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IL SENSO NELL’ONORE - Realtà, vita ed etica della sconfitta in alcune storie di Magnus

di Andrea Plazzi

– È appunto di “lui” che volevo chiedervi! ...vi sembrerà strano ma è un pezzo che l’ho perso di vista... non mi ricordo più “chi” e “come” fosse!
– Oh, dottore... quel giovanotto che mi ricordo era un vero ufficiale... e un gentiluomo!
– Vi ringrazio, señora! ...che dio vi assista!

L’uomo che uccise Ernesto “Che” Guevara




Magnus non ha mai realizzato storie esplicitamente autobiografiche ma come pochi altri autori – e non meno di Hugo Pratt – ha messo se stesso e la propria vita nei fumetti che ha scritto e disegnato. Lo ha fatto assai più discretamente di Pratt, il viaggiatore erudito di cabala ed esoterismo che in maniera diretta e trasparente riversava nelle storie esperienze e letture a piene mani, fino alla citazione (vera, falsa o fuorviante che fosse: a volte è bene non fidarsi degli autori, «che sovente mentono.»(1).

La vita di cui Magnus ha impregnato le sue storie non è solo o necessariamente quella nel mondo, scandita da date, fatti ed eventi.
Non che il mondo gli fosse estraneo o che, da autore di storie, Magnus non fosse interessato a coglierne e a descriverne date, fatti ed eventi. Al contrario, come pochi ha saputo rappresentare la realtà in vicende di fantasia, con dettaglio e scrupolo a volte naturalistici. Lo ha fatto per esempio in diversi racconti brevi, alcuni dei quali, significativamente, pubblicati sulle pagine di un quotidiano.

Una partita impegnativa(2) ricostruisce un traffico di droga, dalla commessa di una partita di oppio in Turchia, fino allo spaccio in Europa e negli Stati Uniti, dove un’operazione di polizia sgomina il racket. Nel mezzo, tutti i dettagli chimico-operativi del taglio della sostanza, da cui ne dipendono quantitativi e smerciabilità, nonché la contabilità delle varie fasi dello spaccio, ricostruita in ogni aspetto finanziario.
Il volo del Lac Leman(3) è la cronaca di un dirottamento, narrata attraverso l’intreccio di eventi che a bordo dell’aereo e in varie parti del mondo conducono all’epilogo: i febbrili contatti diplomatici, le trattative ufficiali e quelle segrete, l’organizzazione dell’assalto finale. Ogni momento della vicenda è inquadrato dalle informazioni pertinenti (orari, distanze, numero dei passeggeri, modalità tecniche di decollo, atterraggio e condotta di volo dell’aereo), comunicate al lettore tramite gli espedienti narrativi del caso: annunciatori televisivi, conferenze stampa, cartine geografiche e – in maniera massiccia – didascalie descrittive. I pensieri di uno dei dirottatori sono scanditi da sure del Corano.
La fata dell’improvviso risveglio(4) è la cronaca di un’operazione chirurgica che salva la vita allo Sconosciuto, collegando due diversi cicli di storie del personaggio-simbolo di Magnus. L’operazione, la sala in cui si svolge e tutte le fasi dell’intervento sono ricostruite sia visivamente sia tramite didascalie esplicative e dialoghi di medici e infermieri, con documentazione ricavata presso la sala operatoria e l’équipe chirurgica dell’Istituto Rizzoli di Bologna(5).

In questi racconti, le normali esigenze di documentazione non bastano a giustificare la scelta – faticosissima – di “fondare” su dati e fatti ogni personaggio, ogni evento, ogni vignetta della storia. Un’onda anomala informativa con cui Magnus quasi travolge il lettore, puntando ad almeno due obiettivi.
Il primo è azzerarne le aspettative e anticiparne le opinioni preconcette: non ci troviamo all’interno di un genere codificato, sembra dirgli, ma in una situazione del tutto plausibile, potenzialmente reale, definita e contestualizzata dalle informazioni trasmesse. Il secondo è eliminare ogni enfasi, ogni rischio di moralismo o di propaganda, in situazioni sui cui potenziali risvolti politici e ideologici l’autore ha sicuramente idee proprie (e ben chiare) ma nessuna intenzione di esporle «volgarmente», come amava dire.
Il risultato è un effetto straniante e di grande modernità, decisamente spiazzante in un autore della generazione di Magnus, occasionalmente denunciata da didascalie e dialoghi vagamente d’antan. Un effetto che anticipa di molti anni – sorprendentemente, vista la differenza anagrafica, culturale e di contesto – l’ossessiva lucidità delle spietate enumerazioni di Patrick Bateman, il protagonista di American Psycho(6).

