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Una notte all’Empire: Alice in Sunderland

di Nicola Peruzzi

Mr. Talbot meets Alice

Corre l’anno 1999, è appena uscito Cuore dell’Impero, e Bryan Talbot si è da poco trasferito a Sunderland. È questa una città importante, in Inghilterra: fiumi di Storia hanno attraversato queste terre, fin dagli albori della civiltà. La vita si è infatti sviluppata nell’area circa 9000 anni or sono, quando alcune pionieristiche popolazioni del Neolitico decisero che la zona aveva tutto il necessario per sopravvivere, ed anche di più, e vi si stabilirono in maniera definitiva, cambiando le abitudini da nomadi in stanziali. La terra che si sarebbe chiamata Sunderland fu poi attraversata, nel corso dei secoli, dai Celti e dai Romani; fu un importantissimo centro della Cristianità, un nodo importantissimo attorno al quale si sviluppò buona parte della cultura inglese come la conosciamo: insomma, una zona decisamente attiva e in fermento, tanto politico quanto culturale. Intorno a metà del Diciannovesimo secolo, poi, Sunderland fu meta dei pellegrinaggi di un giovane erudito che insegnava all’Oxford College. Il suo nome era Charles L. Dogdson, ma tutti lo conoscono con il nom de plume Lewis Carroll.
Torniamo indietro (o meglio, andiamo avanti) fino alla fine del secolo scorso, quando un autore di fumetti alla soglia dei 50 anni si trasferisce in questa città, per seguire la moglie insegnante che aveva da poco ottenuto un trasferimento. A Sunderland, la mente di Bryan Talbot inizia a lavorare vorticosamente. Comincia a creare collegamenti su collegamenti, ad unire storie che apparentemente non avevano alcun legame, storie di cui l’autore si era nutrito fin da bambino o che scopriva nelle frequenti conversazioni con i Mackem, nome con cui sono conosciuti gli abitanti del luogo. E ricostruisce con meticolosità certosina la storia di una bambina, Alice Pleasence Liddel, e la storia del romanzo a lei dedicato e che la vede protagonista, e la collega la storia di quella terra, il Sunderland, dove questo romanzo nacque e prese forma. E vi ritrova la sua stessa storia personale, dal momento che Talbot una storia su Alice l’aveva sempre voluta scrivere, fin dal suo secondo fumetto.
Il risultato, quello che esce dal calderone di idee, è Alice in Sunderland, un’opera monumentale, forse il punto del discorso che Talbot ha iniziato fin dai suoi esordi come giovane promessa del fumetto britannico underground. Si diceva poco sopra, infatti, che la dichiarazione d’amore di Talbot ad Alice si trova in una storia di Chester P. Hackenbush*, la seminale trilogia psichedelica pubblicata su Brainstorm della Alchemy Press nel 1976 (e che, se siamo fortunati, presto o tardi verrà pubblicata anche qui da noi da parte di Comma 22), in cui il protagonista “rivive” in qualche modo gli eventi di Attraverso lo specchio. Ma è solo 20 anni dopo, che l’autore riesce a trovare l’ispirazione, o forse il modo, per raccontare la storia di Alice che aveva sempre voluto narrare. È in queste terre, che, 140 anni dopo Alice’s Adventures in Wonderland, prende vita Alice in Sunderland.
In un gioco continuo di rimandi, il libro giustappone storia e leggenda, mito e realtà, racconto di fiction e fatto di cronaca: il risultato è un volume che trascende ogni definizione, e che, in definitiva, è tra le altre cose una riflessione sul mestiere di storyteller, definizione cara a chi scrive, che si tratti di libri, fumetti, opere teatrali o, più semplicemente, storie.

Stiff upper lip

Perché leggere Alice In Sunderland, viene da chiedersi? Perché si dovrebbe affrontare un’opera che, a ben guardare, sembra essere un’enorme enciclopedia, un caos narrativo, una storia della cultura britannica?
Le ragioni sono molteplici. È anzitutto innegabile il fatto che Alice sia un libro very British. Lo è nelle intenzioni, lo è nei fatti. L’intento principale di Talbot, in quest’opera, è quello di prendere per mano il lettore e di fargli fare un giro delle sue terre. Si comporta quasi come una guida turistica: nel corso del viaggio attraverso le terre di Sunderland, l’autore descrive senza risparmiare nei particolari, divaga, si dilunga e si sofferma sugli aspetti più marcatamente culturali, tradizionali, sulle tante virtù e le altrettante idiosincrasie che caratterizzano il popolo britannico. E, per chi ha già letto Talbot, questa non si tratta certo una novità. È infatti una caratteristica di quasi tutta la sua produzione, quasi una marca di stile, quella di permeare i suoi testi di una Britishness nemmeno troppo nascosta. Forse, tra gli autori della new wave inglese, quella che portò alla celeberrima British Invasion, è quello che, nel corso del tempo, più è rimasto fedele alla linea. Basti pensare alle varie incarnazioni delle avventure di Luther Arkwright ed eredi, assolutamente inscindibili da quella splendida, romantica e decadente Inghilterra distopica in cui sono ambientate. O alla Storia del Topo Cattivo, anch’essa così marcatamente inserita ed ancorata nel contesto della campagna inglese. Chi ha già letto Talbot, quindi, sa già cosa aspettarsi.
Quello che stupisce, nel corso del viaggio nel Sunderland, è la precisione e la metodicità che utilizza l’autore nel raccontare la sua storia, la rigorosità dell’ordine di presentazione degli eventi e dei luoghi. E di come si finisca a ritrovarsi completamente rapiti da questa “enciclopedia”, anche se affronta tematiche di cui, fondamentalmente, ci si potrebbe ritenere poco interessati. In questo, davvero, si ritrova il maestro.

