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RICORDO DI MARSHALL ROGERS - Da Batman a Silver Surfer e ritorno

di Andrea Cantucci

Devi coinvolgere il lettore nel mondo che stai ritraendo. I lettori devono sentirsi come se fossero là... parte di quel mondo.
Marshall Rogers


In questi ultimi dieci, quindici anni, sono scomparsi molti grandi autori che hanno fatto letteralmente la storia del fumetto. Per citare solo gli ultimi, tra la fine del vecchio secolo e l´inizio del nuovo, ci hanno lasciato Gil Kane, Carl Barks, Charles Schulz, Gianluigi Bonelli, Morris, Luciana Giussani, Guido Crepax, Will Eisner, Romano Scarpa, Peyo, Johnny Hart... praticamente il gotha del fumetto mondiale (e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno). E´ una cosa naturale e inevitabile, poiché il periodo in cui sono state gettate le basi delle attuali forme di narrazione a fumetti va dagli anni ´40 agli anni ´60, e quindi tutti i maestri attivi a quell´epoca oggi hanno (o avrebbero) un´età piuttosto avanzata. Il discorso si fa più triste quando muore un disegnatore ancora relativamente giovane, un disegnatore la cui grafica agli esordi era più avanti di almeno dieci anni rispetto alla media dell´epoca, un disegnatore che con poche storie di ogni personaggio ha saputo affascinare i suoi lettori, un disegnatore che dopo qualche anno di assenza era tornato al fumetto con opere di alto livello, un disegnatore di cui eravamo ansiosi di vedere i prossimi lavori sicuri che avrebbe saputo ancora stupirci, un disegnatore che forse dalla critica italiana non è stato ancora valorizzato abbastanza, un disegnatore oggi scomparso ma da non dimenticare. Stiamo parlando di Marshall Rogers, uno di quegli autori forse non universalmente conosciuti da tutti gli appassionati di fumetti, ma tenuti in grande considerazione da chi ha potuto ammirare anche solo una parte delle loro storie. Il suo stile era meno appariscente e aggressivo di quello di certi ”grossi nomi” la cui popolarità a volte dura poco più di una stagione, ma se si entra nelle sue vignette e se ne ”leggono” attentamente le immagini, ci si accorge della sua capacità di raccontare una storia in sequenza come pochi altri.

E visto che qualcosa di suo è arrivato anche in Italia, tra le righe è il caso di raccontare come l´ho conosciuto io, Marshall Rogers, anche se in vita mia non l´ho mai incontrato...