Ma al contrario che in quest’ultimo, dove la narrazione in prima persona accentua l’alienazione del personaggio e ne aumenta la distanza dall’autore Bret Easton Ellis (e dopo il recente Lunar Park è ben chiaro il perché), in Magnus l’oggettività estrema del racconto produce uno sfondo su cui gli interventi più personali dell’autore e le ragioni del suo coinvolgimento risaltano maggiormente.
Non è noto se nella vicenda del Lac Leman vi siano elementi direttamente autobiografici. È però ben chiaro che è ad Aboudi Alì Natto, ex studente wahabita che si esprime unicamente meditando sure del Corano, ultimo dei dirottatori a riconoscere che l’impresa è fallita e ad affrontare le teste di cuoio, che Magnus riconosce il maggior rispetto. E, forse, umana compassione: i dirottatori cadono uno dopo l’altro e un’ultima didascalia ci informa che, pur gravemente ferito, uno di essi è sopravvissuto.
Qualunque fosse la motivazione iniziale, è la scelta finale di affrontare l’avversario – e quasi sicuramente la morte – a riaffermare il senso della propria condotta.

In nessun lavoro di Magnus questo approccio narrativo e la sottostante filosofia di vita emergono come in L’uomo che uccise Ernesto “Che” Guevara(7), una delle sue storie più sofferte e personali, nonché l’ultima dello Sconosciuto (quasi 12 anni dopo Magnus ne scriverà un breve epilogo(8), pubblicato postumo).
Ernesto “Che” Guevara de la Serna, figura-mito dei movimenti di liberazione dell’America Latina e motore dell’intera vicenda, non vi appare mai e il lettore ne ricostruisce ruolo e vicende attraverso documenti, comunicati e soprattutto pagine del celebre diario, tratte dagli ultimi mesi della campagna insieme all’Esercito di Liberazione Nazionale Boliviano, a cavallo tra 1966 e 1967. L’ultima impresa del già leggendario Comandante si conclude con la cattura da parte delle forze armate boliviane, e la sua uccisione il 9 ottobre 1967.
È in questa storia che Magnus tratteggia uno dei suoi personaggi più grandi e intensi.
Il dottor Alejandro Mosquera, già tenente medico dell’esercito boliviano, da anni e per tutti “El Lugubre”, era un tempo «un vero ufficiale e un gentiluomo». Oggi è l’ombra di se stesso, tossicodipendente tra i più abbruttiti, un uomo per cui la cocaina è «come la comunione dei santi», consumato dalla vergogna per la propria condizione e dal rimorso per la propria debolezza, che anni prima lo ha reso strumento della vigliacca esecuzione di un Che ferito e inerme(9).
Non certo « ... un gesto onorevole per “il medico” o per “il soldato” ... », lo apostrofa ipocritamente un superiore, riecheggiandogli nella mente. Un’eco che nel tempo divene un inferno personale, amplificata piuttosto che smorzata dall’uso smodato di droga.

Quella del Lugubre è una figura tragica, emblematica di una sconfitta totale e senza appello.
In nulla che ami o che abbia per lui significato El Lugubre può dirsi un vincitore, prima di arrivare a rivendicare – categoricamente e inflessibilmente, con una violenta catarsi finale – la propria dignità.
Un’esigenza di identità, di riscatto e di uscita dalla disperazione che tra incubi, allucinazioni e crisi di astinenza si fa largo a fatica ma risolutamente: «In fin dei conti! Io sono chi sono!»
Entrato nella storia da miserabile, El Lugubre ne esce da eroe, riscattando valori che credeva perduti.

