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Alan Moore: eroi, orchi e serpenti

di Andrea Cantucci

Ultimi incantesimi in edizione italiana del mago di Northampton

Da quando sostiene di essere diventato un adepto di quella affascinante ed elaborata finzione chiamata magia, è difficile pensare che Alan Moore possa rallentare la sua prolifica produzione di scrittore. Oltre alle serie regolari dell’etichetta ABC realizza anche miniserie o graphic novel complementari, puntualmente pubblicate in Italia dalla Magic Press, e delle performance artistiche, a volte trasferite in fumetti dall’amico e collega Eddie Campbell. Vediamo di che si tratta.

Entriamo in TOP TEN

America’s Best Comics, l’etichetta che Moore ha fondato nel 1999 e di cui continua a scrivere la maggior parte dei testi, è gradevolmente atipica nel panorama del fumetto statunitense. A parte l’indubbia qualità generale, ogni albo è dedicato ad un genere (e forse anche ad un target di lettori) leggermente diverso. Si va dall’avventura pura e fine a sé stessa di Tom Strong, che si ispira dichiaratamente agli eroi dei pulps degli anni ’30, primo tra tutti Doc Savage, fino alla raffinata e colta mitologia cabalistica di Promethea, che porta alle estreme vette concettuali e artistiche dei temi appena sfiorati in serie d’ispirazione “magica” come Wonder Woman o Doctor Strange, e tra le rielaborazioni di eroi classici, non poteva mancare l’ennesima serie revisionista sui supereroi puri, ovvero Top Ten.
Qui Moore, come già fece splendidamente con Marvelman e Watchmen, ha continuato ad approfondire il lato umano dei supereroi, anche se in modo meno dissacrante. Si direbbe che abbia tenuto conto dell’impostazione ibrida, tra tradizione e rinnovamento, della serie Astro City di Busiek e Anderson, allo stesso tempo anticipando di poco quella di Powers, di Bendis e Oeming. Come in Astro City, i protagonisti di Top Ten sono gli abitanti di un’intera città (che qui porta il nome classico e avveniristico insieme di Neopolis); come in Powers, le trame sono ispirate ai telefilm polizieschi, invece che alle solite battaglie tra giustizieri e malvagi in costume, ma c’è una caratteristica che oggi non si ritrova in nessuna altra serie: Neopolis è una metropoli contemporanea in cui tutti sono supereroi, o per lo meno tutti hanno superpoteri, spesso accompagnati per di più da un abito strampalato e da un eccentrico “nome di battaglia”. Si può tentare un paragone con certe città disegnate da Jack Kirby, come l’Attilan degli Inumani, la Supercittà dei Nuovi Dèi o l’Olimpia degli Eterni, ma in quei casi non si trattava di città realistiche o di eroi umani; erano complessi architettonici monumentali, tra l’antico e il futuristico, abitati da esseri semidivini, o nati da manipolazioni aliene, e dominati da monarchi assoluti come nei pantheon classici. Anche se Kirby sosteneva di voler rappresentare le ideali capacità umane espresse nelle loro potenzialità estreme, l’identificazione coi comuni mortali non era affatto semplice. Un’idea più simile a Top Ten si trova nella serie Normalman, della canadese Aardvark-Vanaheim, una bizzarra parodia comica con un unico uomo normale in un mondo di supereroi.
