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Justice League of America, ovvero l’arte di parlarsi addosso

di Nicola Peruzzi

Ci sono quelli che affermano che il fumetto americano è morto col collasso delle major negli anni Novanta. Ci sono quelli che sostengono addirittura che aveva finito tutto ciò che aveva da dire nell’87. Sta di fatto, però, che il fumetto mainstream americano, tanto per Marvel quanto per DC, ha vissuto negli ultimi anni una sorta di rinascimento, portato alle testate principali dalle fresche idee degli autori Indie e di quelli provenienti da altri media, che hanno portato nuova linfa vitale agli omini in calzamaglia.
Brad Meltzer è uno di questi. Appartenente alla seconda categoria di autori citati poco sopra, Meltzer nasce come scrittore di narrativa (mediocre, direbbero le malelingue) specializzato in legal thriller: a tutti gli effetti, un emulo di John Grisham. Quest’uomo però è stato compagno di college di Geoff Johns, e così come il ben più noto (al tempo) scrittore di comics, ha una passione smodata per i fumetti che condivide con l’amico fin dai tempi dell’università. Questo lo porta, in un periodo in cui DC Comics era in vena di recruitment, ad avvicinarsi al mondo della scrittura professionale per comics, e l’esordio – diamo a Cesare quel che è di Cesare – è senza dubbio un centro perfetto. E non poteva essere altrimenti, trovandosi a lavorare su Green Arrow. Il suo storyarc, “The Archer’s Quest” è considerato bello, originale, toccante e soprattutto rispettoso della continuity del personaggio. Ma è soprattutto grazie quella gemma della miniserie successiva, la celebre e celebrata “Identity Crisis” – storia che ha favorito il ritorno degli eventi estivi in casa DC – che l’autore trova la definitiva consacrazione.
Identity Crisis ha tutti gli ingeradienti per essere una storia memorabile: ha più livelli di lettura, è leggibile tanto da newbies quanto da vecchi lettori, è epica, è drammatica, ha soprattutto un enorme potenziale distruttivo. Identity Crisis infatti, sicuramente più di The Archer’s Quest, è una storia significativa e per certi versi “rivoluzionaria” per l’universo DC. E la DC Comics, nel frattempo, si ritrova a vivere un periodo d’oro tanto per qualità quanto per quantità delle uscite.
Ma tutti gli ingredienti che hanno portato Identity Crisis al consenso pressoché totale di pubblico e critica, mancano invece alla Justice League.
Le aspettative erano, ovviamente, elevatissime. Circa un anno e mezzo fa viene annunciato chi sarà il nuovo team creativo della JLA, che nel corso degli ultimi anni, in seguito all’abbandono di Joe Kelly del timone della testata, aveva avuto una serie di gestioni deboli, svogliate, addirittura brutte, in alcuni casi. Persino Busiek, notoriamente un buon autore con picchi di eccellenza non da poco, con la strabiliante caratteristica di poter sfornare a piacimento storie che si mantengono sulla sufficienza, se la cava meno che egregiamente, col suo “Syndacate Rules”, realizzando una run mediocre che non si risolleva nemmeno per i disegni, affidati ad un Ron Garney decisamente fuori forma.
Meltzer, si diceva, arriva a salvare la nave che sta per affondare. O meglio, a cercare di ripescarla dagli abissi, dato che col numero 125, post Infinite Crisis la testata era stata chiusa (come molte altre, a onor del vero, indipendentemente da meriti o demeriti qualitativi) con l’intenzione di ripartire da zero. Non solo: a ulteriore garanzia di qualità, si dice che Meltzer resterà per soli 12 numeri più uno speciale: in pratica, una sorta di miniserie, a voler rimarcare ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, un qualche legame con Identity Crisis. E così puntualmente succede: nel mese di agosto del 2006 esce Justice League of America #0, a detta di tutti un gioiellino di stile e un vero e proprio pezzo di bravura da parte di Meltzer. La storia è semplice: i big three (per chi avesse vissuto gli ultimi anni lontano dalla terra, si parla di Superman, Batman e Wonder Woman), tornati dopo 52 settimane di assenza dal mondo e dalla lotta al crimine, si radunano per formare una nuova incarnazione della Lega. Nella storia, succede davvero poco: il trio sfoglia le foto di tutte le maschere, maggiori e minori, dell’universo DC (alle matite Ed Benes, regular della testata e vera e propria sorpresa, rapportato ai suoi precedenti lavori) e alterna tutto a fashback provenienti direttamente dai primi anni della Lega (magistralmente illustrati da quel genio di cartoonist chiamato Eric Wright, già responsabile del reparto grafico del TV show The O.C., e che non si capisce davvero come mai non abbia ancora una testata di revival Silver Age tutta per sé) e a momenti del futuro prossimo degli eroi. Ma quel poco che succede, succede in maniera decisamente buona. Ottimi i tempi, ottima la storia, ottime le premesse. Premesse che, puntualmente, non vengono mantenute.
