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In Difesa delle Graphic Novels

di Antonio Solinas

Ultimamente, anche in coincidenza di uno sdoganamento del medium fumettistico verso il pubblico generalista da parte di certe case editrici (ma il dibattito era iniziato prima, per la verità), si fa un gran parlare di fumetto vs. graphic novel, ovvero della necessità o meno di usare un termine “sofisticato” per etichettare quelli che i super-snob chiamano romanzi grafici.
Iniziata come una faida interna, la querelle oggi continua e s’infiamma, in maniera anche abbastanza violenta (quantomeno dal punto di vista verbale), dato il risalto ricevuto a livello “ufficiale” dalla graphic novel dei Carofiglio (e, in misura minore, dalla notizia della “discesa in campo” di Melissa P/Melissa Panarello).
Ma il nocciolo della questione, alla fine, resta lo stesso. E, a parer mio, resta sbagliato.
Se avete la pazienza di seguirmi, vi esporrò le mie tesi: e, badate bene, senza scomodare Eisner e la tiritera delle sue invenzioni-definizioni (che ricorda tanto quella delle quattro discipline dell’hip hop. Che noia).
Partiamo da alcuni assunti (del tutto personali, ma in cui credo ciecamente): il primo è che il fumetto italiano (e forse non solo italiano, ma di questo ora si discute) soffre di provincialismo e di autoghettizzazione. C’è poco da discutere, ma ci torniamo più avanti…
Il secondo assunto è che un altro grosso difetto riscontrabile nell’ambiente è quello di una malposta ortodossia che, quasi sempre, fa trionfare la forma sulla sostanza.
Il terzo è che molti fumettisti sembrano vivere, come dicono gli inglesi, in a vacuum, ovvero nel proprio vuoto spinto, senza avere la minima idea di quello che accade nel mondo reale. Che esiste, anche se qualcuno sembra dimenticarlo.
E cosa c’entrano questi assunti col discorso?
Partiamo da lontano. La querelle rispecchia e sottende quella della contrapposizione (ormai storica?) fra fumetto popolare e fumetto d’autore, nata da tempo e risibile nella sostanza: come se, in qualsiasi altro campo della vita reale, contassero più le etichette di tutto il resto. Come se il lavoro delle persone contasse non per quello che vale, ma per come viene etichettato. Messa in questi termini, un’attitudine un po’ reazionaria, no?
Ma questo molti fumettisti tendono a non saperlo o, se lo sanno, ad ignorarlo.
E allora mi prendo io la briga di dirlo: nel modo più soggettivo possibile, valgono solo le buone storie. Tutto il resto è fuffa. Le fazioni le lascio al calcio e alle contrade senesi.
Il provincialismo di cui parlavo prima è quello del “lei non sa chi sono io”, per cui chi non fa fumetto popolare deve cercare un termine chic per designare la propria attività. A sua volta, chi fa fumetto popolare si sente ferito da chi si definisce intellettuale con l’uso di una (facile) etichetta. Sarebbe il caso di svegliarsi. Qui siamo all’infantilismo totale.
Anche se in Italia sembra difficile comprendere un concetto del genere, non si va avanti paludandosi.
E qui arriviamo al mondo reale. Nel mondo reale esistono discipline (anche artistiche) che, in funzione della specializzazione del campo (ed anche di una certa pigrizia intellettuale) devono necessariamente ricorrere alle categorizzazioni, anche becere.
Prendiamo il mondo della musica, per esempio. Tutti ricorderete il fenomeno del trip hop, ombrello arbitrario che veniva a comprendere fenomeni e approcci diversissimi come quelli, per fare un esempio, di Tricky e DJ Shadow.
Ovviamente trip hop è un termine di comodo, osato anche in maniera spesso approssimativa (c’era chi definiva “trip hop” i Goldfrapp…) ma l’uso della definizione aveva il solo scopo di stabilire delle categorie. Che poi questo possa derivare da fattori di ordine commerciale poco importa. Così come il fatto che le categorie, specie in alcuni settori, siano molto labili e a volte discutibili.
Non mi risulta però, per fare un esempio, che musicisti hip hop o rockers vari si siano mai lamentati del fatto che il trip hop venisse annoverato (e coperto sulla stampa di moda) fra i fenomeni del momento.
Anzi, semmai ricordo di artisti che presero le distanze dalla cosa, rifiutando di essere definiti trip hop. Sarebbe bello se accadesse lo stesso con i paladini del paludamento. “Graphic novels? No grazie, io faccio solo fumetto.” – è bello sognare…
Pensate che la musica sia un riferimento impreciso? E allora parliamo del cinema.
Mica si scannano, i registi di film e quelli di telefilm. Eppure i cineasti “seri” potrebbero darsi arie rispetto a un mezzo meno prestigioso dei “film veri”.
Da noi, soprattutto in campo fumettistico, le cose sono diverse. Paese delle fazioni per eccellenza, in Italia si cerca ogni scusa per esercitare il diritto a credersi più importanti di quello che si è.
E per chiudere i confini di un mondo sempre più involuto ed autoreferenziale a chi non segue “le regole”. Le crociate sono il pane del fumetto italiano, a quanto sembra.
Per me, la diversità di definizioni, se non c’è malafede o presunzione, aiuta il pluralismo e favorisce la scelta. Difficile da capire, dove esiste solo la monocultura, ma vero.
E allora viva la graphic novel, ma solo a patto che sia un termine usato per definire un fumetto che sfugge dai canoni seriali. Altrimenti resta solo l’ennesima truffa culturale di un paese che ne può tranquillamente fare a meno.

P.S.: e non chiedeteci di chiamarli “i” graphic novels. Questa è un’altra truffa culturale…

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