Anche nel ciclo di Moore il rischio di sfiorare il ridicolo è sempre in agguato, e l’autore non cerca neanche di evitarlo, anzi evidenzia tutta l’assurdità di questa ampia diffusione dei superpoteri, a ben vedere già presente, in modo più serio ed ingenuo, nei vari universi dei supereroi. Di solito però i superesseri sono sparsi in città diverse, o costituiscono comunque delle minoranze, invece Moore si diverte a mostrare cosa accadrebbe se tutte le supercreature venissero concentrate in una città solo per loro. Infarcisce le storie di citazioni, inside jokes e spassose gag, eppure confeziona una delle serie più realistiche e profonde mai dedicate al genere. In pratica, in un luogo in cui tutti hanno superpoteri, è come se nessuno li avesse, come se corrispondessero alle diverse attitudini che possono avere delle persone comuni. La lezione che se ne potrebbe trarre è che anche l’ultimo dei senzatetto possiede in sé grandi capacità, solo che per qualche motivo non è stato in grado (o non gli è stata data l’occasione) di usarle, forse perché non avevano applicazioni pratiche o non erano sfruttabili commercialmente, ma nulla toglie che quel disadattato sia sempre una persona unica e speciale.
A impreziosire ulteriormente il fumetto contribuiscono gli stupendi disegni di Gene Ha e Zander Cannon, che sono in perfetta sintonia col realismo dei dialoghi e aggiungono altre citazioni oltre a quelle suggerite da Moore, addirittura anche nella forma degli oggetti (un cellulare può avere l’aspetto del primo Iron Man, una cucina può essere ispirata al costume di Thor e così via).
Base di partenza di tutte le storie è la centrale di polizia della città, che in un coordinamento tra le forze dell’ordine di vari universi paralleli corrisponde al distretto dieci e perciò è soprannominata Top Ten. Ovviamente vi lavorano solo supereroi, alle prese con tutti i guai possibili che possono provocare i superesseri “della strada”.
Due i temi narrativi principali: il lavoro di squadra dei poliziotti del distretto, ispirato chiaramente alla serie televisiva Hill Street Blues(*) e al filone derivato, e le relazioni di amicizia tra i poliziotti di pattuglia. In particolare la coppia su cui si concentra un po’ l’attenzione fin dal primo numero è quella composta da un grosso energumeno blu chiamato Jeff Smax, che quando occorre “spara” lampi di energia col plesso solare, e da una ragazza alle prime armi di nome Robyn Slynger, dotata di una scatola di supergiocattoli meccanici e soprannominata Toybox.
Le scene più scioccanti, ma anche più toccanti della serie, sono quelle in cui si sottolineano le conseguenze della violenza o dell’uso irresponsabile dei superpoteri. E’ un po’ come dire, cosa accadrebbe se tutti avessero delle armi incorporate? Saprebbero controllarsi o provocherebbero continuamente incidenti, anche gravi? Le risposte sono abbastanza ovvie. Così possiamo vedere rappresentato, con grande intensità e partecipazione, ciò che sentirebbero dei veri esseri umani, benché dotati dei più strani poteri e costumi, quando all’improvviso qualcuno rischia di morire, o muore effettivamente davanti ai loro occhi, per cause che potevano essere evitate. Ad eventi simili è dedicato molto di più delle poche vignette di circostanza di fumetti più superficiali.