Ma partiamo dalla fine.
Prendiamo quel Justice Leaugue 12, che riprende i meccasmi del numero 0 ribaltandoli e risultando esserne perfetto contraltare. Stavolta, chi osserva e commenta quello che accade (quelle che prima erano le premesse, adesso sono le conseguenze delle azioni della Lega nel corso dell’ultimo anno) sono i due grandi esclusi, Jonn Jonnz, alias Martian Manhunter nella sua nuova versione dark, e Arthur Joseph Curry, il nuovo e sfortunato Aquaman (e grazie ai DC Junkies che non hanno saputo apprezzare uno dei pochi veri cambiamenti fatti a seguito del One Year Later, la divertentissima run di Tad Williams – di gran lunga migliore di quella fantasy di Busiek –, immediatamente cassata senza diritto di appello “perché rivogliamo il vero Aquaman”), in una storia che si interroga, ricollegandosi alla precedente mini di Meltzer, sull’identità della Lega.
Ora, il quesito che si pongono i personaggi – e, con essi, l’autore, è: “Sono gli eroi che fanno la Lega, o è la Lega stessa ad avere una propria identità, indipendentemente da tutto e da tutti?”. L’idea che ci si fa leggendo la run, ampimente caldeggiata dallo scrittore, è che sia la lega ad avere una propria identità. Ma il messaggio, se nel testo è esplicito, nei fatti risulta essere vacuo, non pienamente comprensibile.
Se infatti il primo storyarc, lo splendido The Tornado’s Path – veramente il punto più alto della saga e uno dei punti più alti in generale, di recente, per quanto riguarda l’iconicità e l’epicità dei personaggi DC – poteva essere un interessante parallelismo tra identità dell’eroe e identità del collettivo, il resto della run sembra, perportare avanti la metafora nautica, navigare a braccio, in balia delle onde. E tutto fa pensare ad errori di pianificazione. Il fatto è che su una gestione di appena dodici numeri (un anno o poco più, nei fatti), non può essere inserito un crossover che di numeri ne prende 4, un crossover che, tra l’altro, nulla aggiunge e nulla toglie (se non spazio) alla storia in sé, esattamente come fa la pur godibile The Lightning Saga. Meltzer non si trova a suo agio, coi personaggi della Legione, troppo cosmici, troppo futuristici per un nostalgico come lui. E infatti le parti migliori sono quelle scritte dall’ex compagno di stanza Johns. Per non parlare del numero con Vixen e Red Arrow. Visivamente è spettacolare: alle matite vede un Gene Ha in grande spolvero, aiutato moltissimo da una colorazione maestosa. Ma la storia, per quanto bella possa essere, potrebbe essere scritta da un autore qualsiasi. E dire che gli accenni alla macrotrama ci sono. Ancora una volta, una crisi di identità colpisce uno degli eroi, Vixen, che si è trovata, non si sa bene come, a subire una mutazione dei poteri. Cosa che la porta a dubitare di sé stessa e dell’apporto che riesce a dare al gruppo. Un altro parallelismo tra l’identità del singolo e l’identità della Lega, o un accenno di cose a venire? Per il momento non ci è dato sapere. Quello che sppiamo per certo, però, è che questa serie è come un ricettacolo di cenni, voci, rumori riguardo a qualcosa che avrebbe dovuto essere, e invece non è stato. Tante promesse non mantenute, tante interpolazioni (forse) produttive. Il risultato è una run buona, ma vuota. Una run fatta di tanti piccoli tasselli, che, una volta messi nel mosaico, non combaciano perfettamente, perché vengono a mancare i pezzi necessari alla comprensione dell’insieme.
Che dire, ad esempio, di Geoforce? Un personaggio messo lì senza nessuna, e sottolineo nessuna, apparente motivazione né funzione. E che dire della sottotrama principale su Felix Faust e la manipolazione di alcuni membri della Legione tramite tecnologia Apokolipsiana? Il vuoto più assoluto. Risolta in due battute nell’episodio finale.
L’idea è che i piani di Meltzer siano stati scombussolati in corsa, in corso di produzione della serie. E che l’autore si sia trovato costretto a modificare, a causa di Countdown o crossover vari, le proprie idee in corsa. Il risultato, è una serie che pretende di definire l’identità del supergruppo più forte della terra, di creare una sorta di antitesi di quella bella Identity Crisis che la lega l’aveva distrutta, di portare pace in un universo che dal 2003 era diventato più oscuro e violento, ma che di fatto finisce soltanto col parlarsi addosso. Una serie che vorrebbe dire molto, ma che dopo un’ottima partenza si perde per strada e scade nella noia e nella verbosità.
Un vero peccato, perché viste le premesse e la conclusione, la run promettva moltissimo. Purtroppo però, le belle storie non si fanno solo con le parentesi.

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