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Perché i Nerds Non Sono Popolari (nei Fumetti). Una riflessione su nerds a fumetti/nerds nei fumetti

di Antonio Solinas

Si è spesso scritto del connubio (indissolubile, apparentemente) fra nerds e fumetto.
La fenomenologia del (post)nerdismo è abbastanza nota, e fa perno sull’ossessività e sull’autoreferenzialità, come molti sanno. Ma non è mia intenzione prenderla in esame/di mira in questa sede. E se è luogo comune lanciare strali contro i lettori nerds del fumetto, noi, per stavolta, ci asterremo.
Da qui in poi si tratterà invece del binomio nerds dei fumetti/nerds nei fumetti, e l’analisi (si spera) ci regalerà qualche dato interessante e anche qualche sorpresa.
Partiamo da dati assodati. I due paesi simbolo per quanto riguarda l’argomento nerds e fumetti (surprise, surprise) sono Giappone e USA.
Ma, se mi permettete la generalizzazione (e le semplificazioni che da essa derivano), i colossi editoriali giapponesi evidentemente concepiscono il fumetto come specchio della società e quindi a (eventuali) lettori nerds corrispondono (anche) protagonisti nerds. In realtà, alcuni dei più memorabili nerds a fumetti sono stati descritti nei manga. È un fatto, e a dirla tutta ci piace anche l’idea.
Per quanto riguarda gli esempi, ce ne sarebbero a bizzeffe: prendiamo Ichitaka Seto, protagonista dell’I”s di Masakazu Katsura. Come non riconoscere nel ragazzo la personificazione dell’idea (magari preconcetta) che noi occidentali abbiamo dell’otaku?
Eh si, in Giappone sanno fare i nerds migliori che ci siano. Non è un caso che Ataru Moroboshi sia impresso per sempre nella nostra coscienza collettiva.
Ben più sconcertante è invece la situazione per quanto riguarda gli Stati Uniti. Paese del paradosso, come si conferma anche in questo caso.
Se infatti il mondo del fandom statunitense è costituito anche (soprattutto?) da nerds (e il tentativo ciclico, da parte di editori come la Marvel, di abbassare il target dei lettori sembrerebbe confermarlo in pieno), non esiste, a livello mainstream, una corrispondenza diretta nerd fans/nerd protagonisti come nel Sol Levante.
Gli unici due supereroi di un certo rilievo assimilabili al mondo nerd sono infatti Superman (anche se con tutte le distinzioni del caso, Clark Kent è il timido reporter imbranato) e soprattutto Spider-Man. Negli ultimi anni, però, sono stati “trattati” in maniera da smussare il più possibile questo lato della loro personalità. Le periodiche riscritture dei personaggi più popolari, dagli X-Men a Batman, cercano di mettere l’accento soprattutto sul fattore “figo”.
A livello di mainstream, di conseguenza, è molto più semplice incontrare fumetti “nerd” e fumetti “per nerds” che non fumetti con protagonisti “nerd”.
Come molti osservatori, anche quelli non particolarmente acuti, hanno messo in evidenza negli ultimi anni, il mondo dell’intrattenimento ha scoperto che l’ossessività che caratterizza i nerds nei confronti dei propri oggetti del desiderio è un eccezionale meccanismo per fare soldi a palate. In questo senso, viviamo in un mondo di “closet nerds” che vengono trascinati in un vortice di pulsioni bivalenti, in cui, da un lato, si incentiva il nerdismo, e dall’altra, come contentino, ci viene fatto credere che essere nerd non significhi veramente essere un nerd.
In questo senso, gli Stati Uniti sono l’epitome di questa schizofrenia.
È qui che i lettori nerd vengono stimolati ad essere tali con più trasporto (sempre che si possa essere “nerd con trasporto”…), ed è qui che ogni possibile collegamento fra nerdismo e problemi a relazionarsi col mondo viene negato con più risolutezza.
Prendiamo in esame due sceneggiatori che incarnano questo paradosso, per esempio: Garth Ennis e Warren Ellis, che mi azzarderei a definire i principi del fumetto per nerds in America.
Sospetto che loro stessi siano nerds (certamente l’ossessività/delirio di onnipotenza/bisogno di sentirsi sempre avanti da parte di Ellis nella propria mailing list lo farebbe credere), ma non ne ho le prove. In ogni caso, quello che è certo è che, in genere, Ellis ed Ennis scrivono fumetti per nerds, pieni di quelle citazioni/ammiccamenti/pacche sulla spalla che sono il pane di un mondo tristissimo quale è il nerdom.