Dalla provincia a Gotham City

Era nato il 22 Gennaio 1950 a Flushing e cresciuto dapprima ad Ardsley (paesi della contea di Westchester abbastanza piccoli da non figurare negli atlanti), per trasferirsi infine a New York e, a quanto dice la sorella, ”era sempre a fare schizzi e cose in stile comic book fin da piccolo”. Era un lettore vorace e i disegnatori che più amava e che lo avrebbero influenzato, avevano nomi come Jack Kirby e Neal Adams. Lui stesso dichiarò che il suo stile si era formato anche facendo disegno meccanico alle scuole superiori; in seguito aveva iniziato a studiare architettura alla Kent State University, ma dopo due anni, alla fine del 1971, tornò a New York, a cercare lavoro nel campo dei fumetti (tra l’altro, suo padre aveva dovuto trasferirsi a Denver, in Colorado, il ché lo mise nella necessità di mantenersi da solo). Quegli studi gli sarebbero comunque serviti, nella sua formazione di autodidatta, per costruire i dettagliati ambienti delle sue storie, a cui avrebbe dedicato più tempo e più cura di quanto fosse abituale per gli approssimativi sfondi dei fumetti.
Fino al 1973, mostrò insistentemente i suoi lavori di prova sia alla Marvel che alla DC, ricevendo solo rifiuti. Quando visitò per la prima volta gli uffici della Marvel, i suoi disegni erano comunque abbastanza personali e curati da colpire favorevolmente l´allora redattore Don McGregor, anche se evidentemente non ancora abbastanza professionali. Che fosse lui a non essere ancora pronto per i fumetti, o i fumetti a non essere ancora pronti per lui, in questo periodo si mantenne facendo illustrazioni su riviste per uomini e lavorando come spedizioniere, mentre affinava il suo stile di disegno seguendo spesso anche corsi serali di anatomia. All´inizio cercava di imitare lo stile realistico di Neal Adams, mentre in seguito fu influenzato dalla grafica di Walt Simonson e di Howard Chaykin, ma a quel tempo, la sua sola esperienza di lavoro nel settore dei comic book consistette nel ripulire e ritoccare storie della golden age, per le ristampe della DC. Si trasferì poi a East Hampton, lavorando in negozi di ferramenta, e fece qualche illustrazione per un albo horror di una piccola casa editrice, la Seaboard/Atlas comics. In quell´occasione, avrebbe detto Rogers in seguito, ”cominciai a capire che il mio lavoro non sarebbe stato accettato perché non aderivo alla formula stabilita”. Verso la fine del 1975, decise comunque di ritentare con i fumetti e ricominciò a mostrare le sue prove in giro.
Disegnò annunci pubblicitari lavorando ai Continuity Studios di Neal Adams e, grazie all´interessamento di Dan Adkins e Marie Severin, esordì nel fumetto professionale producendo delle splash page per i settimanali inglesi della Marvel Comics, un lavoro che fece per mesi senza che nessuno negli Stati Uniti potesse vederlo. Eravamo ormai nel 1976 e i primi lavori di Rogers diffusi negli U.S.A. furono delle pin-up su riviste Marvel in bianco e nero, come ”Doc Savage”, ”Planet of the Apes” e ”The Deadly Hands of Kung Fu”; su quest´ultima testata gli fu proposto anche di disegnare una storia di arti marziali scritta da Chris Claremont, che fu però realizzata solo in seguito e pubblicata l´anno seguente, col titolo ”Daughters of the Dragon” (Figlie del Dragone). Per i suoi altri impegni e per la difficoltà di essere contattato rapidamente (all´epoca non aveva telefono), gli era difficile realizzare delle storie con i ritmi della Marvel e Marie Severin gli consigliò di mostrare i suoi lavori a Vince Colletta, allora direttore artistico della DC Comics. Questi, intuendo il suo potenziale, gli affidò il suo primo incarico vero e proprio come disegnatore di comic books americani: una storia in due brevi puntate dal titolo ”A Canterbury Tail”, incentrata su dei bulldog intelligenti, che doveva uscire in appendice a Kamandi, ma fu poi pubblicata su ”Weird War Tales” nel 1977. Alla DC i suoi disegni furono apprezzati e, trattandosi di un giovane alle prime armi che lavorava su serie secondarie, gli fu concessa anche qualche libertà espressiva; gli furono quindi commissionate altre storie brevi per ”House of Mystery” e ”Superman Family”, lavorando alle quali cominciò a sviluppare un proprio stile personale, ma le sue prime storie a fumetti ad essere pubblicate, tra il ´76 e il ´77, furono due brevi episodi usciti in appendice a ”Detective Comics” e incentrati su un nuovo strampalato supercriminale: The Calculator (Il Calcolatore).

Questi due episodi furono pubblicati in Italia in bianco e nero, nel 1977, sul n° 16 del Batman della Cenisio, uno dei primi ad essere acquistati dalla mia mai troppo ringraziata famiglia (essendo io all´epoca uno squattrinato bimbetto di nove anni). Non so se fosse precoce il mio buon gusto, o troppo evidente fin dall´inizio la qualità dei disegni e dei montaggi di Rogers, ma posso dire che l´apprezzamento fu immediato.


Il Calcolatore portava sul petto una tastiera e sulla testa una specie di visore, da cui uscivano fisicamente i risultati delle sue computazioni. Affrontava membri sempre diversi della Justice League lasciandosi sconfiggere ogni volta, in modo da ”vaccinarsi” da ulteriori sconfitte grazie ai suoi strambi calcoli. Anche se si svolgeva in un´unica collana, lo si può considerare uno dei primi cross over tra personaggi diversi tentati dalla DC, le cui stravaganti trame, scritte da Bob Rozakis, potrebbero ancora essere apprezzate dai seguaci di qualche genio delirante alla Grant Morrison. Rogers subentrò a metà del ciclo, disegnando gli episodi di Green Arrow e di Hawkman, mentre gli accurati inchiostri di Terry Austin contribuivano a non far notare troppo i cambiamenti di mano. Nell´albo seguente di ”Detective Comics”, il numero 468, doveva apparire l´epilogo della minisaga di Rozakis: una storia lunga di Batman in cui il Calcolatore, come previsto, sconfiggeva tutti gli eroi già affrontati in precedenza, ma veniva infine giocato dall´Uomo Pipistrello. Poiché il titolare della testata, Ernie Chan, era appena passato alla Marvel a disegnare Conan, i disegni furono affidati allo stesso autore delle due puntate precedenti, cioè Rogers, che per la prima volta poté così lavorare su quello che era sempre stato il suo personaggio preferito e ne era naturalmente entusiasta. Fin dalla prima pagina (in cui fece coincidere il nome dell´eroe con le pieghe sul mantello), dimostrò come il suo apparentemente semplice stile nascondesse notevoli capacità grafiche e, pur senza esprimersi ancora al massimo delle sue potenzialità, si sbizzarrì con inquadrature versatili e interessanti relazioni tra le vignette. Quando ebbe completato l´episodio, Julius Schwartz e Vince Colletta ne apprezzarono l´originalità, ma la sua pubblicazione fu osteggiata da altri dirigenti della DC, che ritenevano vi fossero troppe incertezze anatomiche e troppe libertà compositive, per una serie così importante; fortunatamente, date le scadenze strette, non c´era tempo di cercare qualcun altro che rifacesse il lavoro da capo, e Rogers esordì quindi come disegnatore di Batman. Si trattava comunque di un solo episodio; se non ci fosse stata un´ulteriore occasione, o un particolare gradimento, Marshall Rogers sarebbe potuto restare uno dei vari disegnatori poco convenzionali che ogni tanto erano messi alla prova sulla testata.