In Top Ten si fa anche riferimento alle origini di questa supercittà e al passato del capitano del distretto Steve Traynor, quand’era il giovane aviatore prodigio Jetlad, così come a misteriosi parenti dell’agente Smax, ma per sapere qualcosa di più preciso su questi argomenti i lettori hanno dovuto aspettare il sequel e il prequel della serie, usciti più o meno a distanza di un anno l’uno dall’altro, poco tempo dopo che la testata principale era stata sospesa col numero 12 dell’ottobre 2001.

Quelli del ’49: i precursori post-bellici

L’anno è il 1949 e nei democratici Stati Uniti, che, anche grazie al contributo di tutta una serie di supereroi, hanno vinto da poco la II Guerra Mondiale, la soluzione più “semplice” al problema di questi scomodi esseri dotati di strani poteri, con cui il “sano” cittadino medio non vuole più avere a che fare, è quella di confinarli in un’unica città, Neopolis appunto. Questo è il tema centrale di The Forty-Niners, o in italiano Quelli del Quarantanove, prequel di Top Ten, in cui le citazioni non riguardano più solo il mondo dei supereroi, ma in generale tutti i personaggi dei fumetti dell’epoca, compresi quelli dei decenni precedenti. Per strada, nei bar o al distretto, che ancora si stava organizzando, si possono intravedere di sfuggita riferimenti a molte strip americane forse poco note ai più giovani, come Little Nemo, Buster Brown, Mutt & Jeff, Popeye, Dick Tracy, Alley Oop, l’agente X-9, Li’l Abner, The Spirit, ecc., ecc. ecc. Mentre i “succhiasangue” vampiri dell’Europa dell’Est e i robot “ferroamericani” vengono esplicitamente emarginati nei rispettivi ghetti, l’intera città è praticamente un enorme luogo di esilio per persone stravaganti e scarsamente controllabili, in modo che, diciamo così, se la vedano tra loro. Chi può dire se, nel caso in cui i supereroi e altri folli personaggi fossero davvero esistiti, le cose non sarebbero andate proprio così?
In questa graphic novel si nota più che mai come Alan Moore si sia dovuto sì arrendere alla produzione di fumetti mainstream infarciti di eroi in costume, ma senza aver rinunciato a parlare dei personaggi in tutto e per tutto come di persone normali, con i sentimenti, le aspirazioni e le difficoltà con cui tutti noi siamo costretti a fare i conti nella vita. Se togliessimo dal racconto tutti gli elementi supereroistici e li sostituissimo con “semplici” gangster, retate di polizia e complotti militari, resterebbe sempre un’ottima storia con molte umanissime caratterizzazioni, in particolare quelle dei tre protagonisti principali: un’immigrata straniera che decide di farsi strada nelle forze dell’ordine, un aviatore con solidi principi morali che non si vergogna di essere omosessuale e un ragazzo cresciuto troppo in fretta durante la guerra che sta ancora cercando di capire chi è. Forse non è un caso che questi tre personaggi, Skywitch, Wulf e Jetlad, non possiedano in effetti nessun vero superpotere, se non la capacità di pilotare apparecchi volanti dal bizzarro design. Jetlad è il giovane aviatore che successivamente diventerà il comandante del distretto dieci, mentre il comandante dell’epoca, il dottor Omega, è chiaramente ispirato a Superman, con tanto di occhialuta doppia identità, ma con un costume del tutto simile a quello originale di Jor-El, il padre kryptoniano del padre di tutti i supereroi. Non poteva essere nessun altro ad ispirare il primo capo della polizia della supercittà. Un altro personaggio che vediamo qui da giovane, ma solo di sfuggita, dopo averlo conosciuto ormai vecchio e non più autosufficiente nel primo numero di Top Ten, è il padre di Toybox, col suo esercito di soldatini meccanici.
I disegni della graphic novel sono affidati al solo Gene Ha, che non fa comunque rimpiangere la mancanza dell’aiuto ai layout di Zander Cannon, mantenendo la raffinatezza grafica e il realismo tipici di Top Ten. Una menzione speciale, anche per il gradevole tono retrò che conferiscono alla storia, la meritano i bellissimi colori ad acquerello di Art Lyon, assistito dalla moglie Ellen; ebbene sì, proprio acquerelli a mano, a quanto pare niente Photoshop o altri programmi di colorazione digitale, se non in qualche effetto speciale, e onestamente la differenza si vede, tanto da rendere quasi un’ingiustizia che il colorista non sia citato in copertina con gli altri due autori.

