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Tempesta Wildstorm. Ovvero: dalle stelle alle stalle.

di Antonio Solinas

Lo studio Wildstorm, al momento, inutile girarci intorno, non è più la miniera d’oro che, nel post-Image, valse a Jim Lee i milioni della DC e l’ammirazione di fans e critici. Sembrano lontani i tempi in cui l’editore di La Jolla aveva in mano carte come la ABC, le serie Homage e, prima, l’universo supereroistico che più di tutti sembrava suscettibile di miglioramenti e anticipatore di mode e novità.
Dopo le (prevedibili? Giuste? Prevenute?) critiche alla prima Image per quanto riguarda la presunta (e spesso provata) inconsistenza narrativa, per usare una metafora religiosa, Lee fu l’eresiarca che più si preoccupò di redigere una nuova ortodossia che potesse essere accettata non solo dai fedeli, ma anche dal Papa e dall’Imperatore (ovvero i Big 2).
In questo senso, ad alcuni dei disegnatori più ambiti degli anni ’90 (lo stesso Lee, Charest, Campbell, ma non solo) furono affiancati scrittori di provata bravura e professionalità. Certo, non tutte le ciambelle riescono col buco (DV8 post-Ellis e Gen13, tanto per fare un esempio, si persero troppo presto), ma quel periodo fu fecondo di proposte interessanti e il “crack” Image (a paragone della cocaina Marvel, secondo una felice definizione) fu certamente una delle droghe fumettistiche più allettanti di sempre, almeno in ambito supereroistico.
In questo senso, la Wildstorm/Homage (aldilà dei nomi, la casa editrice/studio è sempre stata il giocattolo di Jim Lee e di questo parliamo) fu il motore mobile di quella rivoluzione che, accanto a nuove tecnologie e paghe migliori, impose un nuovo standard per la narrazione seriale supereroistica, non facendosi scrupolo di arruolare tanti scrittori di talento provenienti da aree contigue a quella Vertigo, ma anzi favorendone l’entrata in pompa magna nel mainstream.
Nella fase successiva, lo studio propose addirittura serie più legate al nome degli scrittori che non alla classica gazzosa Image, come i gioiellini della America’s Best Comics di Alan Moore e agli apprezzati Leave It To Chance di James Robinson e Astro City di Busiek.
Senza dimenticare la Cliffhanger, che puntava tutto, invece, sulle matite dirompenti di gente come Campbell, Madureira e Ramos.
Per fare un esempio, nel giugno 1998, poco prima delle note vicende che videro la Detective Comics acquisire lo studio per un bel po’ di soldini, Wildstorm e sottoetichette potevano permettersi di inondare le pagine pubblicitarie della rivista per nerds Wizard con succose promesse come i nuovi Wild C.A.T.s di Lobdell e Charest, il Divine Right di Jim Lee, Gen13 di Arcudi-Frank, Wild Core di Booth, DV8 di Al Rio, Darkchylde, Astro City, Leave It To Chance, le serie Cliffhanger Crimson, Battle Chasers e Danger Girl, oltre ad una marea di crossovers improbabili (tipo Wild C.A.T.s-Aliens e Superman-Gen 13) e la promessa di nuove serie come League of Ordinary Gentlemen e Planetary.
Come è facile capire, accanto ai soliti bidoni di gente che poi è giustamente sparita, una line-up di tutto rispetto: varietà, hype, qualità e approcci narrativi per tutti i gusti non mancavano affatto.
Da lì in poi, forse, le cose non furono più le stesse, e non importa sapere quale sia stato il vero momento del crollo, se nel 1998, prima o dopo (più probabilmente dopo, azzarderei io). Basti sapere che un crollo c’è stato e che la Wilstorm non rappresenta più un punto di riferimento per nessuno. A parte forse quelli della Avatar, visto che oggi la Wildstorm sembra ridotta a pubblicare, per il vil denaro, serie tratte da filmacci horror di successo che certamente costituiscono fonte di guadagno per l’editore e un modo di fare lavorare scrittori e sceneggiatori (alcuni anche molto bravi), ma che denunciano una mancanza di idee e progettualità sconcertanti per chi, fino a qualche anno fa, faceva le cose “come Dio comanda”.