Luci della ribalta

Allora, c’è un tizio... che sta entrando in un teatro...”. Questo è l’incipit di Alice in Sunderland. Fin dalla prima pagina, vengono fornite al lettore, tanto narrativamente quanto graficamente, le coordinate per comprendere dove, come e quando si svolge l’entertainment. Siamo in un teatro, il Sunderland Empire. Storico centro di cultura, music hall e palazzo di varietà, l’Empire nel corso dei secoli ha visto esibirsi i più grandi attori inglesi di sempre. E, contemporaneamente, siamo in un fumetto: il lettore entra nel testo attraverso i vari stadi di composizione della tavola, dalle matite al colore.
All’interno di questi confini Talbot racconta le sue storie. L’autore si triplica: lui è il performer, colui che, all’interno del teatro/fumetto scandisce i tempi di lettura e di ascolto, instancabile anfitrione che introduce gli eventi, dà la parola, interagisce col pubblico. Talbot è, assieme a noi che leggiamo/guardiamo lo spettacolo, anche il pubblico: un ometto di mezza età, un po’ triste e solitario (nel mezzo del cammin della sua vita, direbbe qualcuno), che decide, chissà come e chissà perché, di trascorrere una notte a teatro. E l’autore è anche il pellegrino, una vera e propria entità puramente fumettistica, non soggetta a vincoli di tempo, spazio, pesi, misure: nulla lo tocca, nulla lo scalfisce, nemmeno un morso al fungo di Alice. Pure comics.

An entertainment

L’affresco che i tre avatar di Talbot dipingono, è di una precisione e di un’accuratezza devastante. Non credo ci sia nulla da aggiungere alla maestria dell’inglese in qualità di narratore: solido come un roccia, è allo stesso tempo in grado di variare tra i diversi registri stilistici del documentario, del dramma e della commedia con una semplicità che lascia senza parole. Certo, il fumetto non è proprio immediato, richiede una certa dose di concentrazione per essere letto, e, nonostante l’appropriatissimo sottotitolo – misteriosamente e ingiustificatamente omesso nel volume italiano – “an entertainment”, si tratta, ancora in puro stile inglese, di un intrattenimento colto, adulto, di quelli che fanno riflettere e che lasciano alla fine la sensazione di aver percorso un viaggio lungo, a tratti difficile, sicuramente più o meno interessante, ma che ha in qualche modo lasciato il segno.
Ma è sul piano grafico che Alice in Sunderland mostra tutta la sua forza. Talbot è un autore che, nel corso degli anni, non ha mai temuto di sperimentare. Le Avventure di Luther Arkwright ha marcato un netto confine tra quello che c’era prima nel fumetto anglosassone, e tutto quello che è venuto dopo, anticipando di un buon lustro la già citata Invasione britannica**. Così La Storia del Topo Cattivo dimostra come un fumetto possa affrontare senza timore tematiche forti e delicate come l’abuso sessuale, e le ripercussioni psicologiche che questo possa comportare su di una minorenne, all’interno di una favola di Beatrix Potter***. Nell’ambito supereroistico, Batman – Maschere, pubblicato anni or sono da Play Press, osserva il Cavaliere Oscuro da un inedito quanto coraggioso punto di vista. E la sperimentazione continua, l’ulteriore passo in avanti, in Alice in Sunderland, si scorge anche solo sfogliando il volume.
La matita di Talbot si mette totalmente al servizio della storia, pardon, delle storie che racconta. Ogni singolo momento del libro, è illustrato nella maniera che meglio si presta alla narrazione. I riferimenti storici sono catturati, quasi come fossero un dagherrotipo, con delicati acquerelli. Scene di guerra richiamano alla mente le deformazioni prospettiche kirbiane. Una storia di fantasmi è illustrata secondo il gusto imperante negli anni Cinquanta, quando gli E.C. Comics la facevano da padrone, e via dicendo, in un affresco, un mosaico, in cui nulla è lasciato al caso, in cui tutto quanto si incastra, in maniera solo apparentemente casuale, ma in realtà precisa come un meccanismo a orologeria. E il lettore compie, accompagnato, un viaggio che attraversa tutta la carriera e la vita dell’autore, e di tutti i personaggi citati all’interno del testo.
Alice in Sunderland racconta la storia di Lewis Carroll e di come giunse a scrivere la sua Alice, racconta della nascita del Sunderland e di come sia diventato uno dei centri in cui la cultura inglese si sviluppò maggiormente, motore di cambiamenti che avrebbero influenzato tutto il mondo allora civilizzato, ma nel suo complesso racconta anche la storia del suo creatore, dell’uomo Bryan Talbot, e di come sia giunto a raccontare storie a fumetti.
Alice in Sunderland è un ciclo: parte dagli esordi di Talbot ed arriva al momento attuale, dove tutto torna alle basi e inizia ancora una volta con la storia di una bambina che cadde in un buco che conduceva in un regno di sogno.