SMAX: una parentesi tra parenti alternativi

Alla fine del primo ciclo di Top Ten, Smax chiedeva a Toybox di accompagnarlo al funerale di uno zio. Nella miniserie intitolata al gigante blu, seguiamo i due nel viaggio e scopriamo finalmente cos’è Jeff Smax: non un alieno come si poteva pensare, ma un mezzo orco nato in una dimensione magica, il cui vero nome è Jaafs, figlio adottivo del nano Max, unico essere esistente della sua specie insieme alla sorella gemella Rexa. Così nella continuity di Top Ten subentra un’improvvisa svolta fantasy. La prima cosa che salta agli occhi è la differenza grafica rispetto alla serie regolare. Praticamente è stato diviso tra i disegnatori Ha e Cannon, il compito di realizzare ognuno uno dei due special. Si può così constatare che lo stile del solo Zander Cannon, inchiostrato da Andrew Currie, è decisamente più “cartoonistico” di quello del collega, il ché però si adatta bene all’ambientazione, più leggera e fantasiosa rispetto a quella dei sobborghi di Neopolis. Ciò non significa che si tratti proprio di un racconto per ragazzini. In particolare, certi riferimenti agli abusi familiari, al parricidio e all’incesto, anche se riguardano una famiglia di orchi selvaggi, una volta non avrebbero certo passato l’esame del famigerato Comics Code.
Anche in questa storia non manca qualche citazione, ovviamente soprattutto fantasy: un’osteria presa di peso dal Bone di Jeff Smith, architetture nello stile delle stampe di Escher, i passeggeri di una diligenza tratti da un’illustrazione di John Tenniel per “Alice Attraverso lo Specchio” e altre finezze simili.
Naturalmente la visita per il funerale è solo l’inizio dell’avventura. Poi Smax, che ha un passato di cacciatore di draghi, è spinto a partire con dei compagni in una “sacra ricerca” e ad affrontare nuovamente il potentissimo mostro primigenio Astrosplendente. Era stato proprio dopo averlo affrontato la prima volta, ed aver fallito nel salvataggio di una bambina, che il nostro eroe era emigrato a Neopolis. Si tratta di un tema narrativo così classico e abusato, che sarebbe stato difficile evitare le banalità, se fosse stato affrontato in tono completamente serio. Ecco quindi che si sprecano, ancora di più che in Top Ten, scherzi e battute ironiche, legate anche al fatto che i protagonisti provengono da un mondo più moderno e smaliziato (ormai anche Smax è a tutti gli effetti più un cittadino di Neopolis che del suo mondo d’origine). La ricerca del “drago” procede tra richieste in carta bollata, regole varie da rispettare, una spada magica che canta brani moderni, nani che fanno giochi di ruolo sul mondo del commercio e altre amenità, con Toybox che grazie alle sue conoscenze di meccanica si improvvisa un po’ maldestramente nel ruolo di mago.
Si tratta in definitiva di un lavoro minore nella produzione di Moore, certo non all’altezza dei tanti capolavori a cui ci ha abituato, ma che risulta comunque divertente, ben sceneggiato e di qualità più alta rispetto a tanti fumetti fantasy rivolti al pubblico giovanile. Anche le devastazioni operate da Astrosplendente (che però, nonostante la bella stilizzazione, non ha un aspetto molto terrificante), sono quanto di più vasto e terribile si possa immaginare: la spedizione a un certo punto si trova a camminare letteralmente sui teschi delle sue vittime. Ma benché la potenza del nemico sembri illimitata, Superman insegna che qualunque creatura, per quanto invincibile, deve pur avere un punto debole, basta trovarlo prima che finisca di massacrare tutto ciò che ha a portata di mano, protagonisti della storia compresi, e qui si vedrà l’ennesimo colpo di genio di Moore nell’intrecciare corrispondenze tra tradizioni magiche e coerenza scientifica.