Per non parlare del finto rilancio dell’universo supereroistico (la Worldstorm che ha partorito i nuovi
Wild C.A.T.s
, Authority e Deathblow) che finora, con la manciata di albi usciti e gli abissali ritardi accumulati, non ha mantenuto neanche una delle promesse. Anzi, se nel caso di Wild C.A.T.s e Deathblow potremmo anche chiudere un occhio sulla banalità delle storie (ma non lo facciamo perché si tratta pur sempre di Morrison e Azzarello, due degli scrittori migliori in giro), Authority è francamente imbarazzante nell’ermetismo decompresso e nei disegni post-Photoshop.
Da una sconfitta così si esce solo con le ossa rotte, e poco importa se è Jim Lee ad essere troppo impegnato o Morrison a non consegnare in tempo le sceneggiature: Gene Ha non ha voglia di disegnare e non basta D’Anda (l’unico senza colpe) a salvare la baracca.
E non è neanche importante il fatto che, ogni mese, escono una quindicina di titoli con una WS in alto a sinistra: molti hanno periodicità traballante, e moltissimi sono insignificanti. Things Fall Apart, direbbero Morrison e i Roots in coro.
Ma non è il caso di maramaldeggiare: Jim Lee è persona troppo intelligente per non sapere che le cose hanno preso una brutta piega.
A me (e anche a lui, credo) interessa capire il perché di un crollo così clamoroso.
L’idea che mi sono fatto io è che la Wildstorm oggi non abbia oggi una linea editoriale degna di tal nome e che tiri a campare per una mancanza di base nell’unico settore in cui la casa di La Jolla non ha investito a dovere. Pensiamo a come si fa un fumetto: sicuramente non possiamo imputare alla Wildstorm scarso interesse nei confronti di bravi sceneggiatori, disegnatori, coloristi e anche letteristi. In molti di questi campi, la Wildstorm è sempre stata all’avanguardia. E in alcuni casi lo è ancora. Alla fine, Sprouse e Leon sono ancora lì.
E allora cosa resta? È chiaro, editors ed editors-in-chief. Ovvero quelli che, al di là delle storie, portano idee, controllo e direzione. In poche parole, fanno la linea editoriale.
E qui, rispetto all’ambito artistico tout court, la musica cambia parecchio. Infatti, di editors veri e propri, alla Wildstorm, ce ne sono sempre stati pochissimi. Mi vengono in mente Scott Peterson e Ben Abernathy, il Will Dennis in prestito di Wintermen (che però inizialmente era un titolo DC), e pochi altri.
La verità è una sola: quando Jim Lee è stato troppo impegnato con DC e Sony per seguire da vicino le sorti della propria casa editrice e guidarne assennatamente le scelte, tutto è crollato. Non è un caso se Lee, alla guida della Wildstorm, è diventato milionario, e non è un caso se, senza Lee attivamente al timone, la Wildstorm segna il passo (mentre Lee, a parte alcuni problemi, mantiene la propria fama di disegnatore supereroistico per eccellenza).
Personalmente, credo che questo vada imputato a Scott Dunbier, l’uomo in carica e, sinceramente, personaggio che puzza troppo di dilettante per il posto toccatogli in sorte, e che forse ha mantenuto il posto a causa del successo di Authority e della ABC (ma non è passato un po’ troppo tempo?).
Esplicativo il caso di the Boys. Non amo Ennis e the Boys mi fa schifo, ma come si fa a mettere in cantiere una serie che dovrebbe essere nei proclami “più Preacher di Preacher” e poi censurarla quando mantiene le promesse (e non è un complimento)?
Da fiaschi del genere non si esce mantenendo la faccia, anche se Dunbier di faccia ne ha tanta… Ma questo, a sentire le indiscrezioni che arrivano dagli USA, pare che alla Wildstorm l’abbiano capito. Sembrerebbe che Scott Dunbier sia stato licenziato e che al suo posto sia stato messo Ben Abernathy.
Al momento, la lista delle uscite Wildstorm è schizofrenica, ben poco pensata e, francamente, deludente. Non di soli Texas Chainsaw Massacre e Friday 13th vive una casa editrice. Forse sarebbe il caso che a La Jolla si dessero una mossa.

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