Nella gestione disinvolta di quegli anni, l´edizione italiana del racconto, intitolato ”La Battaglia delle Macchine Pensanti”, apparve sul n° 21 del Batman Cenisio, a cinque albi di distanza dalla puntata precedente (ma rispetto ai vecchi albi Mondadori o Williams, era già qualcosa che le storie uscissero in ordine). Ebbi così la possibilità di approfondire la conoscenza di Marshall Rogers e del suo intrigante linguaggio visuale.

Subito dopo, tanto per restare a Gotham City, altre storie disegnate da Rogers uscirono su ”Batman Family”. Intanto, provenendo da testate Marvel come ”Avengers”, ”Master of Kung Fu” e ”Doctor Strange”, approdò su ”Detective Comics” il versatile scrittore Steve Englehart, che dal numero 469 iniziò un ciclo in cui introdusse nella serie di Batman sottotrame e collegamenti tra i vari episodi, come quelli che caratterizzano da sempre la produzione Marvel. Al tempo stesso rese più umano il personaggio approfondendo il ruolo del suo alter ego Bruce Wayne, e più realistico il mondo in cui si muoveva, con riferimenti anche alla politica, ma soprattutto riportandolo alle sue più oscure radici pulp. Tra gli intrighi del senatore Rupert Thorne e la storia d´amore tra Bruce e la bella Silver St. Cloud, la serie si avviava così a diventare più matura di quanto fosse mai stata. Il problema di Englehart e della DC, era trovare qualcuno che fosse all´altezza di visualizzarne i testi, visto che all´epoca tutti i migliori disegnatori stavano passando alla Marvel. Alla fine, per le matite fu scelto Walt Simonson, coadiuvato alle chine da Al Milgrom, mentre a Marshall Rogers erano affidati solo i colori, ma dopo un paio di numeri fu chiara la scarsa attinenza delle immagini prodotte dai due disegnatori con le atmosfere cupe delle storie, soprattutto perché Simonson, già oberato di lavoro per la Marvel, aveva il tempo di fare solo dei rapidi schizzi. Nel frattempo era arrivata una valanga di posta in cui i fan si dicevano entusiasti della raffinata interpretazione che Rogers aveva dato di Batman, nella storia del Calcolatore. Il supervisore Julius Schwartz, d´accordo con Englehart, diede quindi nuovamente fiducia alla coppia Rogers/Austin, che da ”Detective Comics” n° 471 fu promossa a titolare di una delle serie fondamentali del fumetto americano. In quell´episodio fu reintrodotto lo scienziato pazzo Hugo Strange, un vecchissimo nemico che dopo quasi quarant´anni riusciva finalmente a sconfiggere e sottomettere Batman, solo per finire torturato a morte, nella puntata seguente, da criminali ben più concreti e spietati di lui. La visione dello spettro di Strange che tornava a perseguitare Thorne, il suo assassino, costituì una sottotrama inquietante, ma anche sottilmente plausibile, che percorse i numeri successivi del ciclo oggi conosciuto come ”Strange Apparitions” (titolo che significa sia ”Strane Apparizioni” che ”Apparizioni di Strange”). Anche il rapporto tra Batman e Robin si fece più serio e verosimile, evolvendosi in un´amicizia tra due persone adulte, invece di rimanere fermo all´eterna sudditanza di un allievo verso il maestro. Gli scontri coi vecchi nemici che di volta in volta Batman affrontava (il Pinguino, Deadshot, il Joker) non furono più, insomma, l´unico soggetto al centro delle storie, benché le loro folli fissazioni fossero rappresentate in termini più reali e pericolosi del solito, ricollegandosi alle loro prime versioni e rinnovandole al tempo stesso.
Englehart, dopo aver dato il suo consenso al nuovo disegnatore, era partito per una lunga vacanza in Europa e quando gli furono recapitati gli albi pubblicati rimase sbalordito. Nonostante i due autori non si fossero incontrati di persona, i disegni di Rogers, col prezioso ausilio delle chine di Austin, si sposavano perfettamente con le sue trame, richiamando le atmosfere dei film noir degli anni ´40, e assecondavano perfettamente ogni sua indicazione (come quella di usare vignette dai bordi spessi ”per avere più nero sulla pagina”), ma ogni tanto spostavano l´inquadratura verso angolazioni più inquietanti per aumentarne l´effetto drammatico, o spezzavano un´azione in più vignette per rendere più scorrevole ed efficace la narrazione visiva. Gli esterni di Rogers erano disposti anche su più piani di profondità e la sua Gotham era protagonista delle storie al pari dei personaggi, mentre i molti primi piani di certi particolari, per il giovane disegnatore avevano un doppio scopo: essere funzionali alla storia, ma anche permettergli di studiare di volta in volta la conformazione dei dettagli anatomici in questione. Il tutto contribuì ad un effetto d´insieme e ad un livello qualitativo che la maggior parte degli autori, non solo di Batman, avrebbero impiegato molto tempo a raggiungere.
Le storie di Englehart permisero così a Marshall Rogers di lavorare su tematiche interessanti e introspettive e di entrare nella storia del fumetto a soli ventisette-ventotto anni, come uno tra i più determinanti disegnatori che avessero mai rielaborato l´impostazione iconografica di Batman, pur avendone realizzati in tutto appena una decina di episodi (quello scritto da Rozakis, sei scritti da Englehart, due da Len Wein e uno da Denny O´Neil). Se poi perse interesse per il personaggio, fu solo perché le impostazioni degli scrittori subentrati a Englehart, non erano abbastanza in sintonia con quella che lui riteneva esserne l´interpretazione più corretta. Nel corso degli anni il suo ciclo principale fu ristampato due volte, la prima nella miniserie ”Shadow of the Batman” e la seconda in volume, mentre singoli episodi furono ripresi nelle serie antologiche ”Best of DC” e ”The Greatest... Stories Ever Told”. Inoltre, non solo i testi e i disegni di ”Strange Apparitions” avrebbero fornito spunti al film di Tim Burton, realizzato oltre dieci anni dopo, ma il film stesso fu basato su un trattamento scritto appositamente da Steve Englehart, dopo che due sceneggiatori cinematografici avevano fallito nel tentativo di trarne un adattamento adeguato. Anche i cartoni animati di ”Batman: The Animated Series”, con la loro impostazione dark, ne furono influenzati; riproposero gli episodi di Hugo Strange e quello del Joker (”The Laughing Fish”, uno dei più memorabili sul personaggio), che fu ripreso quasi parola per parola. In breve, questa manciata di episodi definì il Batman moderno, anticipando in parte e rendendo possibili le revisioni ancora più estreme di autori come Frank Miller.