Teatro, musica e magia

A proposito della magia, Alan Moore racconta di esserne sempre stato affascinato, fin da quando a cinque anni lesse il suo primo libro, intitolato fatalmente “L’isola magica”. Molto più tardi, l’interesse per i temi esoterici lo ha portato ad una svolta apparentemente estrema, ma sempre mitigata da una sana ironia. Nel 1993, al compimento dei quarant’anni, forse per evitare di prendersi troppo sul serio invecchiando, o per prevenire qualche incombente crisi di mezz’età, si autodefinisce mago, si sceglie come entità guida l’antico e dimenticato dio-serpente Glicone e, approfondendo il suo percorso personale tra i simboli esoterici, si dedica alla messa in scena di performance multimediali, a metà tra letture poetiche e rituali trascendenti.
L’elaborazione di tali performance parte per lo più da fatti storici e di cronaca, legati ai luoghi in cui dovranno svolgersi, giungendo poi a tracciare affascinanti corrispondenze tra eventi fisici, stati psicologici e simbologie mitiche. Lo scopo dichiarato è quello di “condurre lo spettatore, attraverso uno strutturato territorio mentale, verso un predeterminato livello di coscienza” (**).Gli eventi sono attribuiti ad una organizzazione immaginaria che Moore ha battezzato The Moon and Serpent Grand Egyptian Theatre of Marvels e che dà il titolo alla prima “esibizione” nel 1994. Col tempo le forme espressive coinvolte aumentano, arrivando ad integrare insieme in modo sempre più armonico parole, musica, mimica, danza e video. In particolare, le composizioni musicali, di David J prima e di Tim Perkins poi, forniscono il ritmo e la traccia espressiva alla stesura definitiva dei testi scritti e recitati da Moore.
Nonostante il complesso lavoro preparatorio necessario per mettere in scena queste performance, che non si svolgono mai a meno di un anno di distanza l’una dall’altra, esse non vengono ripetute, proprio perché la loro forza espressiva (si può anche dire la loro “magia”) non sia stemperata e dispersa in una routine, ma si concentri in un unico momento e luogo, legati in qualche modo al contenuto della performance stessa. In quanto eventi unici ed irripetibili, nelle intenzioni degli autori, dovrebbero così acquistare maggiore impatto, intensità e importanza per i partecipanti al “rito”. I commenti degli spettatori sembrano confermare come l’eccesso di input, forniti in contemporanea e con una tale forza dai vari linguaggi espressivi, travolga completamente il pubblico, che di fronte a tanti stimoli ed informazioni non può fare altro che lasciarsi andare, sospendendo ogni giudizio critico.
Le cinque performance eseguite finora sono comunque state registrate e diffuse sotto forma di CD, di cui gli ultimi tre pubblicati dall’etichetta RE: di Steven Severin e arricchiti dalla meravigliosa grafica digitale di John Coulthart (***). Tra questi, quello intitolato Angel Passage riproduce l’ultima performance, tenuta nel 2001 presso la Tate Gallery di Londra in occasione della conclusione di una mostra su William Blake e dedicata, invece che ad un luogo, a questo grande poeta, pittore ed incisore inglese, la cui concezione di un predominio del mondo immaginario su quello materiale ha senza dubbio influenzato Moore.
Dai testi della seconda e quarta performance, intitolate rispettivamente The Birth Caul e Snakes and Ladders, il fumettista britannico Eddie Campbell (già coautore con Moore del lungo romanzo a fumetti From Hell) ha tratto delle versioni disegnate di 48 pagine, entrambe tradotte in Italia da Black Velvet, con i titoli Sacco Amniotico e Serpenti e Scale.