Gan Yem!

E anche noi siamo giunti alla fine del viaggio. Gli avatar di Talbot ci hanno trasportato in una dimensione onirica, dietro al sipario, nel posto dove si fabbricano le storie, che viene curiosamente a coincidere con una cittadina inglese del Tyne; ci hanno accolto a casa, ci hanno rivelato i propri desideri, le speranze e i ricordi; si sono messi a nudo mostrandoci paure e idiosincrasie, ci hanno raccontato una storia monumentale. A una prima lettura, a una prima esperienza, tutto questo lascia storditi. Ma se ci si soffermerà a ricordare i momenti trascorsi in compagnia di questo libro, probabilmente ci si scoprirà arricchiti, forse anche più consapevoli di qualcosa riguardo noi stessi, o per lo meno riguardo al perché abbiamo deciso di leggerlo.
Ci troviamo forse di fronte a un capolavoro. Certamente è un capolavoro di complessità, di cesello, di labor limae, è un’opera monumentale tanto a livello grafico quanto narrativo, un volume imprescindibile che riflette sulla sua stessa natura di fumetto, arrivando a portare punti di vista inediti e spunti estremamente brillanti.
Adesso Bryan Talbot non vive più a Sunderland. Si è trasferito di nuovo. E a noi non resta che aspettare, per scoprire quali altre storie potrà raccontarci.

Note

* Chester P. Hackenbush sarà successivamente ripreso da Alan Moore nella sempre troppo poco considerata Saga di Swamp Thing, e farà la sua prima apparizione nel numero 43 (pubbicato in Italia su Swamp Thing n. 9 della Comic Art e su Swamp Thing n. 6 della Magic Press). Chester Williams (questo il nome americanizzato dello hippie altruista), protagonista di una storia toccante e decadente, diventerà poi parte integrante della continuity, perdendo di conseguenza il legame originario con il personaggio di Talbot.

** Nel novembre del 1987, introducendo l’edizione americana opera di Dark Horse di Luther Arkwright, il grande Alan Moore scriveva: “Trait d’union tra il vecchio e il nuovo fumetto, Bryan merita la nostra gratitudine, e Luther Arkwright merita di essere letto” (in Italia in Le Avventure di Luther Arkwright, Collana Europa n. 1, edizione brossurata, Telemaco Comics 1992).
Warren Ellis dal canto suo scrive su Artbomb.net: “Luther Arkwright is probably the single most influential graphic novel to have come out of Britain to date [...> probably Anglophone comics’ single most important experimental work”.

*** Scrittrice inglese di favole per bambini, Beatrix Potter è celebre per l’invenzione di Peter Coniglio in Tale of Peter Rabbit. È stata la massima ispirazione di Talbot per il Topo Cattivo.

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La locandina teatrale nel frontespizio di Alice in Sunderland
L´Attore e il pubblico
Luther Arkwright
Victoria Mary Elizabeth Boudicca Miranda Cordelia Arkwright Stuart, l´erede di Luther
In questa tavola di Alice in Sunderland, si nota un´ormai anziana Alice Pleasance Liddell, musa ispiratrice di Carroll
Una splendida tavola da La storia del Topo Cattivo
Prima tavola della storia di fantasmi contenuta in Alice in Sunderland
The Cauld lad of Hylton!, tavola 2
The Cauld lad of Hylton!, tavola 3
The Cauld lad of Hylton!, ultima tavola. Si noti la matrice derivata dagli E.C. Comics
La celebre Battaglia di Londra, in un dipinto di Bryan Talbot
Una delle cover del capolavoro Le Avventure di Luther Arkwright
Cover de La Storia del Topo Cattivo, graphic Novel che ha vinto numerosi premi, tra cui un Eisner Award
Cover dell´edizione originale di Cuore dell´Impero, di cui finalmente è uscita anche in Italia la seconda e ultima parte
Cover di Batman - Maschere, da molti ritenuta una storia fondamentale del Pipistrello
Cover di Oltre lo Specchio, pubblicato (solo) in Italia da Comma 22
Copertina di Alice in Sunderland
Cover dell´imminente Naked Artist, libro in cui Talbot raccoglie esilaranti aneddoti sugli artisti britannici
Bryan Talbot, Steve Bell (illustratore satirico del Guardian) e Terry Jones dei Monty Python