L´intero ciclo fu tradotto in Italia dalla Cenisio, tra il ´78 e il ´79 (su Batman n° 25, 26, 27, 29, 32 e 38), con una scelta discutibile ma anche interessante: come accadeva per molti episodi, la maggior parte delle storie furono pubblicate in bianco e nero. Ciò era dettato sicuramente da ragioni economiche (a quei tempi, in Italia, gli albi Marvel Corno erano tra i pochi a potersi vantare di essere tutti a colori), eppure non era certo un caso aver individuato in quel ciclo quello più adatto a fare a meno del colore. I disegni di Rogers e Austin, coi loro contrasti netti, ne uscivano valorizzati, mentre veniva sottolineato il tono generale adulto delle storie. Per me, che forse allora non ne capivo proprio tutto, erano racconti senz´altro diversi dal solito, se non ci fosse stato qualche pazzo in costume ogni tanto, avrei ben potuto dire che erano ”cose per grandi” e il bianco e nero contribuiva ad identificarli come tali in mezzo alla più normale produzione Batmaniana; non si può dire insomma che fosse un´operazione del tutto sbagliata.
La Cenisio usò anche quattro copertine disegnate da Rogers, ma in due casi senza corrispondenza con le storie all´interno. Va poi segnalato che l´episodio scritto da Denny O´Neil (”Biglietto di Morte”), che è anche l´unico ad essere stato inchiostrato dallo stesso Rogers, in Italia non uscì su Batman, ma sul n° 2 de ”La Legione dei Supereroi”, ad un formato ridotto e con le pagine alternate, mezze a colori e mezze in bianco e nero, e a tutt´oggi non è mai stato ristampato. Le storie scritte da Englehart e da Wein sono invece state ristampate dalla Playpress nel 2000, nel volume ”Batman: Strane Apparizioni”, con i nuovi colori curati da Rogers negli anni ´80.