Serpenti e Scale: da Red Lion Square alle visioni ultime

Campbell interpreta liberamente le parole del “mago” col suo particolare stile grafico, che in un intenso bianco e nero mescola schizzi, tecniche pittoriche e montaggi di vario tipo. Nella prima delle opere da lui adattate, Sacco Amniotico, dopo un breve accenno alla storia di Newcastle (dove aveva avuto luogo la performance) il lettore è trascinato in un viaggio attraverso molte esperienze comuni alla vita di ognuno di noi, procedendo all’indietro fino a regredire nell’utero, nel vuoto da cui tutto proviene. Nella seconda, Serpenti e Scale, sono più persistenti i riferimenti storici alla piazza di Red Lion Square, dove l’evento si era svolto su richiesta della Golden Dawn Society (****), ma non mancano divagazioni sulla natura della vita e sull’immaginazione, in quanto elemento unificante di coscienza, arte e magia. Dal punto di vista della scansione grafica, in Sacco Amniotico Campbell aveva frammentato i testi di Moore in frasi piuttosto brevi, accompagnandoli con molti disegni in sequenza, cosicché il linguaggio dei fumetti, benché utilizzato con grande libertà espressiva, manteneva in generale un suo predominio, per lo meno nell’impostazione delle pagine divise in vignette. In Serpenti e Scale invece, probabilmente a causa della maggiore astrazione dei contenuti, assistiamo più spesso ad una rarefazione e dilatazione delle immagini, che si accompagnano anche a brani molto lunghi, “limitandosi” a volte ad illustrarne il testo.
Il titolo e i contenuti del libro giocano contemporaneamente su più significati. I serpenti e le scale sono innanzitutto due immagini mitologiche e magiche che ricorrono più volte nelle diverse tradizioni, in certi casi anche con un senso simile, in quanto entrambe si possono considerare simboli della progressione naturale della vita, che si snoda in cicli ed evoluzioni e che opportunamente indirizzata può condurre all’elevazione verso stati di coscienza più alti (*****). Inoltre sia il classico simbolo dei due serpenti intrecciati (come si ritrovano ad esempio nella bacchetta di Mercurio), che i gradini di una scala a chiocciola, vengono collegati da Moore per analogia alla forma della spirale del DNA. Infine esiste un gioco da tavolo chiamato “Serpenti e Scale” (o “Scale e Serpenti”), evidentemente un po’ più noto in Inghilterra che da noi. Questi ultimi collegamenti possono apparire abbastanza forzati, ed in effetti lo sono, perché il DNA e il gioco sono una scoperta e un’invenzione recenti, ma è tipico dello stile di Moore cercare ovunque questo genere di corrispondenze e in un certo senso facevano lo stesso i popoli antichi, quando coi loro miti interpretavano in senso simbolico qualunque tipo di evento, vedendo tutta la realtà come una grande metafora vivente fitta di interconnessioni tra tutti i suoi elementi.
Lungo il percorso, scandito da scale e serpenti di vario tipo, si inseriscono personaggi storici che hanno soggiornato o sono stati di passaggio nel luogo dove oggi sorge Red Lion Square. Tra questi: la salma del lord protettore Oliver Cromwell, il pittore e poeta Dante Gabriel Rossetti e altri due suoi colleghi del movimento preraffaellita, lo scrittore Arthur Machen e il corteo funebre di re Giorgio V. Per rievocarli Eddie Campbell utilizza montaggi con dipinti e foto, creando anche graficamente la sensazione di un complesso e intricato affresco storico e artistico, analogo a quello tracciato in modo visionario da Moore. Alla fine l’attenzione si sofferma soprattutto su Machen, autore di un racconto sul Gran Dio Pan in cui la visione del dio della natura conduceva alla follia, solo che in Serpenti e Scale la “follia” fatta intravedere a Machen e al lettore è la graduale rivelazione della più vera e intima natura dell’Essere e delle cose che ci circondano, l’impalpabile e inavvertita magia che agisce costantemente attraverso la vita di ognuno.

Nell’edizione italiana della Black Velvet, l’adattamento di Serpenti e Scale è preceduto da una lunga intervista/dialogo tra i due autori, corredata da dettagliatissime note sui più disparati argomenti. Abbiamo così l’occasione di scoprire qualcosa di più sulle idee di Alan Moore rispetto ad arte e magia, e al loro rapporto con la coscienza e l’immaginazione, ma anche di comprendere meglio il modo in cui sono nate le sue performance, ovvero di intravedere un po’ dell’arte che sta dietro la loro apparente magia.