Lo Sconosciuto ed El Lugubre si incontrano solo due volte e per pochi istanti, all’inizio e alla fine di questa storia, «l’opera più cupa e tormentata di Magnus ... dove tutto è torbido e oscuro, dove il passato si mescola al presente e il presente fa parte del passato. Una storia in cui quello che dovrebbe essere il protagonista fa la comparsa e le comparse assurgono al ruolo di protagonisti»(10). Probabilmente non si riconoscono neppure: il primo è sfigurato da un brutale pestaggio, il secondo trasfigurato, rinvigorito e persino ringiovanito dal ritrovato rispetto di sé.
Entrambi portavoce di una visione del mondo e di un’etica che Magnus – in questa sua storia più che in ogni altra – sottoscrive con forza.

È così che ritroviamo Magnus nei suoi fumetti. Mai in primo piano, mai personalmente in mostra; piuttosto, adombrato e riflesso in personaggi e in storie che parlano delle cose del mondo, e dei segni e delle ferite che hanno loro inflitto. Mentre la vita ne informa l’opera secondo modalità originali, uniche nel nostro fumetto e solo in parte analizzate e capite, a partire dall’influenza della cultura araba e orientale, «un giardino meraviglioso pieno di fiori e frutti dove io vado a rubare a caso.»(11)
Non facile o compiaciuto autobiografismo, perciò, ma riflesso forte e vigoroso delle esperienze di un uomo a cui intelligenza, sensibilità e rispetto per il prossimo avevano assegnato il fardello del dubbio e la condanna al rigore.

Molti anni dopo il “Che”, lo scrupolo quasi nevrotico a cui dobbiamo ogni pietra, ogni ombra, ogni venatura di foglia o corteccia, ogni singolo tratteggio del “Texone”(12) è figlio di questo rigore e della ricerca (da lui definita «inevitabile»(13)) del rispetto di sé attraverso il rispetto per il proprio lavoro e – suo tramite – per gli altri. A cominciare dai lettori.

Magnus ha avuto rapporti conflittuali con editori e agenti. Stimava i colleghi autori e di alcuni era amico. Lo era assai meno dei critici, che ricambiavano cordialmente e che raramente lo hanno premiato: per molti di loro Magnus è stato un autore scomodo, antipatico e difficile. E troppo inedito, sofisticato e non inquadrabile era quel suo dissolvere le differenze tra alto e basso, colto e zotico, sublime e volgare, autoriale e popolare, rivendicando orgogliosamente la dignità del suo fumetto: «Per alcuni popolare significa di serie B. D’accordo, c’è un fumetto di serie B... e anche di C! Ma non è quello popolare, bensì quello mancato, fallito, non recepito, senza pubblico ... Io sono “volgare” e apprezzo solo piatti “saporiti”...»(14)

Ma nulla è mai stato per lui più importante dei lettori, da cui nulla l’ha mai allontanato.
Per Magnus il lettore era tutto. Al lettore spettava il giudizio finale; al lettore e a lui solo era dovuto ogni rispetto. Un rispetto sincero e incondizionato, ben diverso dall’accondiscendenza opportunista verso le persone da cui dipende il proprio successo.
I lettori lo hanno sempre capito, ricambiando Magnus non solo con l’ammirazione dovuta a un grande autore ma con l’affetto per un artista che con le sue storie tocca le vite delle persone.

Magnus è stato l’autore più amato del fumetto italiano.

Il suo “inevitabile” rispetto per il lettore era categorico e, in ciò, profondamente etico. Ha inciso nella sua vita e nelle sue scelte e non poteva non manifestarsi in un’attività per lui così intima e personale come fare fumetti.
In quasi tutte le sue storie, quelle che Magnus scrive e disegna da solo, sono gli istinti e le passioni a spingere i personaggi alla prima mossa ma sono i codici di comportamento e i valori a decidere la partita.
Valori alla base di un’etica antica, di un senso non semplicemente dell’onore ma che Magnus e i suoi personaggi ritrovano nell’onore, al di là di opportunismi e tornaconti personali.