Dalla Eclipse a Silver Surfer

Contemporaneamente a Batman, nel 1977 la DC resuscitò appositamente per Rogers la serie ”Mister Miracle”, facendone scrivere in fretta quattro numeri da Steve Englehart prima che partisse per l´Europa, e proseguendo la numerazione da dove si era interrotto anni prima il ciclo originale di Jack Kirby. Come riportava il suo profilo dell´epoca sugli albi DC, ”in meno di un anno, Marshall è passato da disegnatore di secondo piano a titolare” e come diceva lo stesso Rogers, ”ciò che cerco di fare è pensare prima a cosa è stato fatto in precedenza e quindi scartare quello e cercare di trattarlo da un´angolazione completamente diversa”.
Mentre faceva qualche altro lavoro per la DC, tra cui un racconto illustrato di Batman per ”DC Special Series” e varie copertine e poster, partecipò, insieme a Neal Adams ed altri professionisti, alla costituzione di un comitato per la difesa dei diritti degli autori di fumetti, troppo spesso costretti a cedere agli editori ogni proprietà sulle loro creazioni, ingiustizie a cui neanche le nuove leggi sui diritti d´autore appena varate avevano posto rimedio (se oggi la situazione è un po´ cambiata, con contratti che prevedono anche royalties per gli autori, è merito anche del dibattito sollevato da quella ed altre iniziative analoghe). Si rivolse quindi verso progetti che potessero dargli più soddisfazione artistica e più controllo sul proprio lavoro; nel 1979 pubblicò una storia autoconclusiva sulla rivista ”Heavy Metal” e presentò un suo personaggio, Strange, che però apparve solo in un portfolio di illustrazioni. Fu poi coinvolto nella realizzazione, per l´editrice indipendente Eclipse, di una delle prime graphic novel, alla cui sceneggiatura lo scrittore Don McGregor aveva lavorato a lungo, pensandola all´inizio come un film e producendone da solo una prima versione a fumetti in fotocopie, coi rozzi disegni del suo amico Alex Simmons. Si trattava di ”Detectives Inc.”, una storia cruda e realistica con al centro l´amicizia interrazziale tra Ted Denning and Bob Rainier, due investigatori squattrinati e pieni di problemi personali, un soggetto decisamente innovativo per il fumetto americano di quegli anni, in cui le relazioni tra i personaggi erano altrettanto importanti della trama. Il primo album della nuova e definitiva versione uscì col sottotitolo ”A Remembrance of Threatening Green” (Un Ricordo di Prati Minacciosi) e con l´avvertenza ”per un pubblico maturo”, per gli evidenti riferimenti alla violenza e al sesso, temi trattati comunque col massimo buon gusto. Pubblicata in bianco e nero nel 1980, ”Detectives Inc.” fu in pratica la prima graphic novel a seguire l´esempio del ”Contratto con Dio” di Will Eisner, calandosi completamente nel mondo reale invece che in mondi supereroistici o fantastici, e fu anche il primo fumetto con personaggi dichiaratamente omosessuali (una donna assumeva i due detective per scoprire chi aveva ucciso la sua amante lesbica). I disegni di Rogers, che si occupò anche delle chine, furono più che mai all´altezza della situazione, condensando in poco meno di cinquanta pagine una serie di fitti inseguimenti intervallati da lunghi dialoghi, attraverso montaggi serrati e soluzioni grafiche per l´epoca incredibilmente originali.
All´inizio degli anni ´80, Marshall Rogers cominciò a collaborare più regolarmente anche con la Marvel, per la quale riprese ”Daughters of the Dragon”, in un episodio su ”Bizarre Adventures”, e firmò le matite del Dottor Strange, con i testi di Roger Stern e le chine di Terry Austin. Le storie del signore delle arti mistiche, come sempre a base di incantesimi e viaggi nel tempo o in altre dimensioni, diedero a Rogers la possibilità di sfogarsi con effetti grafici fuori dal comune, in cui giocò un ruolo notevole anche l´originale uso di retini e colori, anche se un po´ frustrato dalla banalità dei colori piatti e dalle limitate sfumature a disposizione. Fu un ciclo di soli sei numeri ma significativo per la serie, poiché, dopo l´apparizione di una nuova donna nella vita del mago, si concluse con la separazione dall´amata discepola Clea, con cui il buon dottore conviveva con discrezione ormai da molti anni. Subito dopo, nel 1982, disegnò anche un’altra storia del Dottor Strange fuori continuity, scritta da Claremont e pubblicata su ”Marvel Fanfare”, in cui Clea svolgeva ancora un ruolo determinante al fianco del suo maestro, mentre la ”magia” dei disegni di Rogers era ulteriormente arricchita dalle splendide chine di P. Craig Russell e da una colorazione di qualità decisamente più alta, ma dopo averne esplorato le possibilità, anche questo personaggio fu rapidamente abbandonato per rivolgersi verso nuove direzioni.