È interessante notare, però, che i personaggi dei due scrittori britannici sono sempre (finti) losers o (finti) eroi tutti d’un pezzo (ma fighi!), pensati per un pubblico di adolescenti/universitari che condividono lo stesso universo di riferimenti e che si crogiolano, evidentemente, nelle fantasie di potenza suggerite da uomini e donne perennemente con la sigaretta e la frase sarcastica in bocca e da novelli badass John Wayne che raddrizzano torti prendendo a calci tanti, troppi culi.
Ellis cala i propri protagonisti in situazioni pretestuosamente “fighe”, inserendo spesso riferimenti alla tecnologia più cutting edge (merito, questo, anche degli schiavetti al MIT) o a fenomeni trendy come bukkake o ass milkshake (e ditemi voi se pensare che Max Hardcore sia cool non è da nerd…).
Ennis si crogiola invece nelle proprie shock tactics, palesando uno stile (finto) disgustoso-ribelle tanto forzato quanto falso, anche questo terreno di conquista per un fandom che vuole sentirsi gratificato dalla propria sensibilità/intelligenza ed allo stesso tempo vuole negare, soprattutto a se stesso, che il fumetto che sta leggendo non è altro che il minimo comun denominatore
Ma la sostanza non cambia. I due sceneggiatori, presi ad esempio perché principali esponenti di un certo approccio, scrivono per nerds senza scrivere di nerds. Ce ne sono altri, ovviamente. Ma resta il fatto che, nei fumetti americani mainstream, i nerds non appaiono altro che per essere presi per il culo (letteralmente nel caso di Arseface, fra l’altro…).
Se vogliamo trovare storie che raccontino di nerdismo dobbiamo rivolgerci altrove. I nerds americani, semmai, trovano il proprio paradiso nell’editoria indie. Persone come Joe Matt o Dan Clowes o Peter Bagge non rinunciano a raccontare e raccontarsi (perché di questo si tratta) anche nei propri aspetti più nerd. E se Joe Matt non fa altro che portare alle estreme conseguenze il proprio Peepshow (con un coraggio che definire da leone è poco: mettersi a nudo in tutti i propri aspetti deve essere dolorosissimo), Clowes oscilla fra la messa a nudo del proprio nerdismo e la messa in scena del proprio disgusto nei confronti dei nerds (soprattutto quelli finto-trendy che invece gli scrittori mainstream sembrano coccolarsi a più non posso), e Bagge ha persino il coraggio di rendere uno come Buddy Bradley, uno degli sfigati più totali che si siano mai visti, protagonista di una serie a fumetti.
Così facendo, e qui sta il paradosso più grande, i fumetti degli autori “indie” qui citati acquistano un carattere di onestà intellettuale che travalica ogni possibile nerdismo e rende tali opere universali e non operazioni pensate esclusivamente per un certo (tristo) pubblico con problemi comportamentali/d’igiene/di brufoli… Quello che esiste per legittimare la propria ossessività ed immaturità col riflesso della coolness di altri.
Ed in Italia? Da noi la situazione è molto diversa: il “nerd” è quasi totalmente bandito dai fumetti. Senza schizofrenia, apparentemente senza furbizia e, soprattutto, senza sensi di colpa.
È bandito dalla Bonelli che, se non produce affatto fumetti con protagonisti nerds, non fa neanche fumetti pensati per nerds (e ciò è un grande merito, ovviamente).
I personaggi Bonelli possono avere tanti difetti (e non è questa la sede di discussione), ma non cercano certamente la captatio benevolentiae del nerdom.
Anzi, un personaggio come Gregory Hunter (potenzialmente accusabile), dimostra l’incapacità da parte degli editori di nerdizzare il proprio pubblico…
Il nerd è pure bandito dagli altri editori “medi” popolari (con pochissime eccezioni, in cui comunque il nerdismo è quasi sempre elemento accessorio, e non principale), e bandito persino dall’editoria cosiddetta indipendente.
Anche quegli autori che trattano temi autobiografici e atmosfere intimiste sembrano dimenticare i poveri nerds. Per scelta, penso. Ma quale sia il motivo non so spiegarmelo, sinceramente…
Uno dei pochi nerds apparsi nel fumetto italiano, che io ricordi, era Looser, pubblicato in appendice ad Hate della Telemaco. E non ebbe grosso successo. Sarà questo il (semplice) motivo per cui il nerd in Italia non tira?

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