Imperativi, si diceva, categorici, che alla fine di un cammino doloroso realizzano la potenziale nobiltà di persone fragili e in balia delle proprie debolezze: «Le Femmine Incantate, le Storie da Calendario, Le Avventure di Giuseppe Pignata, Il Conte Notte, lo stesso Sconosciuto: tutti sconfitti, tutti dignitosi e nobili davanti al fallimento della propria esistenza, tutti animati da un´umanità che solo chi perde può orgogliosamente detenere.»(15)

Quando tutto il resto è perduto, quando nulla sembra più giustificare le scelte di una vita, è il rispetto di sé e per gli altri a conferire alla sconfitta una onorabilità in cui ritrovare se stessi e il senso della propria esistenza.



Note
(1) Umberto Eco, introduzione a Una ballata del mare salato, Rizzoli-Milano Libri, Milano 1991.
(2) «Strisce e Musica», nn. 16-27, 1 luglio-16 settembre 1981, inserto settimanale di Il Resto del Carlino, quotidiano di Bologna, e La Nazione, quotidiano di Firenze.
(3) «Strisce e Musica», n. 38, 16 dicembre 1981, inserto settimanale di Il Resto del Carlino, quotidiano di Bologna, e La Nazione, quotidiano di Firenze.
(4) «Orient Express», n. 10 (maggio 1983), L’Isola Trovata, Bologna; questa storia, molto amata dai lettori, costituisce una sorprendente prova di sceneggiatura da parte di Magnus, che nello spazio di dieci vignette (di cui due mute) vi realizza una delle più belle sequenze oniriche del fumetto italiano, raccontando una straziante storia d’amore e aggiungendo un tassello al misterioso passato del protagonista.
(5) AAVV, Magnus, Glittering Images, Firenze 1984, p. 94.
(6) Bret Easton Ellis, American Psycho, Bompiani 1991.
(7) «Orient Express», nn. 12-18, 20, 21 (luglio 1983-maggio 1984), L’Isola Trovata, Bologna.
(8) Nel frattempo, in «Comix», n. 3 (marzo 1996), Modena, Comix.
(9) Il personaggio di Alejandro Mosquera ricalca la figura di Mario Terán, il militare boliviano considerato l’esecutore materiale del Che. Oggi l’episodio viene considerato chiarito, soprattutto dopo i numerosi documenti e testi apparsi a partire dagli anni Novanta. La situazione è diversa nel 1982, quando Magnus inizia a studiare la vicenda e decide di inserirsi nelle pieghe dei molti dettagli ancora controversi della morte del Che.
(10) Mauro Marcheselli, introduzione a L’uomo che uccise Ernesto “Che” Guevara, L’Isola Trovata, Milano 1986.
(11) Giulio C. Cuccolini, “L’uomo non ancora pazzo di disegno ma sulla via per esserlo”, in 5, pp. 134, 135.
(12) La valle del terrore, Sergio Bonelli Editore, Milano 1996.
(13) Comunicazione personale.
(14) Giulio C. Cuccolini, ibid.
(15) Luigi Bernardi, “La nobile sconfitta di Magnus”, in Al Servizio dell´Eroe – Il Tex di Magnus; PuntoZero, Bologna 1996.




Una prima versione di questo articolo è apparsa su AAVV, Bologna fra le nuvole: fumetti e dintorni, SDB, Bologna 2005




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”(...)con documentazione ricavata presso la sala operatoria e l’équipe chirurgica dell’Istituto Rizzoli di Bologna.”
”Il risultato è un effetto straniante e di grande modernità, decisamente spiazzante in un autore della generazione di Magnus(...)
”(...)L’uomo che uccise Ernesto “Che” Guevara, una delle sue storie più sofferte e personali(...)”
”Quella del Lugubre è una figura tragica, emblematica di una sconfitta totale e senza appello.”
”Ma nulla è mai stato per lui più importante dei lettori, da cui nulla l’ha mai allontanato.”
”(...)è il rispetto di sé e per gli altri a conferire alla sconfitta una onorabilità in cui ritrovare se stessi e il senso della propria esistenza.”