Il periodo in questione del Dottor Strange, uscì in Italia nel 1992, sui numeri dal 35 al 42 del Thor della Playpress. Mentre io lo aspettavo ignaro sugli albi di Silver Surfer, era riuscito subdolamente a sfuggirmi grazie all´indecisione dell´editore, che spostava continuamente i personaggi da una testata all´altra. Non mi era invece sfuggita la storia di Marvel Fanfare, uscita in Italia nel 1990 su X-Men n° 1 della Star Comics, la cui qualità fu sufficiente a farmi rimpiangere tutto ciò che di Marshall Rogers non veniva pubblicato in Italia.

Tra il 1981 e il 1984, Rogers firmò sia le matite che le chine per pubblicazioni della Eclipse come ”Eclipse Magazine” e ”Eclipse Monthly”; coi testi di Englehart (di cui intanto era diventato ottimo amico) realizzò i drammatici ”I Am Coyote” e ”Scorpio Rose”, e completamente da solo (testi, matite, chine, colori e lettering) il fantasy umoristico ”Cap´n Quick & a Foozle”, che nel giro di un anno divenne titolare di un proprio albo, durato però solo un paio di numeri. Dopo la rapida chiusura di questa serie, mentre il suo ”Detectives Inc.” veniva ristampato a colori come miniserie di due numeri e Don McGregor ne dirigeva anche una versione in film fuori commercio, Rogers, per mantenere la sua famiglia, dovette tornare a lavorare per i grossi editori, occupandosi soprattutto di progetti particolari per la DC. Realizzò tra le altre cose: un portfolio di Batman, parte del n° 400 di Superman, delle pin-up per il ”Who´s Who” del DC Universe, dei nuovi e più accurati colori per le ristampe del suo Batman, una storia intitolata ”The Golden Age Batman” per la serie ”Secret Origins” e la graphic novel fantascientifica di 144 pagine ”Demon with a Glass Hand” (Demone con una Mano di Vetro), basata su un testo di Harlan Ellison. Mentre lavorava ancora per la Eclipse, si era occupato inoltre anche del design di un gioco da tavolo ispirato ai supereroi DC.
Per sua dichiarazione, Rogers preferiva lavorare per la DC piuttosto che per la Marvel, soprattutto perché l´uso di sceneggiature più dettagliate, con indicati i dialoghi, gli permetteva di ottenere una relazione più coerente tra testo e immagini, in particolare tra ciò che i personaggi dicevano e le loro reazioni ed emozioni. Nonostante ciò, tornò alla Marvel per lavorare col suo amico Steve Englehart al rinnovamento di un ennesimo personaggio di culto. Nel 1987 fu infatti affidata loro la realizzazione della seconda serie di Silver Surfer, che impostarono in modo diverso da tutto ciò che avevano fatto in precedenza, calandosi completamente nella continuity Marvel. Caratteristica fondamentale dei testi di Englehart è sempre stata proprio quella di adattarsi ai diversi generi, sviluppando al meglio le peculiarità di ogni serie, così come la caratteristica dei versatili disegni di Rogers era di essere al servizio delle diverse esigenze di ogni soggetto. Englehart ripartì quindi dalla situazione in cui era stato lasciato il personaggio dagli autori precedenti, ma ancora una volta ne fece evolvere le azioni verso direzioni inesplorate, smussandone l´enfasi melodrammatica e arricchendone la vita affettiva. Rogers, da parte sua, avendo rinunciato quasi del tutto alle ombre nette, disegnava forme chiare che risaltavano sul buio dello spazio. Rispetto al classico Silver Surfer di Lee, Kirby e Buscema, la principale innovazione (nonostante le indicazioni contrarie della Marvel), fu infatti il definitivo superamento della barriera che da vent´anni lo tratteneva sulla Terra, prigioniero di una situazione ripetitiva e limitata. L´ex araldo di Galactus, nuovamente libero di vagare tra le stelle, tornò sul pianeta Zenn-La e ritrovò l´amata Shalla-Bal, ma solo per essere costretto a rinunciare a lei definitivamente. In compenso furono recuperati altri personaggi femminili che potessero accompagnarlo nei suoi viaggi cosmici: Nova, una terrestre diventata il nuovo araldo di Galactus in una storia dei Fantastici Quattro di Byrne, e Mantis, la Madonna Celestiale, una ex-eroina che dopo essersi unita ad un´entità vegetale nelle storie dei Vendicatori, visse qui una breve relazione col fin troppo spirituale Surfer. Quest´ultimo fu disegnato da Rogers con una resa stilizzata, ma verosimile, di come potrebbe apparire davvero una persona dalla pelle lucente. Ne risultò un eroe etereo, protagonista di trame fantascientifiche in cui il conflitto tra i Kree e gli Skrull richiamava quello tra la Federazione e i Klingon in ”Star Trek”, solo che, come nelle vere guerre, nessuna delle due parti poteva essere considerata ”nel giusto”. La minaccia principale era però costituita dagli Antichi, un gruppo di immortali con diverse origini e interessi che si erano uniti per distruggere Galactus e la realtà stessa, così da dominare la nuova creazione che ne sarebbe scaturita. Englehart, tenendo conto di elementi provenienti da serie diverse ne aveva approfittato per mettere un po´ d´ordine nei rapporti tra le entità cosmiche che popolano il Marvel Universe (Eternità, l´Intelligenza Suprema, i Celestiali, ecc.), pur senza addentrarsi troppo in questioni metafisiche. Nel frattempo erano passate le prime opere di Miller e di Moore e anche la narrazione di Englehart e Rogers ne risentì; rispetto alle storie di Stan Lee, furono usate meno didascalie, a volte ospitando solo pensieri o voci fuori campo, e apparvero varie scene mute narrate solo per immagini.
Riferendosi a questo ciclo, c´è chi ha elogiato i disegni di Rogers e chi li ha considerati un po´ sottotono; probabilmente, al di là dell´evidente qualità, la loro composta raffinatezza che non cerca di aggredire ad ogni costo può apparire poco coinvolgente per il lettore Marvel tipo, ma è vero che in vari casi le immagini furono meno elaborate del solito. La spiegazione si può ricercare nelle chine non eccessivamente dettagliate di Josef Rubinstein, o in una naturale evoluzione dello stile di Rogers verso una maggiore sintesi, funzionale alle atmosfere ariose delle storie, ma probabilmente il motivo principale è che per la prima e unica volta sostenne il ritmo di una serie mensile per dieci episodi consecutivi, mentre come disegnatore si era sempre rinnovato passando continuamente da un progetto all´altro. Creò comunque, come sempre, diverse sequenze dalla grafica molto originale, per rappresentare con la dovuta grandeur spostamenti nello spazio e scontri a base di energie cosmiche, ed a questo scopo usò in modo particolarmente espressivo anche i colori da lui stesso firmati, soprattutto se si considera che erano ancora ottenuti attraverso piatti retini tipografici dalle sfumature limitate (sulla pelle argentea di Silver Surfer, ad esempio, si riflettevano le più vicine fonti di luce, ma anche i corpi di altri personaggi).
Benché ne avessero realizzati insieme appena una dozzina di numeri, anche il Silver Surfer di Englehart e Rogers fu un riferimento obbligato per gli autori successivi e rilanciò definitivamente il personaggio (fu la sua prima serie ad avere successo), fino ad arrivare in questi giorni al primo Silver Surfer cinematografico, il cui look dai riflessi ondeggianti richiama più l´interpretazione di Rogers che quella degli autori precedenti.

