’industrializzazione; in sintesi, la Storia entra di prepotenza nelle storie fornendo al western la forza per un ulteriore balzo in avanti. Sono gli anni di Blueberry di Charlier e Giraud, gli anni che porteranno al non finito Ken Parker (di Berardi e Milazzo), gli anni che culmineranno in Magico Vento (di Gianfranco Manfredi). In America, qualcosa sul versante western si muove, ma a parte l’esordio negli anni settanta del personaggio Jonah Hex, più volte ripreso negli anni successivi, nulla di estremamente significativo.
Si scrive una nuova era del western all’europea, una nuova era fatta di personaggi problematici, non più eroi tutti d’un pezzo ma molto più spesso eroi per caso, eroi proprio malgrado.

Scenari futuri: a kind of homecoming

Cosa ci serba il futuro del genere western? Una nuova svolta? In realtà, se è possibile tracciare un percorso di cosa potrebbe essere il western dei prossimi anni, si potrebbe auspicare in una sorta di ritorno alle origini. Negli Stati Uniti, attualmente sono pubblicati con discreto successo sotto etichetta Dc Comics e Vertigo, due western moderni che però puntano molto al recupero di elementi del western classico e di quello all’italiana, eliminando gli ultimi residui della malinconia di quel “crepuscolarismo” che ha caratterizzato il decennio precedente. Si parla di Loveless (di Azzarello e Frusin) e di Jonah Hex (di Grey, Paliotti e Ross). Il West di questi fumetti è una summa di tutti i sottogeneri che si sono avvicendati nel tempo. C’è un recupero di tutti gli elementi del western classico e di quello moderno, in una contaminazione di generi e sottogeneri che, in qualche modo, crea un nuovo western smaccatamente postmoderno. L’attenzione, come al solito, è rivolta ai nostri tempi: l’ambientazione è si otto-novecentesca, ma la chiave di lettura è essenzialmente quella del nuovo millennio, e il cast di personaggi si fa portatore di sentimenti comuni e quotidiani quali il ritorno di una forte xenofobia, l’ambiguità della Legge, l’abuso di potere e il soprannumero di omicidi a sangue freddo, compiuti essenzialmente senza alcuna ripercussione psicologica.
Sul versante italiano, da un lato perdura il classicismo imperante alla Tex. L’arrivo di nuovi autori nella testata, e ci si riferisce in particolare alla carica innovativa portata nel passato recente da alcune delle storie di Boselli e all’arrivo prossimo ai testi del best seller di casa Bonelli di Tito Faraci – il quale ha più volte rimarcato la sua intenzione di voler “rinnovare rispettando la tradizione”, com’è nel suo stile – hanno portato e porteranno di sicuro nuova linfa vitale al personaggio. E da un altro lato, c’è Magico Vento, che si allontana a passo lento dal canovaccio di western-horror, particolarmente innovativo all’epoca dell’uscita, per attestarsi sempre più su di una visione di “western-documentaristico” (le virgolette sono d’obbligo), sempre più attento alla realtà storica ed alla condizione sociale del periodo. Un po’ come fece Storia del West, capolavoro di gran lunga in anticipo sui tempi (il primo dei 73 numeri usciti è datato 1967) ad opera di Gino D’Antonio.
In un futuro molto vicino, invece, ci aspetta Garrett, Di Roberto Recchioni, Matteo Casali, Riccardo Burchielli, Werther Dell’Edera e Davide Gianfelice (il dream team è in ordine rigorosamente sparso). In uscita a novembre per Alta Fedeltà – Edizioni BD, la minserie in quattro numeri sarà un ulteriore contaminazione di generi: il western, ovviamente, e l’horror più marcatamente gore, con tanto di zombie, morti viventi, e tutta la mitologia (romeriana?) correlata.
L’unica certezza che abbiamo è che le voci che danno, di decennio in decennio, il western come un genere ormai morto, in decadenza e senza nulla da dire sono sempre ampiamente esagerate, stando a vedere le dimensioni dell’attuale produzione tanto fumettistica quanto cinematografica. Garrett, con i suoi morti viventi, pare arrivare con perfetto tempismo per simboleggiare lo status attuale del genere: un non morto che, lento ed inesorabile, va avanti per la sua strada cibandosi di tutto ciò che trova senza volerne minimamente sapere di cadere a terra. Chi non ci crede, si senta libero di estrarre e sparare.

(*) E´ interessante notare che ai tempi in cui il linguaggio si stava ancora perfezionando, si creò ad hoc un’inquadratura che permettesse di vedere i revolver ai fianchi dei pistoleri, un’inquadratura fondamentalmente “sbagliata”, a metà tra mezzobusto e figura intera, che era però l’unica in grado di evidenziare il senso di minaccia che i pistoleri trasudavano, e che divenne in seguito essenziale. Si decise di battezzare l’inquadratura – non a un caso – col nome di “Piano Americano”.
(**) Giromini F.; Martelli M.; Pavesi E.; Vitalone L. (a cura di), Gulp! 100 anni a fumetti. Un secolo di disegni, avventure, fantasia, Electa, Milano 1996
(***) Siamo ai confini della cosiddetta Golden Age dei Comics, un periodo in cui, dopo l’ondata di successo e la proliferazione fuori misura del filone dei cosiddetti “vigilanti”, i primi eroi – non ancora super – in costume, l’attenzione del pubblico si rivolge a storie di tutt’altro genere a causa, oltre allo scarso interesse generato, alla messa in vendita del libercolo Seduction of the Innocent del dott. Fredric Wertham. I superoi rinasceranno solo un decennio più tardi, con l’avvento della Silver Age.

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Una tavola da Magico Vento
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