QUELLI DEL QUARANTANOVE
Autori: testi di Alan Moore - disegni di Gene Ha – colori ad acquerello di Art Lyon
Editore: Magic Press
Pagine: 108
Rilegatura: brossurata con bandelle
Prezzo: euro 9,50


SMAX
Autori: testi di Alan Moore - disegni di Zander Cannon – chine di Andrew Currie
Editore: Magic Press
Pagine: 132
Rilegatura: brossurata con bandelle
Prezzo: euro 11,00


SERPENTI E SCALE
Autori: testi di Alan Moore - disegni di Eddie Campbell
Editore: Black Velvet Editrice
Pagine: 88
Rilegatura: brossurata
Prezzo: euro 10,00

(*) Hill Street Blues (in Italia Hill Street Giorno e Notte): serie di telefilm ideata da Steven Bochco e Michael Kozoll e trasmessa dalla NBC per 146 episodi tra il 1981 e il 1987. Mostra la vita di tutti i giorni di un caotico distretto di polizia di una metropoli americana, senza netta divisione tra bene e male, giusto e ingiusto. I protagonisti sono uomini come tutti gli altri, con problemi, difetti e dubbi. La giustizia, e il sistema che la rappresenta, non sono infallibili. Non ci sono uno o due protagonisti principali, ma l’interpretazione corale di un’intera squadra. Non c’é un solo ”caso” da risolvere in ciascun episodio, bensì quattro o cinque, narrati secondo una struttura modulare. In molti casi si tratta di semplice lavoro di routine, ma c’é sempre qualcosa di originale, strano, terribile o triste nella realtà con cui si scontrano i protagonisti. Si mescolano toni elevati a toni volgari, vicende banali a casi complicati, storie drammatiche a storie divertenti, poliziotti corrotti e razzisti a poliziotti integerrimi. Ne risulta una specie di grosso affresco composto da quadri diversi ma strettamente connessi. (condensato dall’articolo Il realismo da Dragnet a Hill Street Blues di Stefano Vendrame, dal sito www.thrillermagazine.it)
Superpoteri a parte, tutte le suddette caratteristiche si ritrovano anche in Top Ten.

(**) dall’intervista di Eddie Campbell ad Alan Moore contenuta nel volume Serpenti e Scale della Black Velvet Editrice.


(***) I tre CD di Alan Moore e Tim Perkins tutt’ora reperibili presso i siti di Steven Severin (www.stevenseverin.com) e della Top Shelf Comix (www.topshelfcomix.com) sono: The Highbury Working, Angel Passage e Snakes and Ladders.
Le bellissime copertine e i libretti interni realizzati da John Coulthart possono essere ammirati sul suo sito alla pagina www.johncoulthart.com/decalcomania/moore.html

(****) Golden Dawn: società esoterica ermetica fondata in Inghilterra nel 1887 come filiazione della Società Rosa-Crociana. Ne fecero parte personaggi noti, come l’occultista Aleister Crowley e il poeta irlandese William Butler Yeats, entrambi apparsi di sfuggita in fumetti scritti da Moore. Sia Crowley, con i suoi “Riti Eleusini”, che Yeats, con i suoi drammi celtici, applicarono le proprie teoriche esoteriche e simboliche in performance teatrali di tipo sperimentale, il primo per “indurre... l´estasi religiosa” e il secondo per rappresentare le “battaglie che avvengono nel fondo della mente”, anticipando quindi in modi diversi alcuni dei concetti alla base delle performance di Moore.

(*****) In molte culture infatti i serpenti sono sacri. Anche in Occidente, prima dell’avvento delle religioni monoteiste e della loro conseguente demonizzazione, la forma serpentina era attribuita a molti dèi, tra cui il dio Glicone “amico” di Moore. Il grande serpente potrebbe essere addirittura la più antica divinità adorata dall’Uomo, poiché si diffuse ovunque mentre le prime culture si sviluppavano sulle rive dei fiumi, che sono simili appunto a giganteschi serpenti d’acqua. Era associato in genere alla Dea Madre, uno dei cui nomi ittiti era Heba, e dal suo culto, deformato e censurato dalla successiva cultura patriarcale, deriverebbe l’Eva “tentata” dal serpente nella Genesi.
In Serpenti e Scale, Moore interpreta la figura della donna che danza col serpente come l’Immaginazione che danza con la Vita, forse ispirandosi alla dottrina indiana secondo cui la forma primordiale ed astratta della dea madre è Maya, l’Illusione che genera il mondo.

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