La seconda serie di Silver Surfer apparve in Italia sull´omonima testata della Playpress a partire dal 1989 (i disegni di Rogers erano presenti dal n° 1 al n° 10, e nei n° 12 e 21). Il primo albo lo vidi apparire come dal nulla, in un´edicola di una città del sud in cui prestavo il servizio militare. Avevo ormai ventun´anni, ma ritrovare insieme sia Silver Surfer che Marshall Rogers mi fece sentire come se la mia infanzia mi avesse raggiunto e tentasse di dirmi qualcosa.

Subito dopo Silver Surfer, Rogers, che non apprezzava molto le nuove tendenze a base di gruppi mutanti e supereroi teenager, disegnò episodicamente altre serie, soprattutto della Marvel, tra cui vari numeri di ”G.I. Joe” e due di ”Excalibur”, prima di fare ritorno al suo personaggio di maggior successo.

I due numeri di Excalibur sono stati pubblicati in Italia nel 1990, sui numeri 12 e 13 del Wolverine della Playpress, che casualmente stavo collezionando. La qualità non eccelsa dei disegni, in cui, nonostante le chine di Terry Austin, lo stile del miglior Rogers è solo a tratti riconoscibile, mi fece pensare a due puntate realizzate in fretta e senza troppo interesse, giusto per dare un po´ di respiro al titolare Alan Davis.

Ritorno a Gotham City

Tra il 1989 e il 1990, mentre il ”suo” Batman veniva ripreso e rilanciato dal film di Tim Burton, Marshall Rogers disegnò, su testi di Max Allan Collins, il primo episodio di una nuova serie di strisce di Batman per i quotidiani, quasi subito ristampata anche sulla rivista ”Comics Revue”. Nei primi anni ´90, dopo alcuni numeri di ”Justice League Europe” per la DC e una storia in due puntate per la collana ”Spider-Man” della Marvel, la sua produzione a fumetti si interruppe e passò a lavorare come designer per una ditta di videogames.

Dal 1996, pur senza lasciare il suo nuovo lavoro, Marshall Rogers tornò al fumetto, disegnando un paio di albi della terza serie di Mister Miracle e delle storie autoconclusive pubblicate sui volumi antologici della Paradox Press: ”Big Book of Little Criminals” (Grande Libro dei Piccoli Criminali), ”Big Book of Thugs” (Grande Libro dei Delinquenti), ”Big Book of Losers” (Grande Libro dei Perdenti), ”Big Book of Vice” (Grande Libro del Vizio) e ”Big Book of Grimm” (Grande Libro del Macabro).
Nel 2000 tornò a lavorare al mito dell´Uomo Pipistrello, in due occasioni. Sulla collana ”Legends of the Dark Knight” (i cui toni adulti, in un certo senso, erano stati anticipati da lui ed Englehart) disegnò una storia di Batman in cinque parti intitolata ”Siege” (Assedio), in cui riapparve vent´anni dopo l´affascinante Silver St. Cloud. Per Realworlds (un breve ciclo ambientato nel mondo reale, in cui i supereroi sono solo personaggi dei fumetti e dei media), realizzò invece le matite di una storia autoconclusiva intitolata ”The Dinamic Duo”, un piccolo capolavoro scritto da Christopher Golden e Tom Sniegoski e ottimamente inchiostrato da John Cebollero. Il protagonista è un ragazzo ritardato che si identifica col suo eroe Batman e, dopo molti anni, ritrova per caso una ragazza che da bambina giocava con lui interpretando il ruolo di Robin, scoprendo che si è messa nei guai con certe amicizie pericolose, in pratica dei cattivi da affrontare (!). L´intensità e il coinvolgimento della storia dipende proprio dal fatto che l´intera situazione è profondamente umana e priva di qualunque effettivo elemento supereroistico, a parte le fissazioni del protagonista, che con tutta la sua buona volontà non potrebbe risolvere la situazione da solo...

In Italia, sia ”Assedio” che ”Il Dinamico Duo” sono state pubblicate qualche anno fa dalla Playpress, la prima raccolta in un singolo volume di Batman e la seconda all´interno dello speciale Realworlds del 2001, insieme ad una storia incentrata su Wonder Woman. Con un po´ di fortuna, può ancora capitare di trovarli frugando attentamente in qualche libreria specializzata.

Dopo aver disegnato nel 2002 i tre numeri di ”Green Lantern: Evil´s Might”, appartenenti alla serie ”Elseworlds”, Rogers ritornò ancora a Gotham City nel 2005, quando si ricostituì lo stesso team di ”Strange Apparitions”, con Steve Englehart ai testi e Terry Austin alle chine. I tre realizzarono un sequel del loro ormai classico Batman, con una miniserie in sei numeri già raccolta anche in edizione paperback e intitolata ”Batman: Dark Detective”. Qui, al difficile rapporto tra Bruce Wayne e Silver St. Cloud si aggiunge come terzo incomodo il nuovo boyfriend della ragazza, Evan Gregory, candidato a governatore, una carica a cui però ha la bella idea di concorrere anche il Joker con una sua folle campagna elettorale. Le nuove apparizioni di nemici come appunto il Joker, ma anche Due Facce e lo Spaventapasseri, furono realizzate con una grafica decisa ed efficace, senz´altro legata al passato, eppure come sempre anche estremamente moderna.
Nello stesso anno, due cicli di Rogers apparsi a puntate su riviste diverse, ”Coyote” e ”Daughters Of The Dragon”, furono ristampati integralmente in volume, mentre usciva la sua ultima storia a fumetti pubblicata: un episodio immaginario dei Fantastici Quattro della serie ”What if”.

Stava lavorando alla continuazione di ”Batman: Dark Detective”, insieme a Englehart e Austin, quando Marshall Rogers è morto per un attacco cardiaco, il 25 Marzo 2007, a cinquantasette anni d´età.

Steve Englehart lo ha ricordato tra l´altro con queste parole: ”Ha disegnato un mondo totalmente fantastico, ma voleva che fosse un mondo fantastico veramente reale.”



Per altre informazioni su Marshall Rogers e la sua produzione (in inglese):

Marshall Rogers Fan Site

en.wikipedia.org/wiki/Marshall_Rogers

www.steveenglehart.com/comics




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1977 - copertina di Detective Comics n° 474 – chine di Austin
1982 - copertina di Doctor Strange n° 52 – chine di Austin
1985 - una pagina di Detectives Inc. n° 1 (ristampa a colori in due albi)
1987 - una pagina di Silver Surfer n° 1, dall´edizione italiana del 1989 – chine di Rubinstein
2000 - dettaglio del retrocopertina di Realworlds – chine di Cebollero